La commissione UE non sbaglia quando dice che la corruzione è all’ordine del giorno nel giovane stato del Kosovo. E non solo in Kosovo, ma anche in Albania, Serbia, Bulgaria, Macedonia... molti sociologi locali sostengono che la corruzione è figlia della rottura con il passato comunista, perché il nuovo regime democratico ha delle istituzioni molto deboli nella catena di comando statale. L’obiettivo del prossimo futuro, a Pristina, è quello di rafforzare le strutture statali, ovvero di modernizzarle rispetto ai servizi per i cittadini. Esiste anche un’altra forma di corruzione, un fenomeno carsico, legato alle privatizzazioni, diffuso in altri rami dell'economia, e legato soprattutto alla speculazione edilizia. La mafia albanese si è ispirata a quella italiana per riciclare i soldi sporchi tramite la corruzione nel comparto dell’edilizia. A Tirana, la capitale albanese governata dai socialisti (figli della nomenclatura comunista), c’è stato un vero e proprio scempio degli spazi pubblici, con la costruzione di eco-mostri nel bel mezzo della città. In Kosovo succede più o meno la stessa cosa.
Corruzione a parte, dopo le elezioni la politica kosovara ha ripreso il suo solito tran-tran. Il primo ministro Hashim Thaci e il presidente Sejdiu hanno dichiarato che il Kosovo è ormai uno Stato «indipendente, sovrano e democratico». Resta l’incognita della opinione che la Corte internazionale di giustizia dovrà fornire sulla legalità della dichiarazione di indipendenza kosovara, avvenuta in modo unilaterale, ma con l’assenso di numerosi Paesi. In realtà, più delle antiche chiese ortodosse protette nelle enclave serbe in territorio kosovaro, a Belgrado interessa la materia prima di cui è ricco il sottosuolo del Kosovo, come le miniere nella zona di Mitrovica. In gioco ci sono grandi interessi economici e geo-strategici. Il giornale serbo "Blic" ha scritto che è improbabile che la Corte internazionale di giustizia esprima un parere favorevole alla Serbia, visto che Belgrado continua a non tenere in conto l'autodeterminazione di un popolo e il suo desiderio di autogovernarsi. Sarebbe difficile tornare indietro, in una regione dove le piaghe della pulizia etnica (serba contro i kosovari e il revanscismo kosovaro ai danni dei serbi) sono ancora aperte.
Ci vorrà del tempo per pacificare i Balcani. Nel frattempo il Kosovo continua a godere del sostegno della comunità internazionale. Stati come gli Usa, la Francia, la Germania, l’Arabia Saudita, e altri Paesi appoggiano apertamente Pristina dopo averne riconosciuto l’indipendenza; altri, come la Russia, la Repubblica Popolare cinese o la Spagna, restano avversi alla nuova Repubblica balcanica per motivazioni diverse, ma soprattutto perché temono che anche le proprie minoranze etniche possano sollevarsi in nome del diritto alla autodeterminazione dei popoli. In realtà, secondo alcuni osservatori, il Kosovo è una costola della identità albanese; kosovari e albanesi parlano la stessa lingua, hanno la stessa cultura, le stesse tradizioni, e vogliono entrambe vivere nell’Unione Europea senza fondersi in una “Grande Albania” come temono in molti.
Un ultimo aspetto che va evidenziato parlando della nuova entità statuale kosovara è la penetrazione sempre più ampia del wahhabismo, una denominazione fondamentalista islamica che però, dicono i più ottimisti, appare un problema meno grave rispetto ad altri quali la criminalità mafiosa, la corruzione degli apparati dello stato, l’autoritarismo dei leader… In realtà, nella definizione della loro nuova e complessa identità etnico-religiosa (le minoranze serbo-ortodosse, la lenta diffusione del cristianesimo) i kosovari hanno accettato un “patto col diavolo” wahhabita. Detto questo, bisogna prendere con le molle le notizie che raccontano di sceicchi arabi pronti a costruire centinaia di nuove moschee nel Paese, e questo perché – a differenza di altri popolazioni di fede musulmana – i kosovaro-albanesi vivono la fede come un fatto privato e, in ogni caso, come qualcosa che viene dopo il “sentimento patrio”. All’epoca della dominazione turca, i chierici cattolici, musulmani, bektashi avevano come slogan “per la patria e per la fede”...



La signora Di Lellio aveva
magari !!
tutta colpa dell'Occidente
Accuse senza prove
Contro la concorrenza sleale ai cristiani
SI SCIOLGA LA UE
secondo me queste sono
per Marco
La Corte internazionale di giustizia
...non vedo l'ora di vivere