Venerdì 10 Febbraio 2012
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Il "modello Cota"

In Piemonte tra cattolici e centrodestra c'è un accordo senza inciuci

5 Marzo 2010

Che cosa è la politica? La nobile arte di amministrare la polis, vale a dire la città (plurale per definizione) dell’uomo, affinché essa sia vivibile, abitabile, armoniosa, decent (come dicono gli statunitensi) e costruttiva del bene comune dei suoi. Il quale non è la mera e talvolta becera somma di tanti beni individuali conchiusi in se stessi e giustapposti l’uno all’altro, ma l’insieme del bene delle persone secondo una logica superiore che non è solo un vuotamente kantiano “io penso” ma che pure non rigetta, anzi, il bene del singolo. Quel bene del singolo infatti il bene comune lo potenzia, lo nobilita e pure lo sublima. Tanto che, se perdonate l’espressione, ci sta pure un sano “egoismo illuminato” in cui il bene della società coincide con quello dell’individuo se quello dell’individuo è il bene della persona.

Come si raggiunge tale scopo nobilmente politico? Avendo ben chiaro cosa è la persona umana e cosa è quell’insieme non meramente matematico di persone che è la società.

E come si raggiunge tale chiarezza? Con la coscienza che la libertà è cosa responsabile e che la società delle persone, per stare assieme ma soprattutto in piedi, abbisogna di regole chiare e distinte, norme precise, insomma paletti. Perdonate la spocchia di questo “bigino” scritto quasi in formula di Frequently Aked Questions, ma il discorso enorme e importante sui “princìpi negoziabili” solo questo è.

Il mercato è una cosa fantastica: il luogo dove ci si scambiano cose in modo libero e trasparente, alcune più preziose e altre meno, fra mercanti, cioè tra persone libere e responsabili che entrano la piazza del commercio allora sì davvero equo e sul serio solidale portandosi seco quel che sono, le loro storie, la loro forma mentis e appunto i loro valori, dotati, questi ultimi, di un prezzo in cui si assommano costi di produzione e guadagno del singolo. A monte ci sono i principì, anzi appunto essi stanno in principio, all’inizio, dietro di essi non vi altro, si pongono in modo sorgivo, non derivano cioè da alcunché prima e invece hanno dei derivati. I princìpi non si portano in piazza al mercato perché non hanno prezzo e perché non si scambiano, laddove la compravendita la si può, e talora la si deve, fare con i valori (ciò a cui diamo un valore), con i beni (ciò che per noi è buono), con le merci (goods, ancora il bene) che ne derivano.

Ecco perché i princìpi-paletto della politica per l’uomo in vista del bene comune si chiamano “princìpi non negoziabili”, formula, questa, che è un’endiadi retorica (uno sdoppiamento di concetto fatto con buona retorica) di valore rafforzativo.

In questo quadro, le elezioni sono un patto non scritto ma altamente vincolante fra cittadini e personale politico e amministrativo, ossia una delle forme in cui, in ambito istituzionale repubblicano, i cittadini esercitano parte della propria libertà politica, esprimono parte del proprio gradimento della politica e dell’amministrazione (il consenso), e determinano parte del proprio legittimo e doveroso condizionamento sia della politica sia dell’amministrazione. Ovvio, quindi, che quel patto venga suggellato sulla base di quelle norme atte a garantire il bene comune, dunque quello della persona e del singolo: e se non su ciò che fonda, regola e misura la politica su cosa altro dovrebbe essere stretto un accordo così?

