Nella corsa all’oro (nero) iracheno, i protagonisti più attesi sono rimasti ai blocchi di partenza. Gli americani sono intervenuti, ma senza partecipare in modo tangibile, alla gara d’appalto che si è svolta presso il Ministero del Petrolio di Baghdad tra venerdì 11 e sabato 12, per l’assegnazione di 15 giacimenti petroliferi, da attribuire attraverso 10 contratti. Complessivamente erano in palio 41, 3 miliardi di barili di riserve, pari a un terzo del totale iracheno.
Si tratta della seconda gara d’appalto di questo tipo, che segue quella del 30 giugno 2009, quando fu assegnato solo uno degli otto giacimenti in palio, quello di Rumalia, al consorzio anglo-cinese BP-CNPC. Questa volta su 10 contratti ne sono stati assegnati ben sette. Rappresentanti di 45 compagnie petrolifere provenienti da tutti i continenti si sono sfidati nel corso della due giorni, trasmessa in diretta dalla tv di stato, per accaparrarsi lo sfruttamento ventennale di giacimenti ad oggi solo parzialmente o non del tutto sfruttati.
Nella prima giornata il colpo grosso lo hanno fatto la Royal Dutch-Shell e la Petronas, che si sono aggiudicate la gestione e lo sviluppo del mega-pozzo petrolifero di Majnoon, nel sud-est dell’Iraq, uno dei più grandi al mondo tra quelli ancora vergini, con i suoi 12,6 milioni di barili di riserve. La joint venture anglo/olandese-malese ha avuto la meglio sulla coppia franco-cinese Total-CNPC proponendo una commissione per barile di 1,39 dollari e impegnandosi a portare la produzione a 1,8 milioni di barili al giorno: il doppio di quanto previsto dall’Iraq.
Il secondo giacimento assegnato nella prima giornata è stato quello di Halfaya (4,1 milioni di barili di riserve), situato anch’esso nel sud del Paese, che ha visto la riscossa dei cinesi di CNPC, capofila di un consorzio che li vede partecipare al 50 per cento, con Total e Petronas al 25 per cento ciascuna. Halfaya è stato conquistato prevalendo su una concorrenza agguerrita, formata da tre consorzi di cui uno a guida ENI - ne facevano parte anche l’angolana Sonangol, la cinese CNOOC, la sudcoreana Kogas, e la statunitense Occidental -, proponendo una commissione di 1,40 dollari al barile e una produzione di 535 mila barili entro 6 anni.
Nella giornata di sabato i grandi protagonisti sono stati la russa Lukoil e la norvegese Statoil, che, partecipando con quote rispettive dell’85 per cento e del 15 per cento, si sono aggiudicate il giacimento di West Qurna 2, che conta su riserve pari a 12,9 milioni di barili. Le due compagnie aumenteranno la produzione di 1,8 milioni di barili al giorno. Per quanto riguarda le altre assegnazioni, il campo di Gharaf è andato alla Petronas, quelli nel nord di Najmah e Qaiyarah alla Sonangol,e Badra alla russa Gazprom. Accanto ai giacimenti assegnati, ci sono stati anche quelli che non hanno visto né vincitori né vinti perché nessuno se lì è aggiudicati. O meglio, nessuno ha voluto aggiudicarseli e le ragioni vanno cercate nel fattore sicurezza. Evidentemente le compagnie petrolifere hanno ritenuto troppo pericoloso andare ad operare in aree ancora ad alto rischio.
E gli Stati Uniti? Nella due giorni di Baghdad le compagnie petrolifere a stelle e strisce sono rimaste ai margini della contesa. Un fatto sorprendente, ma che non necessariamente significa sconfitta o scarso interesse a operare nel paese che vanta, con 115 miliardi di barili stimati, la terza riserva petrolifera del mondo dopo Arabia Saudita e Iran. Va rilevato, infatti, che l’assegnazione dei giacimenti non avviene soltanto attraverso il meccanismo della gara d’appalto. Lo dimostrano i casi dei giacimenti di Zubair e West Qurna 1, la cui ratifica di accordi per lo sfruttamento è avvenuta dopo l’asta del 30 giugno scorso. Ad aggiudicarseli furono, rispettivamente, un consorzio guidato dall’ENI e uno di cui facevano parte l’americana Exxon Mobil e la Royal Dutch-Shell. Ciò sta a significare che le carte giocate sono state molte, ma non tutte. Intanto il ministro del petrolio iracheno Hussein al-Shahristani ha annunciato che, grazie allo sfruttamento di questi e altri nuovi giacimenti, la produzione di petrolio irachena passerà in 6 anni a 12 milioni di barili al giorno, avvicinandosi molto alla quota russa. Un salto di qualità significativo che esprime la volontà dell’Iraq di gettare la maschera, immettendo sul mercato quello che è il suo vero potenziale energetico.


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