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Verso le elezioni

Iraq, il destino politico di Maliki si gioca tutto sulla questione sicurezza

16 Dicembre 2009

Certezza e incertezza viaggiano di pari passo nell’Iraq di fine 2009. Alla risoluzione di una annosa questione come la concessione dei giacimenti petroliferi nazionali fa da contraltare la riapertura di un problema che si credeva parzialmente risolto: la sicurezza nel Paese.

A seguito dell’accordo per la spartizione dei proventi derivanti dal petrolio (la scorsa settimana si è svolta la seconda asta pubblica per le concessioni), definito dall’Assemblea legislativa dell'Iraq, è venuta meno una delle principali questioni del periodo post-Saddam Hussein. Con le entrate derivanti dalle royalties petrolifere, infatti, il Primo Ministro Nouri al-Maliki, favorito alle prossime elezioni politiche del marzo 2010, conta nel breve periodo di incrementare le risorse destinate al sociale, ma soprattutto di migliorare il livello di sicurezza nel Paese. Sam Parker, Iraq Program Officer al United States Institute of Peace, ha detto in un’intervista concessa al Council of Foreign Relations: “Il miglioramento della sicurezza è il nucleo del programma elettorale di Maliki […] e proprio la questione sicurezza sarà il punto sul quale gli avversari politici lo attaccheranno”.

Le bombe esplose a Baghdad martedì scorso, che hanno ucciso 127 persone e portato alla rimozione del capo delle forze di sicurezza di Baghdad, segnalano chiaramente come la situazione non sia migliorata in maniera sostanziale per la popolazione irachena, nemmeno dopo i reiterati sforzi di rafforzamento dell’apparato di sicurezza compiuti da Maliki dall’inizio dell’anno. Oltre alla capitale, le tensioni maggiori si avvertono nel nord del Paese tra arabi e curdi, a causa del contenzioso, ancora pendente, sullo status di Kirkuk. All’interno della cintura territoriale controllata dal Governo regionale del Kurdistan si verificano situazioni di contrapposizione tra le forze curde ed i militari del Governo centrale, a Khanaqin, Altun, Makhmour, Mosul.

La decisione degli Stati Uniti di riallocare in Afghanistan, dall’estate 2010, parte delle proprie truppe di stanza in Iraq non facilita certo le cose; anzi potrebbe agire come leva per un consolidamento di Al Qaeda nel Paese. Al tempo stesso, alcuni osservatori iracheni, tra i quali  l’attuale consigliere nazionale per la sicurezza Safa Hussein, evidenziano il rischio di una presenza militare troppo massiccia (750.000 tra militari, polizia e altre forze di sicurezza), limitativa per il movimento dei civili e la circolazione del commercio. Come aumentare il livello di sicurezza senza militarizzare il Paese? Un dilemma che dovrà affrontare il prossimo Governo, il quale non è escluso possa chiedere a Washington una revisione dei propri piani militari. L’Iraq non appare ancora in grado di poter gestire autonomamente la sicurezza del proprio territorio.

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