Ebbene, in vista delle elezioni regionali prossime venture, accade che in Piemonte, l’on.le Roberto Cota, candidato del Centrodestra alla presidenza appunto della Regione Piemonte, abbia appena pubblicamente sottoscritto il Patto per la vita e per la famiglia, ovvero il documento vincolante a difesa della vita umana nascente e della famiglia naturale scritto e proposto da un pool di associazioni del mondo cattolico, del mondo pro-life e del mondo pro-family della regione subalpina gravemente preoccupati della posta in gioco in loco, ma anche a livello nazionale, e decisi a fare qualcosa di assolutamente serio e concreto e subito affinché la polis sia davvero una città dell’uomo e per l’uomo. La propria firma Cota la apposta in presenza di garanti, che non se ne avranno certo a male se qui li definisco “mastini”. Perché si sa come vanno a finire queste cose, uno firma, applausi, flash, comunicati per la stampa, elezioni, e poi passata la festa gabbato lo santo. Invece no: Mauro Ronco (ordinario di Diritto penale all’Università di Padova, già componente del Consiglio Superiore della Magistratura), il sociologo delle religioni Massimo Introvigne (viceresponsabile nazionale di Alleanza Cattolica), Marisa Orecchia (presidente di Federvita Piemonte, che riunisce 70 movimenti e associazioni antiabotiste) e Maria Paola Tripoli (storica figura del volontariato torinese e vicepresidente del Consiglio Regionale del Volontariato) sono di quelli che vegliano assiduamente, ci si giocano in prima persona, non lasceranno sfuggire una virgola.

Dice Cota che, «ho preso atto di appelli sugli stessi temi provenienti dal Forum delle Associazioni Familiari, da Due Minuti per la Vita e da altri», e quindi «con tutti sottoscrivo un patto per la vita e per la famiglia: non generico – perché è facile parlare di vita e di famiglia come concetti astratti, senza precisare in concreto che si tratta della vita dal concepimento alla morte naturale e della famiglia monogamica ed eterosessuale, fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna – ma specifico e articolato in impegni precisi». Questi: «Considerando che un aborto non è mai una vittoria per nessuno ma è sempre una sconfitta, m'impegno per quanto riguarda le competenze regionali di applicazione della  legge 194 a proporre e sostenere percorsi di aiuto concreto e fattivo alle donne che, anziché banalizzare l'aborto come soluzione, cerchino sempre possibili alternative, aprendo le istituzioni regionali anche alla  collaborazione con il volontariato pro-vita. In applicazione della stessa legge, se in Piemonte dovrà essere somministrata la pillola RU486, questo potrà avvenire solo con un protocollo che preveda il ricovero della donna dalla somministrazione della pillola fino al completamento del percorso abortivo, escludendo ogni ipotesi di aborto fai da te a casa propria». Poi: «la vita è veramente e pienamente vita fino alla morte naturale, come ho cercato di testimoniare con il mio impegno in Parlamento in occasione della tragica vicenda di Eluana Englaro e nella discussione di progetti di legge sul fine vita. Per essere ancora più chiaro, il modello virtuoso per me è quello umile, silenzioso ed eroico del quotidiano impegno delle Suore Misericordine che hanno assistito Eluana per farla vivere, non quello di chi – per citare il documento di Federvita – “ha offerto un ospedale piemontese per farla morire”. Respingendo nel modo più deciso ogni ipotesi di eutanasia, la Regione da me guidata sarà vicina con un sostegno non solo teorico alle famiglie di malati nella condizione oggi chiamata stato vegetativo persistente, e sosterrà per quanto di sua competenza le cure palliative». Quindi, dice sempre Cota, «rifiuto con chiarezza ogni ipotesi di omologazione della famiglia fondata sul matrimonio, a norma dell'art.29 della Costituzione, a ogni altra forma di convivenza anche omosessuale. Sono contrario a cerimonie, registri e altre iniziative che introducano surrettiziamente un’equiparazione tra unioni omosessuali e matrimonio monogamico ed eterosessuale». Infine, afferma Cota, «m’impegno a una politica regionale a favore della famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna, che riconosco come cellula fondamentale della società, attraverso il sostegno alle giovani coppie che intendono contrarre matrimonio e una politica dei servizi che tenga conto del carico familiare e del numero dei figli».

