Venerdì 10 Febbraio 2012
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Il nodo delle relazioni con il Cremlino

L'ambasciatore Usa avverte l'Italia: "Dipendenza energetica, un rischio"

intervista David H. Thorne di

Maurizio Caprara

19 Settembre 2009
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David H. Thorne

«L’ho detto davvero?», risponde con aria scherzosa David H. Thorne, il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, quando si sente domandare a quali posizioni si riferiva davanti alla Commissio­ne Esteri del Senato americano. «Anche se Usa e Italia cooperano strettamente su numerosi temi, ci sono, comunque, alcune posizioni della politica estera italiana che con­tinuano a preoccuparci», aveva fat­to presente ai senatori il 16 luglio, prima del via libera parlamentare al suo incarico, questo finanziere dai modi tutt’altro che rampanti.

Voce mai troppo alta, portamen­to sobrio, lampi di spirito qua e là anche in un discorso serio, Thorne ha già vissuto in Italia negli anni ’50 e ’60. Nel suo modo di fare si ri­conoscono i tratti di un’ élite di de­mocratici americani legati all’Euro­pa dei quali i Kennedy erano un pro­totipo. Adesso che a Roma Thorne è tornato per rappresentare l’Ammi­nistrazione di Barack Obama, il Cor­riere ha cercato di capire come la pensa. A differenza di luglio, attual­mente il finanziere è un diplomati­co, e spesso lo è il suo linguaggio. Ma in oltre un’ora nel suo ufficio di via Veneto, nella prima intervista da ambasciatore in Italia, è apparso chiaro che tra i suoi obiettivi rien­tra quello di evitare che il nostro Pa­ese dipenda troppo dalla Russia per la fornitura di gas e petrolio.

A quali posizioni della politicaestera italiana si riferiva quando parlava di preoccupazioni, amba­sciatore?
«Con i giornalisti, se lasci un pic­colo spiraglio aperto nella porta di­venta un salone... La verità è che l’intreccio di relazioni tra Usa e Ita­lia è così ricco che il dialogo è conti­nuo, fluente. Verranno fuori cose da discutere, ma in cordialità e con voglia di trovare soluzioni. A qua­lunque cosa stessi alludendo, non potevamo dire 'Siamo perfetti'. Dai miei primi incontri con il presiden­te Giorgio Napolitano, Gianfranco Fini, Renato Schifani e altri noto un senso di grande cooperazione».

Tra gli appuntamenti elencati ne manca uno con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
«Lo incontrerò venerdì. Ho già vi­sto il sottosegretario Gianni Letta, è stato mio primo colloquio».

Non è che tra le materie che pre­occupano gli Stati Uniti c’è l’inte­resse del governo italiano, di Ber­lusconi, per l’oleodotto South Stre­am, caro alla Russia, invece che per il Nabucco?
«Va considerato tutto in un con­testo ampio. Una delle più grandi preoccupazioni della politica ameri­cana è la dipendenza energetica del­l’Europa. Che non dipenda da una sola fonte e che le diversifichi: Nord Africa, Iran, Russia... L’Italia è in procinto di riprendere il suo pro­gramma nucleare, ne ho parlato nei miei incontri e mi pare ci sia un in­teressante impegno del governo a farlo. Al Dipartimento di Stato, nel governo americano il timore riguar­da l’Europa, non solo l’Italia».

Il governo italiano ha rapporti stretti con Muammar el Ghedda­fi...
«Frecce tricolori», interviene l’ambasciatore riferen­dosi alla squadriglia acrobatica a Tripoli per l’anniversario del colpo di Stato del Colonnello.

Già, anche. Che ne dicono a Washington? Rapporti troppo stret­ti, talvolta?
«Occorre ancora guardare a un contesto più ampio. Gli Usa sono contenti che la Libia rientri nella comunità internazionale e abban­doni il terrorismo. Inco­raggiamo i progressi in questo senso. Sappia­mo che l’Italia ha da tan­to strette relazioni con la Libia, dalla quale rice­ve energia. L’accoglien­za libica ad Al Maghrai (agente segreto condan­nato per la strage di Lockerbie e rila­sciato dalla Gran Bretagna, ndr) non è stata un bello spettacolo, ha risollevato vecchi problemi».

Vi aspettate di più dal nostro Pa­ese per l’Afghanistan?

«I vostri carabinieri sono bravis­simi, ammiriamo ciò che fate. L’ar­gomento richiede capacità di gui­da, leadership , avere militari lì non è necessariamente popolare, ma nei miei incontri ne ho riscontrate. In Afghanistan le cose potrebbero peggiorare, l’Italia è un forte alleato e ci aspettiamo che continui».

E sull’Iran che vi aspettate?
«Siamo preoccupati che sviluppi armi nucleari e preoccupati di gesti­re le relazioni con l’Iran in un fron­te unito. Vogliamo essere certi che tutti, Italia compresa, partecipino compatti a questa gestione».

Evitando di compiere passi da soli?
«Sì, la comunità internazionale sta agendo insieme e dobbiamo agi­re insieme».

Ambasciatore, che cosa ricorda di più dell’Italia vista da ragazzo?
«Sono riandato nella mia scuola, l’American Overseas sulla Cassia. Non sono tornato nella mia casa perché è diventata l’ambasciata del­la Cina. Quando l’ambasciatore ci­nese mi inviterà ci andrò volentie­ri. Ho bei ricordi di Porto Ercole. I moli erano diversi, non c’era anco­ra il porto di Cala Galera, avevamo casa ad Ansedonia...».

Spesso si ricorda che lei è stato cognato di John Kerry, presidente della commissione Esteri del Sena­to, prima che lui e sua sorella di­vorziassero. Nessun imbarazzo, in luglio, nell’essere esaminato da una commissione che nel resto delle sedute è presieduta da un ex parente, comunque da un amico?
«No. E sono tuttora suo cognato. Kerry mi ha presentato, mi ha ab­bracciato e, per correttezza istituzio­nale, è uscito. Non ero imbarazzato perché alla seduta non c’era. Io e il senatore Kerry siamo come fratelli da 45 anni, dal college . Abbiano fat­to i militari insieme in Vietnam, sia­mo stati fra i tori di Pamplona e...».

E?
«Non le dico altro, sennò i diplo­matici che stanno qui mi mettono la museruola. Di sicuro Kerry mi ha aiutato, ma per me è un onore. Sua figlia, mia nipote, si sposerà tra due settimane e andrò al matrimonio. Mi dispiace solo che mia sorella ge­mella non ci sia più, e che non po­trà esserci».

© Corriere della Sera

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