Secondo un’analisi della CGIA di Mestre l’indebitamento medio delle famiglie italiane (che comprende l’accensione di mutui per l’acquisto della casa, i prestiti per l’acquisto di beni mobili, credito al consumo, finanziamenti per la ristrutturazione di beni immobili, etc.) ha toccato nel dicembre del 2007 i 15.765 euro; secondo la stessa fonte tra il 2001 e il 2007 il debito delle famiglie è più che raddoppiato.
Il dato fornito è piuttosto “grezzo” e si presta a interpretazioni di segno opposto. In linea di principio la possibilità di indebitamento costituisce un elemento positivo di un economia perché consente di smussare le fluttuazioni cicliche del reddito e stabilizzare quindi i consumi e il benessere.
Senza la possibilità di indebitarsi, in altre parole, a fronte di una caduta inattesa e temporanea del reddito - ad esempio in seguito a una malattia - le famiglie sarebbero costrette a tirare la cinghia in attesa che il loro reddito torni a livelli “normali”; in presenza di mercati finanziari efficienti, invece, la famiglia può finanziare la temporanea caduta di reddito con l’indebitamento.
Il problema ovviamente risiede nella capacità di valutare quale sia il livello di indebitamento sostenibile alla luce delle aspettative di reddito del debitore. Purtroppo il dato fornito dalla CGIA non dice nulla su quanto sia cresciuto il valore del debito rispetto al reddito delle famiglie indebitate e al loro patrimonio reale e finanziario. Per altro sappiamo che la storia dei mercati finanziari è piena di episodi di eccessivo indebitamento in cui sia i debitori, sia i creditori si sono fatti prendere la mano da valutazioni ottimistiche in merito alla capacità di ripagamento; la recente crisi dei mutui sub-prime ne costituisce l’esempio più vistoso.
Altro elemento essenziale per valutare la “pericolosità” del crescente indebitamento delle famiglie sarebbe di conoscere se tale debito sia stato acceso per finanziare consumi o investimenti (acquisto di una casa, macchinari per un’attività imprenditoriale ecc.). La valutazione sarebbe più preoccupante nel primo caso e meno nel secondo.
Il giudizio su tali dati deve quindi essere cauto è accompagnato dalla consapevolezza che nel nostro paese il livello di “finanziarizzazione” del sistema economico è ancora inferiore a quello prevalente presso gli altri principali paesi industriali. Forse la crescita del debito non è poi così male.



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