È la prima volta che chi in Italia si candida a governare una Regione sottoscrive un documento così preciso in tema di vita e famiglia e il “caso Cota” costituisce un esempio di un modo di fare politica “sulle cose” che riporta alla mente precedenti virtuosi. Anzitutto l’Unione Elettorale Cattolica Italiana, la quale, dal 1906 al 1913, fu un modello d’impegno politico unitario dei cattolici in una società pluralista e fuori dallo schema strettamente partitico. Essa impegnò i candidati elettorali su punti precisi, i “principi non negoziabili”, e face poi seguire verifica puntale del loro operato. Nacque infatti dall’impegno politico della UECI il famoso “Patto Gentiloni”, così detto dal cognome del presidente appunto della UECI, il conte Vincenzo Ottorino Gentiloni (1865-1916), il quale trattò, a nome del mondo cattolico, con il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti (1842-1928) in occasione delle prime elezioni politiche a suffragio universale maschile, svoltesi nel 1913. Il risultato fu un intelligente ingresso dei cattolici nella scena politica italiana e un’alleanza non banale con gli esponenti più illuminati, e autenticamente interessati al bene comune non come somma d’interresi individuali, provenienti dal mondo liberale di allora, il tutto in efficace funzione antiprogressista e antimodernista. Quindi, la Fédération Nationale Catholique del generale Edouard de Curières de Castelnau (1851-1944), fondata nel 1925, e la Lega Elettorale Cattolica Brasiliana, attiva tra il 1932 e il 1937. E non è che i conservatori organizzati degli Stati Uniti di America in think tank, associazioni, periodici e movimenti agiscano poi in modo tanto diverso con qui candidati politici che, se sottoscrivono patti chiari e amicizia lunga, dopo guadagnano l’endorsement.

