Stretto tra il Golfo persico, il Pakistan, l’Afghanistan e le ex Repubbliche sovietiche, l’Iran occupa nello scacchiere internazionale una posizione strategica che l’ha sempre definito come un Paese cruciale sia negli equilibri commerciali tra Est e Ovest, sia nelle relazioni geopolitiche mondiali. Ad oggi l’Iran vive una stagione drammatica, ma essenziale all’affermazione e alla maturazione delle sue istituzioni democratiche: la crisi scoppiata dopo la dubbia riconferma di Ahmadinejad ha gettato la popolazione tra le tenaglie di una rappresaglia feroce e spietata di cui Neda Soltani, la studentessa 23enne uccisa dai colpi di un cecchino durante una delle manifestazioni dei giorni scorsi, è diventata simbolo.
Nonostante la conferma della correttezza del voto da parte del Consiglio dei Guardiani iraniano, dopo il riconteggio del 10% dei voti, e il progressivo ritirarsi di quanti avevano appoggiato le sommosse cavalcate da Mousavi, pur sempre parte di un establishment che ha governato per 30 anni l’Iran con il pugno di ferro, qualcosa sta cambiando. In una Repubblica Islamica in cui le donne non solo votano dal 1969, ma nella quale, prima della rivoluzione khomeinista, godevano di una certa libertà che consentiva loro di condurre una vita sociale piena e degna di essere chiamata tale, sono state proprio loro, assieme agli studenti universitari di cui rappresentano il 65%, a condurre una protesta che mostra ormai il volto dell’insofferenza verso un regime fondamentalista e intransigente.
Questi giovani rappresentano una generazione colta, informata e globalizzata che ha ampiamente dimostrato di sapere portare avanti la propria lotta contro l’oscurantismo attraverso un appello alla mobilitazione che è rimbalzato da un angolo all’altro della Rete: per questo il regime ha pianificato, coordinato e attuato un brutale screening delle informazioni internet, non solo tagliando le linee telefoniche e l’accesso a Youtube, ma intromettendosi nei profili degli utenti dei principali siti di social networking per spacchettare e monitorare il flusso di informazioni tra i cittadini.
Siamo quindi in presenza di una crisi internazionale che assume contorni nuovi e su cui è difficile fare previsioni: se, da una parte, una vera e propria guerriglia viene giocata per ammutolire e annientare la comunicazione attraverso i nuovi media, dall’altra, i centri di potere iraniano sembrano orientati a fare rientrare nei ranghi le proteste della popolazione. In tale contesto la voce della comunità internazionale è stata fin troppo timida non solo di fronte a palesi brogli elettorali, ma anche alla scioccante violazione dei diritti civili dei suoi cittadini e allo sberleffo di libere elezioni democratiche.
Proprio in questi giorni il mondo politico ha fortemente stigmatizzato il comportamento del Governo iraniano e ha dichiarato non solo possibili sanzioni, ma ha anche indicato l’esigenza di una condanna più incisiva da parte dell’Unione Europea, condanna che mi vede in pieno accordo e che mi ha portata ad intervenire più volte in Parlamento, chiedendo anche l’istituzione di una commissione internazionale di inchiesta per chiarire le orribili colpe di un governo che ha paura di essere defenestrato e che, pur riconoscendo un deficit di legittimazione, non può mostrarsi debole verso l’opinione pubblica nazionale ed internazionale.
La posizione intransigente che ha portato all’arresto di funzionari iraniani dell’ambasciata britannica a Teheran accusati di aver fiancheggiato le manifestazioni contro Ahmadinejad, fa parte di un braccio di ferro diplomatico che mira a produrre e veicolare simboli di terrore da sventolare non solo davanti al popolo iraniano, ma di fronte a tutta la comunità internazionale come monito a chi osi interferire nelle questioni interne. Fino ad ora l’America di Barack Obama si è dimostrata molto cauta, ben consapevole di quale peso rivesta l’Iran e di che orribile pericolo possa rappresentare per il mondo intero.
Ma gli Stati Uniti di Obama hanno cambiato rotta e dopo il discorso del Presidente all’Università de Il Cairo, che avevo accolto inizialmente con un certo scetticismo, successivamente scemato, il grande nemico dell’Islam non esiste più. D’emblèe, con un intervento cesellato e retoricamente impeccabile, Obama non ha solo saputo spazzare via le nubi di un profondo sentimento antiamericano, ma ha gettato le basi per un rinnovato dialogo. Qualche dubbio invece resta per quanto riguarda i diritti delle donne.
Ed allora, se il nemico non c’è più, se i giovani iraniani vogliono riprendere in mano le sorti delle loro vite, se il fronte interno iraniano mostra le prime crepe, è il regime che ha paura. Così, al di là di ogni feticcio ideologico, l’assenza al G8 risuona più come una necessità che come una provocazione: volare in questo momento lontano dal Paese è una mossa che Ahmadinejad sa di non potersi permettere se non vuole creare le giuste condizioni per un colpo di stato. Per questo ha anche disertato l’incontro previsto in Libia al Summit dell’Unione Africana.
Alla luce di questi fattori è essenziale che tutta la comunità internazionale si faccia sentire condannando fermamente la crisi democratica in atto a Teheran: non è sufficiente appuntare al petto fiocchetti verdi come segno folkloristico di una solidarietà che rischia di fermarsi ad un piano puramente formale.
Mentre Ahmadinejad ha affermato che i "complotti orditi dai nemici che volevano rovesciare il sistema" islamico in Iran sono stati sconfitti e che è ora determinato a fare uso di tutte le sue capacità per "distruggere l'egemonia globale". il quotidiano riformista Etemad Melli riferisce che tra i molti attivisti arrestati negli ultimi giorni, in retate effettuate parallelamente agli arresti dei manifestanti in piazza, vi è anche Mohammad Mostafai, un avvocato che si batte contro la pena di morte per gli imputati minorenni e già difensore della pittrice Delara Darabi, giustiziata lo scorso 2 giugno.
C’è bisogno di azioni concrete, c’è necessità che venga avviato un dialogo trasparente con le rappresentanze diplomatiche straniere e che vengano accolti osservatori internazionali, anche in vista di temibili processi sommari: non lasciamo gli iraniani soli. Non abbandoniamoli al loro destino.
*Souad Sbai è deputata del Pdl

