Sabato 4 Febbraio 2012
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Giornalisti arabi coraggiosi

"Jasad", il seme della libertà piantato
in terra libanese

2 Maggio 2009
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C’è un gruppo di giornalisti che, per via di qualche esaltato caduto vittima di una cultura oscurantista, rischia la vita. C’è un gruppo di giornalisti che, oltre a rischiare persecuzioni, denunce, incarcerazioni, processi in sistemi giuridici non esattamente garantisti, sta affrontando una delle maggiori sfide storiche all'interno delle società arabe. Sono i giornalisti della redazione di “Jasad” (Corpo in arabo), rivista patinata appena nata – siamo al secondo numero –, pubblicata in Libano e sempre più diffusa nei paesi arabi. Ma perché Corpo è così importante, e perché i suoi giornalisti sono tanto eroici?

Il sottotitolo recita: «Rivista culturale periodica specializzata nella letteratura, le scienze e le arti del corpo», e, benché sia tutta scritta rigorosamente in arabo, è nelle immagini che si palesa subito la sua carica rivoluzionaria. Per la prima volta in assoluto in un periodico arabo vengono stampate liberamente fotografie di nudi e di particolari anatomici maschili e femminili senza alcun pudore, il tutto a corredo di serissimi articoli di scienza, di costume, e di società. I collaboratori sono intellettuali, scrittori, studiosi, giornalisti arabi, e devono firmarsi col proprio nome. Gli argomenti di volta in volta affrontati appartengono a quella sfera che tange l’erotismo ludico per fare in realtà informazione colta: esattamente quanto di peggio per i tabù di società islamiche ossessionate dal sesso – nell’ultimo numero il tema è “il pene”, con descrizioni, notizie scientifiche, commenti, e molti ritratti espliciti.

Joumana Haddad è la fondatrice, editrice e direttrice; trentottenne, giornalista collaboratrice di molti quotidiani libanesi, coltissima, poliglotta, ha obiettivi ben precisi: «Avrei potuto scegliere di farla in francese, ma ciò che è accettabile nelle lingue europee non lo è in arabo. La scommessa – afferma la Haddad – è proprio quella di far riscoprire l’antica eredità di questa lingua usata in passato per scrivere testi che oggi farebbero arrossire il pubblico più smaliziato» (intervista di Lorenzo Trombetta per Limes). La tiratura aumenta sempre più, arriva in abbonamento in tutto il mondo arabo, compresa la super conservatrice Arabia Saudita, e i suoi lettori sono uomini e donne.

Quindi, temi che in Occidente sarebbero ormai innocui, qui diventano pericolosi: sessualità, erotismo, informazione scientifica, psicologia, cultura varia (recensioni di mostre internazionali, libri e film altrimenti censurati), ma anche denuncia sociale di alcune delle questioni più spinose nell’islam: la violenza sulle donne, l’omosessualità, la pedofilia. In pratica, tra la foto di un seno e l’intervista a uno psicologo, gli scopi di Corpo sono squarciare l’arretratezza culturale delle società arabe iniziando dallo sdoganamento delle tematiche sessuali, le più pregnanti in civiltà bigotte, ma anche le più destabilizzanti per le stesse. Una specie di “operazione Playboy” con cui Hugh Hefner nel 1953 iniziò a scardinare il perbenismo della società americana protestante, facendone emergere l’ipocrita repressione sessuale, esorcizzandola, e provocando così un dibattito culturale libero e consapevole che sarebbe sfociato nella maturazione sessuale della società, e di cui in primis avrebbe giovato in seguito il femminismo occidentale.

Affrancare queste tematiche dalle pruderie clericali permette d’affrontarne molte altre legate ai diritti umani e sociali; al contrario, lasciare tutto sommerso ottiene soltanto la falsa rappresentazione di una società “pulita e morigerata”, mentre al di sotto di questa striscia la degenerazione dell’eros, la sua perversione e violenza, protetta da un’ignorante e ingiustificata verecondia. Ricordiamoci che stupri, discriminazioni, incomprensioni fra sessi e generazioni, provengono sempre dalla repressione culturale. 

Non è un caso che una rivista di tal tenore sia apparsa in Libano, che viene spesso considerato un’oasi di libertà nel retrivo panorama arabo-islamico. In questo c’è una parte di verità, risalente a quando il Libano veniva definito la Svizzera del Medio Oriente. Patria di dissidenti, tribuna per proclami politici, milieu interculturale e religioso, frontiera permeabile alle idee occidentali, nel Paese dei Cedri, tuttavia, siamo ancora ben distanti dalle concezioni libertarie europee. La censura governativa è per il momento un sistema assai repressivo, e le sue mani colpiscono ogni aspetto informativo e culturale. L’istituzione incaricata della censura appartiene nientemeno che alla struttura militare, la Sicurezza Generale, e gli argomenti fra i più pericolosi sono: Israele, la guerra civile, e appunto il sesso.