www.marcorespinti.org

Commenti
Esatau
07/03/10 12:40
Sperimentazioni
Ma questo frankestein socio-politico messo in piedi da Cota e i suoi cotiani non è un'aberrazione anti life? Si può amare il clericofascismo perchè si ha bisogno di un robusto corrimano per l'aldiquà e per l'aldilà, però non si dovrebbero prediligere gli zombies rispetto ai vivi solo perchè questi ultimi non sono abbastanza obbedienti. Vabbè affronteremo i cotiani ed i loro mastini; finchè non li avremo nuovamente Respinti.
Anonimo
07/03/10 18:45
Voto Cota!
Filnalmente si fa Politica! Il nostro paese si sta riprendendo la sua anima. La cosa più buffa è che i sostenitori del progresso (pro-aborto, pro-pillolame vario, pro-eutanasia, pro-eugenetica, etc) si agitano tanto, senza rendersi conto che tra 50 anni non ci saranno più: se non fai figli non c'è futuro, se ti suicidi il tuo futuro è ancora più corto... Bravo Cota!!! Questa volta voto Lega!
Luca
08/03/10 16:52
ci risiamo col polpettone
Ci risiamo col polpettone di Alleanza Cattolica. Gli accordi elettorali dei primi del Novecento erano una via d'uscita per situazioni particolari e per Paesi dove il Cattolicesimo era espulso dalla vita politica e dunque di norma non poteva presentarsi un candidato "cattolico": non un modello di vita politica. Respinti e quelli come lui ce l'hanno con la DC: lo dicano apertamente, invece di fare anacronistici panegirici fuori di luogo. Dovrebbero però spiegare che senso abbia un sistema politico in cui i "cattolici" sarebbero costretti a mendicare volta per volta il favore di questo o quel candidato.
Rodolfo Caroselli
08/03/10 17:07
In Piemonte tra cattolici e centrodestra c'è un accordo senza in
Ottimo l'articolo di Marco Respinti. Preciso, documentato e molto convincente. Spero proprio che Cota abbia successo in Piemonte. Può essere un fatto importante non solo per questa regione, ma per tutta l'Italia. Può essere un punto di svolta per la Lega e per tutti i moderati italiani, soprattutto per i cattolici. Cota potrebbe (in prospettiva) impersonare una nuova (ma antica, perché fondata sui veri valori della tradizione italiana) moralità politica quale solo Don Sturzo, in anni ormani lontanissimi, seppe concepire.
Paolo Asolan - Fabio Felice
08/03/10 17:30
La Lega Nord e la Chiesa
La Lega Nord e la Chiesa cattolica: storia di un rapporto strumentale (Una versione ridotta è stata pubblicata dal quotidiano “Il Riformista” del 5 marzo 2010) di Paolo Asolan – Flavio Felice La dura posizione del prof. Introvigne nei confronti del partito di cui Pierferdinando Casini è il leader: l’UDC, reo di aver stipulato un’alleanza elettorale in Piemonte con la sinistra radicale e libertaria guidata dalla presidente uscente Bresso, ci invita a riflettere sulla questione settentrionale, alla luce del consolidamento della Lega Nord nella società civile, della sua posizione di forza nell’alleanza di centro-destra e delle prospettive culturali che sembrerebbero essere caratteristiche peculiari di tale forza politica. In modo opportuno, Introvigne scrive nel suo articolo su “Libero” del 18 febbraio 2010: “L’UDC in Piemonte ha scelto la sinistra perché, se con la presidente uscente del Partito Democratico Bresso, c’è dissenso sui problemi etici, il dissenso con il candidato di centro-destra Cota in materia di accoglienza agli immigrati è più forte”. La tesi di Introvigne è chiara e la critica che da essa si evince è legittima: ma per un cattolico non dovrebbero venire prima la difesa e la promozione della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo ed una donna? Premesso che oggetto del nostro articolo non vuole essere la discussione intorno alle alleanze dell’UDC, crediamo che proprio gli studi di Introvigne sul rapporto tra religione, società e politica ci possano guidare nella riflessione sulla questione settentrionale alla luce dei tre punti appena elencati. In particolare, faremo riferimento a due saggi che il professor Introvigne ha scritto qualche anno fa: “Dai partiti tradizionali alle leghe: ‘religione civile’ e identità politiche in Italia” e “L’ethos italiano e lo spirito del federalismo”. Non si tratta di una recensione scientifica agli importanti lavori del professore, ma di una modesta riflessione giornalistica che intendiamo porre all’attenzione dei lettori sul rapporto tra religione e politica, evidenziando alcuni punti problematici che emergono dalla cultura leghista, così come lo stesso Introvigne ebbe modo di sottolineare nei citati