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Intervista a Dore Gold

21 Marzo 2007

Dore Gold è Presidente del Jerusalem Center for Public Affaire, rappresentante permanente di Israele all’ONU. Ha rivestito l’incarico di consulente di politica estera del premier Benjamin Netanyahu e da questi è stato inviato in Giordania, in Egitto, presso l’Autorità palestinese e nei paesi del Golfo. In passato, ha partecipato ai negoziati per l’Accordo di Wye del 1998, per il Protocollo di Hebron del 1997. Nel 1996 portò a termine i negoziati con Stati Uniti, Libano, Siria e Francia per la creazione del Monitoring Group for Southern Lebanon. Nel 1991, prese parte in veste di consulente alla delegazione israeliana presente alla Conferenza di pace di Madrid.

E’ autore di Hatred’s Kingdom: How Saudi Arabia Supports the New Global Terrorism (Regnery 2003); di Tower of Babble: How the United Nations Has Fueled Global Chaos (Crown Forum, 2004); e di The fight for Jerusalem : Radical Islam, and the Future of the Holy City (Regnery 2007).

Dore Gold, che oggi sarà il protagonista della Lettura annuale della Fondazione Magna Carta, dedicata a “Difendere Israele. Il nodo di Gerusalemme” (ore 11.00 Palazzo Rospigliosi, Roma), ha rilasciato a l’Occidentale una intervista.

Ambasciatore, a cosa si riferisce quando parla di “confini difendibili per Israele” e quali confini Israele dovrebbe proteggere?

Da quando Israele si è appropriato, nel 1967, di territori ad est, tutti i leader politici e militari che da allora si sono avvicendati hanno ritenuto che fosse importante avallare il diritto a mantenere dei “confini difendibili”, così come è stabilito dal diritto internazionale. Già nel 1967 Israele era penetrata in Cisgiordania per motivi di difesa nazionale. Il diritto internazionale distingue tra una situazione di guerra di aggressione, proibita, e una situazione di guerra di autodifesa, ammessa. L’occupazione israeliana della Cisgiordania è un esempio di guerra di autodifesa. La Cisgiordania fu annessa dalla Giordania negli anni ’50. Quell’annessione tuttavia, fu riconosciuta solo dal Regno Unito e dal Pakistan ma non dagli stati arabi circostanti. Pertanto si potrebbe sostenere che quel territorio non avesse in precedenza una sovranità definita e che pertanto la Giordania non potesse proclamarne legittimamente il possesso. Israele, nel 1967, si è quindi trovato ad entrare in un territorio sprovvisto di una sovranità internazionalmente riconosciuta, dal quale però è provenuto materialmente un attacco militare. E’ questo il contesto giuridico del diritto di Israele ad ottenere confini difendibili in Cisgiordania, nel rispetto della Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, adottata alla fine del 1967.

Si può affermare dunque che l’occupazione da parte di Israele in Cisgiordania nel 1967 è stato un legittimo atto di autodifesa, per garantire la sicurezza alla popolazione israeliana?

In effetti non si tratta solo di questo. L’intero Occidente sta assistendo all’emergere dell’Islam radicale, che porta alcuni a domandarsi come sia possibile mitigare la furia del radicalismo. Purtroppo svariati leader politici occidentali credono che la risposta sia convincere Israele a ritirarsi da tutti i territori contesi, tra i quali la Cisgiordania. Ma c’è una lezione che abbiamo imparato osservando il progredire dell’Islam radicale in varie aree geografiche del mondo. Quando è nata Al-Qaeda? Proprio quando l’Unione sovietica si ritirò dall’Afghanistan, e non durante l’occupazione sovietica. Quel ritiro ha rafforzato il senso di vittoria dell’Islam radicale sul territorio. Israele ha commesso lo stesso errore in due aree. Il ritiro dal Libano ha favorito la nascita e il rafforzamento di Hezbollah, portandoci alla situazione cui abbiamo assistito nell’estate del 2006. Un secondo errore, ancora più grande, è stato il ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza, nell’agosto del 2005. Tutti allora pensarono che questa mossa avrebbe contribuito a ridurre le tensioni generate dalla guerra contro il terrorismo. I Palestinesi avrebbero potuto costruire un loro stato, beneficiare dei vantaggi dell’apertura al commercio internazionale e neutralizzare l’influenza dell’Islam radicale. Ma cosa è successo dopo il ritiro di Israele? Nel gennaio 2006 Hamas vince le elezioni e cosa fa? Prende il controllo della frontiera tra Gaza e l’Egitto e apre l’ingresso a cellule di Al-Qaeda. Il primo a denunciare questi movimenti frontalieri, oltre che l’intelligence israeliana, è stato proprio Abu Mazen, in varie interviste rilasciate lo scorso anno. L’alleanza occidentale, dal Segretario di Stato americano Condoleeza Rice al Rappresentante PESC per l’Unione europea Javier Solana, credeva che il ritiro unilaterale da Gaza avrebbe favorito la sicurezza dei paesi occidentali, ma invece di spegnere le fiamme, è in realtà divampato un incendio. Abbiamo assistito alla formazione di un santuario di Al-Qaeda lungo un tratto della costa del Mediterraneo, proprio davanti all’Europa. In altre parole, la strategia occidentale si è ritorta contro l’Occidente. Se facciamo pressioni su Israele per procedere a ulteriori concessioni, otterremo dei risultati opposti a quelli desiderati, mettendo a rischio non solo la sicurezza di Israele ma anche quella dell’Europa e dell’Occidente in genere, poiché rafforzeremo l’influenza di Al-Qaeda nel mondo.

Al-Qaeda rappresenta quindi una minaccia diretta per Israele e l’Occidente, anche perché sfrutta la sua influenza su altre organizzazioni radicali.

Proprio così. Quella che è oggi è chiamata “minaccia globale della Jihad” si compone di due elementi. Il primo è l’elemento iraniano, nato con la presa di potere da parte dell’Ayatollah Komeini a seguito della rivoluzione islamica del 1979. Il secondo elemento è l’emergere di organizzazioni radicali sunnite, nate durante la guerra contro l’Unione sovietica in Afghanistan, come Al-Qaeda. Entrambe questi elementi hanno dimostrato di possedere la capacità di colpire il cuore dell’Europa, ma anche di fomentare altri paesi dell’area mediorientale contro Israele. Molti in Europa e negli Stati Uniti non comprendono l’importanza del network di relazioni tra organizzazioni islamiche radicali. Per esempio credono che Hamas sia un’organizzazione di natura esclusivamente palestinese, e che pertanto soddisfare le richieste politiche dei palestinesi trasformerà Hamas in un partito democratico di tipo occidentale. In realtà si sottovaluta l’influenza che Al-Qaeda riesce ad esercitare nelle scelte della leadership di Hamas, e talvolta anche in quelle di Fatah, talvolta contrarie alla spinta moderata che Abu Mazen vorrebbe imporre.

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