Film, pièce teatrali, libri, notizie, tutto viene vagliato dall’anacronistica (secondo i criteri occidentali) alleanza tra autorità religiose musulmane, leader politici ex signori della guerra, vertici militari spesso responsabili di crimini. Ecco che allora un barlume di verità partorito attraverso un semplice magazine di sessualità e cultura rischia da un momento all’altro di vedersi decapitato, ed ecco la ragione per cui questi giornalisti sono eroici. Eppure questo è segno che nel mondo arabo-musulmano il seme della libertà c’è, è stato piantato, ed è nostro dovere proteggerlo, aiutarlo a crescere e diffonderlo dove ancora non c’è.

Commenti
erpa
02/05/09 07:57
Tanto di cappello al
Tanto di cappello al coraggio della redazione e dei collaboratori, ma il taglio non mi sembra del tutto condivisibile. Affermazioni come: "Ricordiamoci che stupri, discriminazioni, incomprensioni fra sessi e generazioni, provengono sempre dalla repressione culturale", sono molto discutibili. Sottolineo che quel "sempre" esclude di fatto altre cause per quelle violenze. Tesi di questo tipo rispecchiano non tanto la realtà, quanto teorie di autori come Wilhelm Reich o Carl Rogers: l'uomo è buono per natura e ogni malvagità è originata dalla cultura che, allontanandosi dalla natura, diventa una sovrastruttura repressiva, e, impedendo il naturale soddisfacimento degli istinti, li costringe a manifestarsi in forme perverse. Una tale teoria può rappresentare una visione di speranza per gli iniziatori della rivista, ma come può spiegare, dopo decenni di rivoluzione sessuale, le dimensioni raggiunte da pornografia, pedofilia, pedopornografia, violenze sessuali di gruppo ecc. ecc. nei paesi occidentali? Pienamente d'accordo sul fatto di sottoporre a una analisi razionale i fondamenti di una cultura, però anche le teorie su cui si basa una critica devono essere sottoposte ad una analisi analoga.
Donatella Bertozzi
02/05/09 17:27
corpo playboy e femminismo
bell'articolo, di grande interesse. Su un punto non marginale mi permetto però di obiettare con forza: che con quella che Nardi chiama "l'operazione Playboy" Hugh Hefner abbia iniziato "a scardinare il perbenismo della società americana protestante, facendone emergere l’ipocrita repressione sessuale, esorcizzandola, e provocando così un dibattito culturale libero e consapevole che sarebbe sfociato nella maturazione sessuale della società, e di cui" - e qui veramente sono in profondo disaccordo - "in primis avrebbe giovato in seguito il femminismo occidentale." mi pare tutt'altro che pacifico. A parte che si dovrebbe scrivere "e del quale in primis si sarebbe giovato" (e non "di cui in primis avrebbe giovato"... ma si sa che gli errori di battitura e la fretta a volte colpiscono anche i migliori fra noi) mi sembra che su questo punto Nardi prenda lucciole per lanterne. C'è voluto ben altro che Hug Hefner anche solo per cominciare a scardinare il perbenismo. E comunque il femminismo occidentale (che negli anni Cinquanta aveva alle spalle almeno settant'anni di dibattito internazionale), a quanto mi consta si è semmai violentemente scagliato contro la commercializzazione del corpo della donna contenuta anche in riviste come Playboy. E con pienezza di argomentazioni. Personalmente, senza nulla togliere all'azione - all'epoca commercialmente e culturalmente innovativa - di Hefner (ci vorrebbe forse uno come lui, nell'Italia bigotta di oggi) trovo che l'idea che dell'azione di Hefner si sia poi avvantaggiato il femminismo occidentale sia una tesi storicamente tutta da dimostrare. Dirò di più: in questo contesto mi pare una semplice opinione, discutibile, spacciata per fatto storico. Andrebbe o argomentata (e ovviamente il corpo dell'articolo non era la sede adeguata) oppure, come è prassi, adeguatamente sostenuta da argomentazioni altrui, di necessità contestualmente citate. Così com'è, suona semplicemente falsa. Cordialmente Donatella Bertozzi
Daniela
02/05/09 23:53
liberta' = mercificazione e
liberta' = mercificazione e reificazione del corpo umano, meglio se femminile?!
ABN
04/05/09 13:02
@ Signora Donatella
Non escludo di subire un rimbambimento senile, ma per quanto ne so l'enunciato «di cui avrebbe giovato» è corretto, in quanto "cui" è pronome indicante complementi indiretti, generalmente combinato a una preposizione. Il pronome "quale" è preferibile utilizzarlo in frasi in cui sia soggetto, tuttavia può indicare complementi indiretti se accompagnato da una preposizione. In conclusione sono entrambi accettati. Per quanto concerne, invece, la validità della cosiddetta Operazione Playboy, la mia tesi, come specificato, è di essersi trattato solo di «un inizio di scardinamento di una certa ipocrisia bigotta», senza nulla togliere alle battaglie politiche dei movimenti femministi. Rimango dell'idea che le cose tenute nascoste siano assai più pericolose di quelle disponibili a un dibattito alla luce del sole. Grazie per l'attenzione. ABN
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