Mercoledì 23 Maggio 2012
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Il nodo iraniano

La politica delle "mani tese" rappresenta una minaccia per Israele?

9 Maggio 2009
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L’amministrazione Obama rappresenta una minaccia per la sicurezza di Israele? In occasione delle recenti elezioni presidenziali, sono molti gli analisti che hanno dibattuto intorno a questo tema. A riprenderlo sull’ultimo numero di “Commentary Magazine” – in concomitanza con la scadenza dei primi 100 giorni di Obama alla Casa Bianca – è ora Norman B. Podhoretz, tra i massimi esponenti del pensiero neoconservatore.

Podhoretz ricorda innanzitutto due passate frequentazioni del presidente, origine delle prime apprensioni da parte degli ebrei: Jeremiah Wright e Rashid Khalidi. Reverendo il primo e professore della Columbia il secondo, i due sono accomunati da una buona dose di odio anti-israeliano e da una grande vicinanza con Barack Obama: Wright ha sposato il neopresidente, mentre Khalidi lo avrebbe influenzato sul piano politico e intellettuale. Col passare dei mesi però, ricorda Podhoretz, “Obama si è distaccato da entrambi e ha ripudiato le loro idee”. E l’operazione è perfettamente riuscita: il 78% degli ebrei americani ha votato per il candidato democratico, anche grazie al supporto di intellettuali liberal vicini ad Israele come il celebre giurista di Harvard Alan Dershowitz.

Conquistata la fiducia degli ebrei votanti, resta ora aperta la questione israeliana: e sarà proprio sul fronte dei rapporti con Gerusalemme, assicura Podhoretz, che emergeranno le maggiori distanze tra Obama e l’ex presidente George W. Bush. Nel corso del suo primo mandato, Bush è stato il più grande alleato di Israele: a costo di mettersi contro le Nazioni Unite, negli ultimi anni Washington ha difeso lo Stato ebraico anche nelle sue scelte più contestate (tra cui la costruzione del muro e di check point contro il terrorismo). E questo sostegno è presto spiegato: secondo Bush, infatti, “gli israeliani combattono contro lo stesso nemico che ha dichiarato guerra agli Stati Uniti l’11 settembre 2001”. 

Con Obama – che da presidente eletto, in merito all’operazione Piombo Fuso a Gaza, ha comunque sostenuto il diritto all’autodifesa di Israele – questo atteggiamento potrebbe cambiare. A distinguere il vecchio dal nuovo presidente, sul fronte israelo-palestinese, è un’idea di fondo: secondo Bush, l’origine di tutti i mali sta in una leadership palestinese collusa col terrorismo (ai tempi di Arafat) e successivamente alla deriva (in seguito alla presa della Striscia di Gaza da parte dei militanti di Hamas); l’approccio di Obama, invece, sarebbe più simile a quello europeo: il problema originario non riguarderebbe infatti i palestinesi, quanto piuttosto gli insediamenti israeliani nel West Bank, vero ostacolo ad ogni trattativa.

Ma la presunta “minaccia Obama” per Israele non riguarda i suoi rapporti con i palestinesi: secondo Podhoretz – che non dimentica tutte le occasioni sprecate dai palestinesi, dalla risoluzione dell’Onu del 1947 al ritiro israeliano da Gaza nel 2005 – Israele, imparata la lezione di Gaza, non ritirerà mai 20.000 coloni dal West Bank, così come la leadership palestinese non giungerà mai ad un accordo tra Fatah ed Hamas per negoziare la pace con lo Stato ebraico. In che modo, allora, il neopresidente potrebbe minacciare la sicurezza di Israele? In merito, l’intellettuale neoconservatore non ha dubbi: optando per una linea morbida nei confronti dell’Iran.

A dispetto delle previsioni della Cia, infatti, “un numero di esperti sempre maggiore si dice d’accordo con i capi dell’intelligence militare israeliana, secondo cui gli iraniani avrebbero già varcato la soglia del nucleare”. Ma a fronte di una situazione tanto esplosiva, l’amministrazione Obama ha scelto la via della diplomazia – prima attraverso l’apertura di un dialogo con la leadership iraniana, risoltosi con una pubblica umiliazione, poi attraverso la mediazione siriana. Un dialogo che Podhoretz reputa del tutto fallimentare: “Presto o tardi, l’Iran otterrà la bomba”, scrive, ed escludendo la possibilità di un’azione militare l’amministrazione americana si starebbe preparando all’ipotesi “di convivere con un Iran nucleare”. A garanzia della stabilità interverrebbe la logica della deterrenza, già sperimentata con successo nel corso della guerra fredda: peccato però che questa logica sia ben lontana dalla follia che governa il regime teocratico degli ayatollah.

