Lunedì 28 Luglio 2014
Crisi all'inglese

L'Inghilterra rischia di essere superata dall'Italia ma Brown non se ne accorge

19 Dicembre 2008

Ogni paese sta affrontando la drammatica crisi economica mondiale a modo suo, ma per certi versi la situazione nel Regno Unito è più seria e al contempo più surreale rispetto ad altri. In genere l’elettorato punisce un governo per i suoi malfatti – e nessun paese quanto l’Inghilterra segue queste regola fisiologica, basti pensare a come hanno trattato Winston Churchill nel 1945 dopo aver vinto la guerra contro Hitler. Ma il premier Gordon Brown, iper-impopolare fino a qualche mese fa (con fino a 25 punti di distacco dietro all’opposizione nei sondaggi), è stato miracolato, e attualmente rimane il leader nel quale il normalmente severo popolo britannico depone di più la sua fiducia per trovare una via d'uscita efficace e abbastanza indolore dalla crisi – malgrado il fatto che, in gran parte, anche le politiche di Brown, nonché alcuni suoi giudizi e azioni – siano parzialmente responsabili per la gravissima situazione in cui si trova il paese.

Grazie alle aggressive politiche monetariste e neo-thatcheriane del lungo decennio di Brown cancelliere dello scacchiere (1997-2007), sempre mirate a favorire l’espansione dei servizi finanziari, abbinati a un ethos di grande flessibilità e indulgenza nei confronti di certe prassi discutibili da parte di alcuni bucanieri della City – la Gran Bretagna oggi si trova in condizioni più precarie di qualsiasi suo omologo europeo: il collasso delle Building Society Northern Rock e Bradford & Bingley’s, seguito dall’implosione del megabanca Halifax-Royal Hank of Scotland (HBOS), fino alle umilianti richieste dell’industria automobilistica in ginocchio per i sussidi statali necessari a sbarcare il lunario (Land Rover-Jaguar è sul lastrico), sono tutte sciagure in cui le politiche e le decisioni di Brown hanno giocato nella disfatta finale.

Dopo sette/otto anni di grande cautela nella gestione economica, Gordon Brown aveva cominciato a spendere e spandere (intorno al 2003/4), riempiendo alcune strutture statali come il National Health System, il sistema sanitario amatissimo dagli inglesi, con una valanga di soldi senza provvedere a delle serie ristrutturazioni gestionali come la saggezza avrebbe suggerito. Come va insistendo da alcuni mesi David Cameron, leader dei tories di centro-destra, Brown non ha mai afferrato l’occasione buona per fare delle riforme quando il momento era favorevole, e ora non lo è più. Le casse dello stato, che fino al 2003 erano pienissime, si sono completamente svuotate, e grazie al nuovo indirizzo neo-keynesiano del governo neo-laburista il deficit si è più che triplicato in pochi mesi, da un virtuoso 2.5 per cento (ben dentro i limiti indicati della BCE) a uno scioccante 7 per cento.

Le cifre pubblicate ieri infatti dimostrano che il settore pubblico si è indebitato per 16 miliardi di sterline (fate voi il cambio in Euro!) nel mese di novembre, un salto del 33 per cento in più rispetto allo stesso mese dell’anno scorso (10.7 mld di sterline). La causa è doppia: il collasso degli introiti fiscali abbinato a un'impennata vorticosa dei pagamenti per il welfare. Ieri l’attuale cancelliere dello scacchiere, l’esangue Alastair Darling, è stato costretto ad ammettere che il “net borrowing” per il 2009 potrebbe essere di 118 miliardi di sterline, il doppio della virtuosa cifra di alcuni anni fa, quando il Regno Unito era uno dei paesi meno indebitati del G20, insieme al tasso di crescita più alto di qualsiasi economia “matura” del G7.

Le cifre ufficiali indicano che il debito complessivo del settore pubblico è di 650 miliardi di sterline, ossia il 44.2 per cento del PIL; un forte aumento rispetto a novembre scorso, quando la cifra si assestava intorno a 617 miliardi. Una cifra che comunque non comprende gli altri 15 miliardi che il Tesoro ha appena sborsato per impadronirsi di una fetta consistente del Royal Bank of Scotland (RBS), che si farà sentire nelle cifre mensili per dicembre, ancora più tragiche del mese scorso. E non basta: la disoccupazione, sempre la più bassa fra le principali economie europee grazie alla flessibilità economica thatcheriana mantenuta dal New Labour, ora sta schizzando verso i due milioni di senza lavoro, con fosche prospettive per l’anno venturo di raggiungere i tre milioni dei primi anni Ottanta, quando il Paese era in piena ristrutturazione thatcheriana.

