In un editoriale apparso sul Corriere della Sera di sabato 13 giugno, commentando la débacle dei partiti di sinistra alle recenti elezioni europee, Piero Ostellino conclude che i cittadini comunitari hanno bocciato la socialdemocrazia perché ne respingono le ricette per uscire dalla crisi. La natura e la portata dello tsunami che ha colpito l’economia mondiale, il comportamento “disinvolto” di centri finanziari e imprese che lo ha provocato, aveva fatto dire a esperti e governanti che fosse giunto il momento di introdurre più Stato nel mercato, di instaurare forme di regolamentazione e controllo del capitalismo selvaggio.
Bocciando la socialdemocrazia, a detta di Ostellino, i cittadini europei hanno bocciato qualsiasi soluzione di stampo keynesiano (o, peggio ancora, dirigista) alla crisi e si sono mostrati più saggi dei soloni di turno. Più Stato nell’economia vuol dire più spesa pubblica e, di conseguenza, più tasse o più debito: a farne le spese, presto o tardi, sono comunque i contribuenti.
Ma è davvero così? La spiegazione di Ostellino, pur valida, è anche esauriente? Tra le proposte della socialdemocrazia europea figura il sostegno alle fasce sociali più deboli, a vecchi e nuovi disoccupati, ai lavoratori minacciati dall’erosione del reddito, e questo di per sé non può alienare il favore dei cittadini. Quanto all’intervento statale, esso non significa solo aumento del debito pubblico o della tassazione e crescita inevitabile degli sprechi e delle inefficienze. Oltre che economico, l’intervento statale può essere normativo: agendo nei panni di operatore economico e soprattutto di legislatore, lo Stato può cercare di correggere le distorsioni del mercato e le anomalie redistributive, può favorire lo sviluppo della concorrenza, della ricerca e dell’innovazione, può riportare le banche al compito originario di finanziare l’economia reale dissuadendole dal comportarsi come “imprese finanziarie” a caccia di utili. Almeno questo i cittadini se lo aspettano da qualunque governo.
Il punto è un altro. Nella maggior parte dei Paesi europei, dove sono al governo, i partiti di destra stanno facendo a loro modo più o meno quello che farebbe la socialdemocrazia. Con qualche differenza e molti punti di contatto tra Stato e Stato, sostengono le imprese e i lavoratori, cercano di disciplinare il sistema bancario, si adoperano per rilanciare al più presto l’economia. L’unica, non trascurabile eccezione è forse rappresentata dalla carenza di riforme strutturali, che tuttavia non hanno un impatto immediato sulla vita e le intenzioni di voto dei cittadini.
Il voto di giugno non può essere interpretato come una mozione di sfiducia verso la regolamentazione del mercato e il ruolo dello Stato nell’economia. Semplicemente, più che vagheggiare miracolose panacee, gli elettori hanno mostrato di essere (abbastanza) soddisfatti dalle risposte date dai governi di destra. Le hanno approvate o quantomeno hanno deciso di stare a vedere.
C’è di più. Agli occhi dei cittadini europei, i partiti di sinistra appaiono gravati da un disincanto fatale nei confronti del socialismo o, al contrario, da una pregiudiziale ideologica che condiziona molto meno i loro avversari. Così essi perdono voti sia a sinistra che al centro. I partiti di destra, invece, hanno dimostrato di essere più flessibili e “operativi”. Hanno usato la socialdemocrazia per introdurre “correttivi” al libero gioco del mercato senza indulgere a quello spirito di “assalto alla diligenza” che talvolta caratterizza le forze di sinistra, senza agitare grimaldelli per scardinare il modello capitalista e instaurare un presunto nuovo ordine economico.
Nessuno ragionevolmente crede più che le sinistre europee possano coltivare un progetto “massimalista”, che covino intenti punitivi verso il capitalismo e il mercato, ma non si può negare che certe pulsioni, eteree e vaganti come spettri, lasciano uno strascico nelle ricette economiche di una parte almeno della grande famiglia socialdemocratica. Nel rapporto col mercato e i suoi protagonisti, specie col mondo imprenditoriale che è al centro della crisi, le destre mantengono qualche lunghezza di vantaggio. Inoltre, siccome l’intervento statale è in linea di principio contrario alla loro cultura di riferimento, esse offrono maggiori garanzie di evitare abusi e sovradosaggi. Per non dire del fatto che, a parte l’economia, le ricette politiche della destra (in tema di immigrazione, sicurezza, modello sociale e richiamo a un “sano conservatorismo”) risultano più convincenti o almeno più vicine all’umore della gente.
Ma forse il declino della socialdemocrazia ha radici più profonde. In tutta Europa i partiti di sinistra sembrano affetti da un inguaribile intellettualismo e un malcelato senso di superiorità, da una tendenza a “filosofeggiare”, a concepire una infallibile “filosofia della storia”, a incardinare la realtà entro una griglia di categorie astratte e precostituite. Nel cercare la quadratura del cerchio, la formula politica perfetta, nell’inseguire a tutti i costi la bandiera del “riformismo” e del “progressismo”, le sinistre hanno perso contatto con la gente, si sono staccate dal loro popolo e forse perfino dalla realtà.
Di recente l’onorevole D’Alema ha affermato che la politica non si fonda su schemi di pensiero o sulla vocazione messianica di qualche molto umano leader di partito, ma su progetti concreti; essa non è il luogo dello scontro ideologico ma della sintesi intorno a formule e proposte “aggreganti”. Un’analisi condivisibile e un’ammirevole dichiarazione di intenti, non c’è che dire; e tuttavia, a sinistra, ancora una pia illusione. I cittadini europei pare se ne siano accorti.