saggi. Esistono motivi per ritenere che l’attenzione dedicata dalla Lega alla religione cattolica non sia genuina né disinteressata, ma espressione di una debolezza che appare invincibile a più livelli (antropologico, morale, di cultura politica)? È cosa sana o anch’esso elemento di debolezza che la chiesa cattolica accetti di essere difesa e sostenuta (o, all’opposto, vituperata e contestata) da chi, come chiaramente afferma Introvigne, non troppi anni fa, incitava “i popoli del Nord” al protestantesimo (contro la chiesa di Roma: “potremmo suggerire a tanti cittadini del Nord Italia di non guardare più a Roma, nemmeno per la religione. Ma di guardare […] ai civilissimi Paesi protestanti che credono in Dio e in Gesù Cristo ma non riconoscono l’autorità del papato”) e al panteismo (contro “il Dio che ci raccontano a catechismo”: “Io ci credo, in Dio. È un Dio che sta dovunque, nell’acqua e nel fuoco, nell’aria che respiriamo. Come diceva Eraclito […] Penso che il mio sia una specie di panteismo” (U. Bossi con D. Vimercati, Vento del nord, Milano 1992)? È proprio inspiegabile o invisibile il passaggio evidentemente avvenuto nella Lega – stando alla terminologia inaugurata dalle tesi sulla religione civile di Bellah – dal sospetto verso il ruolo pubblico e sociale della religione (“i preti stiano nelle loro chiese […] lascino stare la politica”, cfr. supra) alla politica religiosa? Una prima, approssimativa, verifica della cattolicità della Lega potrebbe consistere nel comparare le posizioni espresse dagli esponenti della Lega circa i temi sociali, politici o culturali, con il dettato di fede e di ragione del Compendio della Dottrina sociale della Chiesa. Questo primo passo, in sé facile da compiere, è reso invece difficile dall’assenza (nella Lega) di un vero e proprio testo scritto analogo a ciò che il Compendio è per un cattolico. Il che significa quantomeno non teorizzazione o dichiarazione esplicita/previa di tutti quegli elementi che pre-vengono gli obiettivi da raggiungere con gli strumenti della politica: chi è l’uomo, in che rapporto sta con gli altri uomini, cos’è e a cosa serve il lavoro, il senso della proprietà, la destinazione ultima della vita umana, il significato dell’unione uomo-donna, i caratteri dell’educazione, il rapporto verità/libertà… In questo senso, esistono delle analogie inquietanti non solo per quel che riguarda l’armamentario delle camicie colorate (nera o bruna ieri, verde oggi), del sole preso a simbolo (uncinato ieri, padano oggi), dei riferimenti mitologici (le saghe nordiche e l’ideologia castale indù ieri, le radici celtiche e il dio Eridano oggi), del culto della personalità del capo carismatico, ma anche per ciò che fu la spinta iniziale almeno del movimento fascista: l’idea dell’azione. Nonostante Bottai e Gentile, è innegabile che l’elaborazione di una dottrina politica fascista sia stata consecutiva all’agire concreto, che invece si presentò come il dato primo. All’interno di tale “attivismo” (cfr. Bellah, Le cinque religioni dell’Italia moderna, p. 455) i filosofi organici elucidarono successivamente l’antropologia, la dottrina dello Stato, il modello educativo, il rapporto con la religione cattolica. Non poteva che essere così: tra teoria è prassi corre un rapporto di reciprocità dialettica. E così sembra accadere nella Lega: le sue posizioni teoriche (anche riguardo la religione) sono mutate e variano a seconda che l’agire concreto apra di volta in volta campi di azione nuovi, per i quali occorrano nuovi strumenti di lotta politica e una più complessa interpretazione del reale. Ne consegue, perciò, l’impressione di un uso strumentale e disinvolto della religione cattolica: religio instrumentum regni. Ne è esempio la questione dell’Islam: poiché ci si trova qui di fronte non soltanto a un’unica nazionalità straniera alla quale contrapporsi, e neppure a una diversa regione italiana di provenienza da disprezzare, ma a una religione, urge una religione da contrapporre, che abbia però – e questa è la novità rispetto al panteismo primordiale di Bossi – un corpus organico di dottrina, culto e morale, e che dunque possa reggere l’urto che viceversa una religione soggettiva o privatistica non può certo sperare di sostenere. Tale uso strumentale è anche giocoforza parziale, perché quel che interessa alla Lega non pare essere la totalità del cristianesimo o della Dottrina sociale della Chiesa, né tantomeno l’adesione alla persona di Gesù Cristo Figlio di Dio: