Venerdì 10 Febbraio 2012
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La vera storia della Bicamerale

Quando l'asse D'Alema-Fini fece arenare la riforma della giustizia

22 Dicembre 2009
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“Non c’è nessun asse D'Alema-Fini sulle riforme istituzionali, è deprimente doverlo dire. Noi vogliamo costruire un asse con coloro che comprendono che stiamo gettando le basi di una nuova stagione democratica. Sono disposto a collaborare con tutti quanti guardano lontano per dare un'impronta al processo riformatore, indipendentemente dalle opinioni politiche che professano. Berlusconi, mi dispiace dirlo, ha fatto un discorso che non guarda lontano”. Non è facile evitare il gioco del “chi l’ha detto” perché a parlare così (e di sé in terza persona come un qualsiasi Giulio Cesare o un qualsiasi Charles De Gaulle) è Massimo D’Alema. E quando parlava lo faceva, nel marzo 1997, da presidente della neonata Commissione Bicamerale per le riforme. Alla guida della quale lo aveva voluto fortemente il leader dell’opposizione di allora, Silvio Berlusconi.

La Bicamerale “divisa erat in partes quattuor”: un comitato si occupava del Parlamento; un altro della forma di governo; un terzo della forma dello Stato; il quarto, last but no last, si occupava della giustizia, allora come oggi da riformare.

Che cosa accadde durante quei 17 mesi che avrebbero dovuto produrre il più importante restyling della Costituzione dal 1948 è stato consegnato alle cronache. Ma non alla storia, come pure era nei propositi non solo del presidente D’Alema, ma anche di Berlusconi, allora leader del Polo, di Gianfranco Fini, leader di An, di Umberto Bossi, leader da sempre dello stesso Carroccio.

Si disse, allora, che quella Commissione avrebbe partorito un grande “inciucio”, per significare accordi sottobanco e non proprio commendevoli. E’ bastato che D’Alema rievocasse quel termine, qualche giorno fa, e la necessità di rimetterlo in circolazione perché il Pd venisse scosso da uno tsunami.

Inciucio, termine per niente romanesco, sta a significare tutt’altra cosa che accordo sottobanco: nel dialetto napoletano indica il gusto per il pettegolezzo, la circola veneta, quello sparlare per conto terzi che anima i tavoli dei bar.

La Bicamerale di D’Alema naufragò nel maggio 1998, non ci fu nessun inciucio, in cambio è stata consegnata agli archivi sotto il segno dell’asse D’Alema-Fini. Su che cosa e ai danni di chi? Udite: un asse per bloccare la riforma della giustizia, dopo aver rimaneggiato ampiamente la bozza Boato, pur di salvare il semi-presidenzialismo al quale D’Alema e Fini medesimo tenevano molto.

A spanne, le cose andarono così. Il furbetto della Bicamerale, che all’epoca era un quartiere molto ben frequentato, cioè il suo presidente D’Alema, giocava nei quattro tavoli a scomporre e ricomporre puzzle. Alla ricerca di una sponda politica che mettesse un freno alle ambizioni del leader di Forza Italia. Ma soprattutto, che tutelasse la magistratura amica dai propositi berlusconiani, allora come oggi, di separare le carriere di giudici e pm, di dare due teste al Csm e di riformarne i meccanismi di elezione.

Su questi punti c’era il pieno accordo di Alleanza nazionale e del suo leader Gianfranco Fini. Al quale premeva, in quel periodo, una riforma presidenzialista o semi-presidenzialista della Repubblica. D’Alema si impegnò nel suo campo per persuadere i Pds e i Popolari di Marini ad accettare una riforma istituzionale lontana mille miglia dalla sensibilità del costituzionalismo cattolico-democratico. Fu un’impresa titanica, riuscita solo quando a D’Alema balenò l’idea giusta: accettiamo la riforma presidenzialista, in cambio Fini dovrà cedere sulla riforma della giustizia in salsa berlusconiana per propositi più miti come quelli previsti dalla bozza Boato (sì due Csm, ma nessuna separazione delle carriere). La proposta di legge sulla nascita di due Csm venne avanzata addirittura dai Popolari di Franco Marini.

Così andarono le cose: il progetto di riforma della giustizia si arenò, con Fini e D’Alema, cioè Alleanza nazionale e Pds, contrari alla separazione delle carriere. Un voto che segnò la sorte della Commissione. Perché anche se Berlusconi negava l’esistenza di un asse tra il “rosso” e il “nero”, i sospetti di un’intelligence fra i due per metterlo in un angolo erano più che mai vivi.

Qualche mese dopo, nel settembre 1998, Fini prese parte a un seminario di Azione Giovani. A un ragazzo siciliano che interloquiva con la retorica, ieri come oggi, che contrapponeva il vero eroe Borsellino al presunto corrotto giudice Carnevale, Fini replicò con ampie rassicurazioni. “Noi – sentenziò il futuro presidente della Camera – siamo sempre quelli di Mani pulite”. Nel 2009, trascorsi 11 anni, chissà se Fini vorrebbe ripetere ancora quelle parole? O se, come D’Alema disse qualche giorno fa, non ritiene anche lui un “grave errore” aver esultato quel drammatico pomeriggio del ’93 quando davanti all’hotel Raphael una plebaglia eccitata lanciava monetine contro il leader socialista Bettino Craxi?

Il pendolo della politica, in fondo, continua a oscillare fra questi due estremi da quasi un ventennio.

 

Commenti
daniele
22/12/09 14:02
Lì a dire sempre che il
Lì a dire sempre che il rispetto del programma è sacro.E poi a parlare di bicamerali,costituenti e quant'altro serva solo a non farle o a farle peggio possibile.Perché è indubbio che una riforma decente della giustizia è impossibile farla con la sinistra.Idem per le riforme istituzionali.E allora la piantino.Il fatto che abbiano perso un referendum,avendo fatto nulla per vincerlo,significa nulla.E poi non è stato Berlusconi a dire che,comunque, sarebbe giusto far pronunciare gli elettori su cose così importanti?E' già passato più di un anno e mezzo,cosa aspettano?Il parlamento è lì apposta per tutti i confronti possibili.Basta andarci.
laura
22/12/09 16:17
Fini Dalema
andarsene tutte e due in vacanza con le rispettive donne NO? di sicuro nopn nmne sentiremo la mancanza
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