La verità è che non se l’aspettavano. O forse non c’avevano pensato, concentrati com’erano a infilzarsi a colpi di rossetti ed email, fissati com’erano nell’attacco reciproco. Spiazzati, allora. Spiazzati sia Barack Obama, sia John McCain che in questa campagna elettorale hanno toccato i temi dell’economia, ma che non si sono ancora abituati all’idea di dover spiegare agli americani come pensano loro, in caso arrivassero alla Casa Bianca, di rimettere a posto i conti della finanza americana.
Dicono che il fallimento di Lehman Brothers, il salvataggio in extremis di Aig, la svendita di Merrill Lynch e i guai degli altri giganti di Wall Street possano favorire Obama. Il candidato democratico non ha attaccato nessuno, non ha incolpato né Bush né i repubblicani dell’attuale situazione, però ovviamente ha fatto capire che, secondo lui, McCain non sarebbe la persona giusta per uscire dalla crisi: “E’ la più grave crisi dalla Grande depressione. Ovviamente non do al senatore McCain la colpa per questi problemi, piuttosto alla filosofia economica che lui sottoscrive, la stessa degli ultimi otto anni, quella che dice che dobbiamo dare di più e ancora di più a chi ha molto nella speranza che la ricchezza si diffonda a tutti gli altri”. Cerca una strategia, Obama. Per questo negli ultimi giorni ha visto praticamente soltanto i suoi consulenti economici.
E McCain che fa? Riprendendo una posizione espressa nei giorni scorsi dopo il crac di Fannie Mae e Freddie Mac, dice che c’è la necessità di una riforma del sistema di vigilanza sui mercati finanziari. “La crisi non è colpa del popolo americano. I nostri lavoratori sono i più produttivi, innovativi, meglio preparati e competitivi del mondo e i fondamenti dell'economia americana sono forti”.
I sondaggi dicono che il momento buio dell’economia sta agevolando Obama. I sondaggi che negli ultimi tempi l’avevano visto arretrare, ora lo segnalano in leggera ripresa. E’ il pretesto per il candidato democratico di parlare ancora di cambiamento. E’ arrivato anche uno spot: un video che lo ritrae in primo piano per due minuti, per parlare direttamente agli americani con il tono grave da messaggio alla Nazione. Senza nemmeno accennare all'avversario, Obama parla del suo programma economico, mettendo in guardia sul fatto che servira' tempo per ripulire la scena dalle macerie lasciate dal crollo di Lehman Brothers e per trovare soluzioni alternative ai mega-interventi federali, come quello per il salvataggio del colosso assicurativo Aig. Vuol apparire sicuro e rassicurante. La domanda ovvia, scontata, banale è se ci riuscirà. Perché certo McCain non lo lascerà fare. Parla anche lui e quando lo fa non sbaglia: “Rigetto il fatalismo e l'oscurantismo che vogliono il nostro Paese in declino: i nostri giorni migliori sono davanti a noi”.
La corsa è sul filo, ancora. Forse di più. L’America che adesso ha altre preoccupazioni, comincia a digerire l’effetto Palin e il non effetto Biden. L’economica rimette in parità la partita per la Casa Bianca. I sondaggisti rilevano “una grande mobilitazione” e un entusiasmo in entrambi gli schieramenti, che dovrebbe tradursi in un aumento dell'affluenza. Vuol dire che l’America ha voglia di scegliere. A vincere sarà, secondo gli strateghi, chi riuscirà a organizzare al meglio l'affluenza negli Stati chiave. Molti di questi Stati soffrono più di altri la crisi economica. Per questo quello che accade in questi giorni non si vede, ma avrà un effetto dirompente. Forse il cambiamento di Obama può convincere, però poi c’è chi vuole un uomo che faccia credere di più nella ricrescita. E allora il cambiamento vero potrebbe essere scegliere il candidato più affidabile. McCain punta tutto su questo.