ma soltanto alcuni elementi che – sedimentatisi, o comunque presenti, nell’ethos collettivo dei suoi elettori – intercettano consenso e voto popolare. Tale consenso non riguarda, prevedibilmente, aspetti esigenti della fede cristiana (fedeltà matrimoniale, correttezza fiscale, assoluto rispetto del prossimo) o l’unità anima/corpo presupposta dal cristianesimo (inseparabilità della dimensione spirituale della fede dalla sua espressione storica, sociale e culturale). In questo senso, la forma della fede protestante che seleziona secondo una libera interpretazione ciò che vale la pena credere senza sottostare necessariamente a un unico magistero vincolante o a una dottrina morale condivisa, pare effettivamente corrispondere al tipo di rapporto intrattenuto con la religione sostenuto dal movimento leghista. In questo senso, la Lega non è affatto “cattolica”, né pare difendere la forma cattolica della fede. Le tanto spesso evocate “paure” degli elettori della Lega (confuse talora moralisticamente e sbrigativamente con il razzismo e l’egoismo) sono in realtà le paure dei parlamentari e degli amministratori leghisti, i quali non trovano di meglio e di più sicuro nel confronto con le novità che tenersi saldamente aggrappati a quel che già sono, sanno e hanno. Non sono magari cristiani tutti d’un pezzo, elitari, ma certamente uomini e donne che sono stati battezzati e che (specialmente in mezzo agli impicci e ai problemi) si ricordano che Dio esiste ed è più grande di loro e magari potrebbe anche aiutarli. Non sono cioè ostili alla religione cattolica fintantoché questa va d’accordo con loro e sostiene le loro rivendicazioni. Nel momento in cui la fede esprime un’istanza di critica o di conversione della vita, allora le cose cambiano. In questo senso il modello di rapporto religione/politica inseguito dalla Lega è più un adattamento di vecchi schemi (o il perdurare di quegli schemi) che la proposta di un modello nuovo, effettivamente congruente con le sfide e la congiuntura attuale, elaborato considerando elementi di novità (globalizzazione, flussi migratori, emergenza di nuovi paesi leader come la Cina o l’India, crollo delle ideologie, crisi delle religioni di Chiesa, diffusa insufficienza educativa) sconosciuti fino a quarant’anni fa. Nell’immediato l’adattamento produce innegabili risultati, ma presenterà il conto sul lungo periodo, rivelandosi incapace di progettare e di governare davvero una società dove i vecchi schemi risulteranno magari non cattivi, ma inservibili. Infine, proprio perché è azione prima che teoria e/o ideologia, la Lega riesce molto bene nell’agire tipico dell’amministrazione comunale o locale in genere, dove l’azione può essere implementata direttamente e non soltanto pianificata o progettata secondo indirizzi generali (come deve fare un governo nazionale o europeo). Il pragmatismo rivendicato (e i successi conseguiti nel territorio) è effettivamente una virtù riconosciuta e apprezzata, figlia di questo rapporto sbilanciato tra teoria e prassi. Questo radicamento territoriale appare talora figlio di un’infiltrazione nella rete delle parrocchie: tutti (o quasi) gli amministratori leghisti partecipano alle sagre o ne creano di secolarizzate, venerano il patrono e la storia locali, finanziano restauri delle chiese e dei musei di arte sacra, chiedono la benedizione della scuola o dell’ufficio comunale da inaugurare al parroco o al vescovo. Spesso offrendo gratuito sostegno logistico e coinvolgendo nelle proprie attività la gente delle parrocchie, la Lega svuota da dentro la struttura organizzativa e capillare della chiesa, affiancandosi fino a sostituirsi ad essa in quanto struttura creatrice di simboli e di appartenenza. Ma non sarà che tanta passione per il Crocifisso e per il presepio fanno lo stesso gioco: usando preoccupazioni, parole e argomenti affini a quelli cristiani, la Lega vuole in realtà allontanare il popolo dalla Chiesa? Tale modesta riflessione sulla questione politica settentrionale a margine della pretesa egemonia culturale leghista invita noi del Centro Studi Tocqueville-Acton ad interrogarci sul rinnovato problema politico dei cattolici, che va ben oltre la questione delle alleanze alle prossime elezioni regionali, ma investe la capacità del variegato mondo cattolico di rappresentare un fermento vivo nella società civile, promuovendo una cultura della vita, della libertà e della solidarietà.
16/09/11 22:17
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