Un Iran dotato di bomba atomica – come proclama da tempo il premier israeliano Netanyahu – rappresenta oggi la più seria minaccia alla sopravvivenza di Israele: e posto che gli Stati Uniti non bombarderanno Teheran, il “lavoro sporco” ricadrebbe necessariamente sull’aviazione israeliana. E si situa qui, secondo Podhoretz, la più grande minaccia per Israele: l’amministrazione Obama sembra infatti orientata “a impedire che gli israeliani agiscano per conto loro”, condannandoli a convivere con un Iran atomico. Il 18 maggio, quando Netanyahu incontrerà Obama alla Casa Bianca, i temi sul tavolo saranno molti; ma a dispetto dei palestinesi, il primo punto all’ordine del giorno sarà la corsa di Teheran verso la bomba.

 

Commenti
mj23
09/05/09 12:05
minaccia per Israele?
Ma di cosa stiamo parlando? Israele ha tutti i mezzi e tutte le forze per sconfiggere chiunque, figuriamoci se le politiche di Obama possono rappresentare un pericolo! Ma vogliamo essere un po' seri ogni tanto? Qui si dice che Bush è stato il più grande alleato di Israele, il che probabilmente è vero, ma tuttavia si omette che per la stabilità dell'Europa il periodo di Bush è stato assolutamente deleterio. Ha distrutto tutto ciò che di buono si era creato nei rapporti tra l'Europa e la Russia, ha generato instabilità in Ucraina, sul Baltico, nel Caucaso e nei Balcani, ha diviso nuovamente l'Europa in due parti contrapposte. Noi siamo europei, non israeliani o americani. Il nostro interesse primario deve essere che gli Stati Uniti la finiscano una buona volta di fomentare le divisioni tra di noi. Ergo, a me non importa nulla se Bush è stato il miglior alleato di Israele mentre Obama è un po' più critico verso Israele (il che è ancora tutto da dimostrare). A me importa che gli Stati Uniti la finiscano di guardare noi europei dall'alto verso il basso, comandandoci a bacchetta e coinvolgendoci nelle loro beghe internazionali che molto spesso loro stessi hanno contribuito in primis a creare. Saluti.
andy
10/05/09 11:21
ha ha ha
Che risate! La politica di Israele è, se mai, un PERICOLO per la PACE nel mondo. Israele odia la politica della mano tesa perché la sua stessa esistenza si fonda sulla persecuzione millenaria degli "eletti"...Israele deve sempre avere NEMICI, PAURA per esistere,la PARANOIA VITTIMISTICA è il loro unico modo di farsi accettare nel mondo civile...farci un po' pena e un po' paura! Coloro che vogliono la pace e vogliono il dialogo si sentiranno sempre accusare di voler difendere i terroristi (chiunque critichi israele è un difensore del terrorismo), perché Israele NON VUOLE nè PACE nè DIALOGO!Quindi...prima parliamo con i nostri nemici,è meglio è per tutti, con buona pace dei fanatici integralisti dell'ortodossia ebraica!
raimondo
12/08/09 10:07
Israele
Israele é 427 volte piú piccolo del confinante mondo arabo, malgrado ció é quest´ultimo a rivendicare territori, sembra incredibile. Serve la terra agli arabi ? Non ne hanno abbastanza ? Israele non ha neanche un goccio di petrolio, mentre gli arabi sono i piú grandi produttori del mondo, quindi la terra di Israele non serve per migliorare la situazione economica, é chiaro che si tratta di un pretesto per addebitare agli altri la colpa per la propria arretratezza, come le inique sanzioni del Duce, o l´embargo per Cuba. I capi arabi, in mancanza d´altro hanno fomentato il fanatismo, hanno speso tutto in armamenti ma, malgrado una superioritá di 5 a 1 in mezzi militari hanno preso delle legnate memorabili. La politica di Obama sembra prendere atto di questo fatto, spera di ammorbidire l´Iran ma otterrá nulla, perché la dittatura degli ayatollah punta anch´essa sulla bufala delle colpe di Israele per coprire le miserie della sua politica, e fará la fine degli arabi...altre legnate...e altre lacrime di coccodrillo.
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