Nella serata di giovedì 18 settembre, il governo venezuelano ha decretato l’espulsione dal paese di José Miguel Vivanco, l’avvocato cileno direttore della sezione America latina di Human Rights Watch.
La sua colpa: avere tenuto, nel pomeriggio di quello stesso giorno, una conferenza stampa in cui denunciava come, dal fallito golpe del 2002 ad oggi, la situazione dei diritti umani in Venezuela sia andata deteriorandosi.
Poche ore dopo – come ha raccontato lo stesso ministro degli Esteri venezuelano, Nicolas Maduro – Vivanco e il collaboratore che lo accompagnava venivano accompagnati all’aeroporto, messi su un aereo e espulsi dal paese, con la proibizione di tornarci in futuro. Vivanco – recita un comunicato governativo firmato da Maduro e dal suo collega degli Interni, Tarek El Aissami – “ha violentato la Costituzione e le leggi della Repubblica Bolivariana del Venezuela, aggredendo le istituzioni della democrazia venezuelana e immischiandosi illegalmente negli interessi del paese”. Maduro ha poi dichiarato che il direttore di HRW ha contravvenuto alle norme che regolano il transito attraverso il Venezuela di cittadini stranieri in condizione di turista, presentando “in maniera abusiva e volgare” una conferenza stampa “dove ha vilipeso le istituzioni della democrazia venezuelana, dove ha ferito la dignità delle nostre istituzioni, del nostro popolo, della nostra democrazia”. L'“aggressione” di HRW “risponde – continua la nota – a interessi vincolati e finanziati dal governo degli Stati Uniti d’America, che dietro la maschera di difensori dei diritti umani dispiegano una strategia di aggressione inaccettabile per il nostro popolo”. Per rendere ancor più chiaro quest’ultimo concetto, Maduro ha dichiarato: “Sono sicuro che dietro questa imboscata mediatica ci sono quelli di sempre, i padroni dei mezzi di comunicazione legati agli interessi dell’impero e quei gruppetti che, proclamandosi difensori dei diritti umani, ricevono soldi da Washington”.
Cosa contiene dunque “el informe” presentato da Vivanco alla stampa, di tanto irritante per il governo venezuelano? Il documento, costituito di ben 267 pagine, dal titolo “Dieci anni di Chavez. Intolleranza politica e occasioni perdute per il progresso dei diritti umani in Venezuela”, denuncia come Chavez, presentatosi all’inizio della sua presidenza con un “difensore della democrazia”, sia adesso in palese contraddizione tra quel suo antico proclama e “il disprezzo, da parte del suo governo, delle garanzie istituzionali e dei diritti fondamentali”. Vivanco afferma che in Venezuela non si permettono libere elezioni sindacali; che si adotta “un atteggiamento di confronto aggressivo verso i difensori dei diritti umani e le organizzazioni della società civile”; che “il suo (di Chavez, ndr) sforzo per contenere l’opposizione politica ha indebolito le istituzioni, egli ha agito contro le garanzie fondamentali in funzione dei suoi interessi politici”; che il governo chavista “limita l’esercizio della libertà d’espressione e la capacità di promuovere i diritti umani”. In particolare, Vivanco segnala la subordinazione del potere giudiziario al potere esecutivo, una questione da lui già sollevata nel 2004 in una lettera aperta indirizzata al presidente Chavez. “Siamo preoccupati per l’entrata in vigore della nuova Legge Organica del Tribunale Supremo – scriveva Vivanco – che permette a una maggioranza non qualificata del Parlamento di destituire i giudici dell’alto tribunale”, prefigurando una “occupazione politica” del massimo organismo giudiziario venezuelano, che racchiude in sé – per usare termini di riferimento italiani – le funzioni della Corte Costituzionale e del Csm.
Si tratta di questioni che hanno un immediato riflesso nella stretta attualità venezuelana. Dopo il rovescio, lo scorso dicembre, del referendum costituzionale, l’opposizione vede per la prima volta la possibilità di imporsi alle elezioni, la cui scadenza è imminente: il 23 novembre si vota per governatori e comuni in quasi tutto il paese, e se Caracas andasse all’opposizione – dicono i commentatori di entrambe le parti – sarebbe l’inizio della fine per Chavez. Circa 300 candidati a un ruolo amministrativo sono stati però interdetti dal ricoprire pubblici uffici, secondo una decisione presa unilateralmente dal “Contralor General”, un organismo che si riduce a un singolo uomo: il “Contralor” Clodosbaldo Russian. Tra gli interdetti vi è Leopoldo Lopez, il giovane sindaco del municipio Chacao – uno dei pochi quartieri di Caracas frequentabili, – stella del firmamento antichavista. E’ stato interdetto perché su di lui pende una denuncia per distrazione di fondi pubblici. Qui sta il punto: l’interdizione, afferma l’opposizione, costituzionalmente si può decretare solo se c’è una sentenza passata in giudicato. Molti degli interdetti da Russian, però, non sono stati ancora processati (è il caso di Leopoldo Lopez). Sulla liceità delle disposizioni del Contralor è stato chiamato a esprimersi il TSJ. Il verdetto: Leopoldo, a novembre resterà a casa.



Chavez e le sue bugie!