Venerdì 10 Febbraio 2012
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Ritorna il vero "W"

L’agenda della libertà di Bush riparte da Dallas, Texas. Con tutti i fedelissimi

16 Aprile 2009

Quando il 20 gennaio scorso aveva lasciato Capitol Hill a bordo di un elicottero dei marines, George W. Bush scelse Dallas per tornare a vita privata. Per qualche mese è sparito dalla circolazione ma non ha perso la sua genuina stravaganza. Il 23 febbraio si era presentato in un negozio della città – la terza area economica metropolitana degli Stati Uniti meridionali – chiedendo di essere assunto; il titolare ha strabuzzato gli occhi offrendogli un incarico altroché se rispettabile.

Dallas non è solo la patria di Chuck Norris, il campione di karate e botteghini. E’ anche il luogo dove venne assassinato il presidente Kennedy. Obama è riuscito a conquistarne la Contea ma non a slacciare la cinghia della “cintura repubblicana”, il cuore pulsante di rosso degli Usa: il Texas. Bush è un uomo troppo giovane per mollare la sua Freedom Agenda e intende costruire una biblioteca e un museo che ne ricorderanno l’eredità mostrandone l’attualità (ci sarà posto anche per la sua Fondazione e per un centro di studi politici). Il complesso si estenderà nel campus della Southern Methodist University. La base storica del suo elettorato religioso, che gli consegnò le chiavi della Casa Bianca, sembra appoggiarlo ancora.

Il direttore del centro potrebbe essere Karl Rove, che ha detto di Obama: “E’ il tipico personaggio da country club che sorseggia Martini con una sigaretta tra le dita, poggiato alla parete, spettegolando su tutti”. Rove adesso vive girando per scuole e università americane dove viene puntualmente contestato; scrive per il "Wall Street Journal" e fa l’analista politico di "Fox News". Il regista John McTiernan, quello di Die Hard, sta girando The Political Prosecutions of Karl Rove, l’ennesima polpetta avvelenata sul consigliere di Bush. La trama: Rove dà vita a una non meglio identificata “Società Federalista” con l’obiettivo di intimidire e far cadere in disgrazia i Democratici negli swing states, grazie alla complicità dei giudici e delle corti repubblicane.

Quando uno studente della SMU ha chiesto a Bush se aveva visto “W” di Oliver Stone, lui ha risposto no che non l’ho visto. La sua vecchia amica e confidente Karen Hughes spiega che il presidente preferisce pensare alle sue di memorie. Concentrarsi sui principi e i valori che non lo hanno più abbandonato dopo che rinacque spiritualmente: libertà, responsabilità. Alla riunione di ieri a Dallas c’erano anche Michael Gerson, l’autore della maggior parte dei discorsi di Bush, e l’ex segretario di stato Condoleezza Rice. Non c’era Cheney.  

In un’epoca gravida di conseguenze serve una visione per il futuro, si legge sul sito del George W. Bush Presidential Center. Per adesso ha raccolto 300 milioni di dollari. Nei piani ci sono la lotta alla malaria e all’Aids in Africa ma anche il sostegno alle famiglie dei soldati caduti sui fronti della guerra al Terrore. Il museo ospiterà dei pannelli per illustrare i “punti decisivi” della presidenza, con una “presentazione onesta” delle scelte che Bush si trovò ad affrontare dallo stupore dell’11 Settembre in poi.        

Quando il nuovo centro all’interno della SMU sarà completato diventerà la seconda biblioteca presidenziale dopo quella di Reagan in California.

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