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Diritti e rovesci

In nome di presunte verità è vero tutto e il contrario di tutto

31 Agosto 2008

Una concezione del diritto del tutto staccata dalla ragione può tramutarsi in un grimaldello per scardinare la coscienza di un popolo, cancellare convenzioni stratificatesi nel tempo e motivare gravi violazioni contro l'uomo. Ecco allora che nel nome di un malinteso diritto alla vita si invocano l’aborto o l’eutanasia; o che nel nome del diritto di ciascuno a una famiglia o alla genitorialità vengono leggimitati i matrimoni gay o le adozioni da parte dei single. 

Diventati mere convenzioni da giuristi, i diritti si trasformano così in miti giuridici della modernità, in nuovi modi per annichilire l’uomo donandogli un'infinita possibilità di scelta. E' la frontiera dei “nuovi diritti”, dove si gioca la battaglia antropologica, e l'uomo viene ridotto a un individuo sciolto da ogni relazionalità sociale, la cui unica capacità di espressione è da individuarsi nella sua libertà. A sua volta ridotta a mera facoltà di scegliere. 

Proprio intorno alla libertà e ai diritti umani, il 27 agosto nella cornice del Meeting di Rimini, tre esperti si sono confrontati muovendo nelle loro riflessioni dal discorso pronunciato da Benedetto XVI, il 18 aprile scorso, alle Nazioni Unite di New York. La prima a prendere la parola è stata Mary Ann Glendon, ambasciatrice USA presso la Santa Sede, esperta di bioetica  e diritto internazionale, che nel 1995 – prima donna a rivestire un incarico del genere – ha guidato la delegazione della Santa Sede a alla IV Conferenza mondiale delle nazioni unite sulle donne svoltosi a Pechino. 

Presente al Palazzo di Vetro in occasione della visita del Pontefice, la Glendon ha osservato che “nel nostro mondo post-moderno – in cui la concezione di diritti, giustizia e legge naturale è violentemente contestata – non è semplice identificare gli strumenti per preservare il rapporto fra i diritti umani e i loro fondamenti etico-razionale”.

L'ambasciatrice ha detto di rintracciare la causa di questo stato di cose nel venire meno del riferimento all'ordine naturale che dona universalità ai diritti umani. 

Da parte sua la prof.ssa Marta Cartabia, docente di diritto costituzionale all'Università degli studi di Milano Bicocca, ha richiamato come caso esemplare di questo “neopositivismo dei diritti” la vicenda di Eluana Englaro, la ragazza in stato vegetativo permanente da oltre 16 anni, in bilico tra la vita e la morte, dopo che i giudici della Corte di appello di Milano hanno acconsentito alla richiesta del padre a interromperne il trattamento di idratazione e alimentazione. 

“Ogni esigenza umana, drammatica, profonda, perfino futile viene facilmente tradotta  in termini di diritto soggettivo fondamentale”, ha sentenziato la Cartabia. “Questo relativismo, lascia alle istituzioni il compito di scegliere per noi, così che il diritto diventa strumento nelle mani dei potenti che chiamano libertà quella di morire”.

Un relativismo che conduce al nulla, ha spiegato, a una libertà assolutizzata, sciolta da qualunque “vincolo orizzontale o verticale” dell'uomo. Lo stesso Giovanni Paolo II, nel suo libro “Memoria e identità”, aveva messo in guardia sul pericolo del “malcompreso liberismo”, inteso come vivere “del tutto sciolti da remore e da vincoli, così da muoversi secondo i propri giudizi che in realtà sono spesso soltanto capricci”. 

Per questo, la relatrice ha ribadito la necessità di difendere i diritti umani universali come “espressioni della legge naturale iscritta nel cuore dell’uomo e presente nelle diverse culture e civiltà, contro la deriva relativistica diffusa nella cultura contemporanea". 

Il prof. Joseph Weiler, scrittore ed esperto di diritto internazionale, che è stato uno dei coredattori della Dichiarazione sui diritti umani del Parlamento europeo, ha invece parlato del pericolo di una civiltà basata sulla protezione dei diritti umani, in cui però il ruolo svolto dal singolo è quello dell’osservatore. 

"Una posizione agghiacciante che rivela uno dei malesseri più gravi della nostra cultura politica: il credo nelle agenzie – ha detto –. La responsabilità di agire tocca sempre ad un’agenzia, un ente governativo, cioè in ultima analisi ad un altro”. 

Tuttavia, ha concluso amaramente Weiler, “se si consegna la responsabilità agli enti governativi  pensando di essere virtuosi per ciò in cui crediamo e non per ciò che facciamo, rischiamo – per dirla con il poeta e saggista polacco Milosz – di pensare a bere il caffè e dare la caccia alle farfalle e di ritrovarci poi ad avere la mano mozzata”. 

 

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