In un’economia la cui forza si basa da trent’anni sul facile accesso ai mutui ad ottime condizioni, e la conseguente crescita quasi esponenziale del valore delle case, fa impressione la caduta in pochi mesi del 25% dei prezzi. Il numero di repossessions (quando la banca riprende possesso della casa, causa mancati pagamenti del mutuo) sta per salire a 75mila casi, il triplo di un anno fa, e sarà un disastro per moltissime famiglie a basso reddito. La politica neokeynesiana abbracciata con entusiasmo dal governo Brown di garantire una certa attività fiorente grazie all’indebitamento dello Stato sembra ancora convincere la maggioranza dell’elettorato che, secondo i sondaggi, considera il finora detestato Brown il leader migliore per salvare l’economia nazionale, anche se alle prossime elezioni David Cameron viene ancora considerato il premier più adatto per gestire “il nuovo”.

Dopo un’iniziale solidarietà con Brown ad ottobre, quando la crisi si è fatta sentire con il collasso delle banche, l’opposizione di centrodestra si è smarcata con un’energica sfida alle politiche spendaccione del governo. Cameron cerca di fare leva sui giovani (un voto da conquistare per assicurarsi la vittoria elettorale nel maggio 2010) denunciando il fatto che saranno le prossime generazioni di inglesi a dover pagare “per tutta la vita” tasse “stratosferiche” per abbassare nuovamente un “debito pubblico di proporzioni italiane”, un inquietante paragone di sicura efficacia da queste parti, specialmente se accoppiato a un altra losca previsione che vede l’economia britannica “ri-sorpassata” da quella italiana nel corso del 2009.

Inizialmente, Brown e Darling hanno insistito che Cameron (e il suo Cancelliere ombra, il 38enne George Osborne) fossero “marginali al dibattito globale, con delle soluzioni assurde e irricevibili”, fino a quando il ministro delle finanze tedesco Peere Steinbruck (l’omologo di Darling) ha deciso di intervenire con un candore molto poco protocollare definendo “deprimenti”, “spudorate” e “preoccupanti” le nuove misure “grezzamente keynesiane” adottate dal governo neolaburista. E quando Downing Street ha cercato una mano dalla Kanzerlin in persona per sconfessare Steinbruck, lei ha taciuto mentre un suo consigliere economico molto ascoltato, Steffen Kampeter, ha raddoppiato le dosi, per la gioia del battagliero Cameron e con l’approvazione di un 43% dell’elettorato.

Il goffo premier britannico, il primo in trent’anni a occupare Downing street senza aver mai vinto una elezione, è stato capace di coprirsi di ridicolo anche da solo: durante il consueto e concitato “Prime Minister’s Question Time” parlamentare, Brown se n’è uscito con uno sconveniente lapsus freudiano, addossandosi inavvertitamente la responsabilità di aver “salvato il mondo” (voleva dire alcune banche inglesi) ed è stato subito subissato dai fischi e dalle risate di tutti i presenti. La presunzione di Brown di saperne una più del diavolo è nota ai suoi vari ex-colleghi, ai ministri delle Finanze europei che per un decennio hanno dovuto subire le sue bacchettate da severo maestro alle riunioni ministeriali di Bruxelles.

Ma ora i mercati hanno dato il loro parere rispetto alla bravura di Brown riducendo il valore della sterlina che, fino a pochi mesi fa, valeva un 35 per cento in più rispetto alla moneta unica, fino ad uno scarso – e per l’euroscettico Brown, molto umiliante – pareggio numerico. La clamorosa debolezza della moneta britannica ha spinto alcuni commentatori inglesi ed europei a rilanciare la vecchia ipotesi di una “resa” della sterlina alla moneta unica (ivi compreso il machiavellico Peter, ora Lord Mandelson, responsabile per il Commercio e il Business del governo Brown che lo ha detto a Jose Maria Barroso per indispettire il vecchio rivale Brown), ma dal momento che una massiccia maggioranza dell’elettorato è contraria (secondo il Sunday Times quasi il 70 per cento degli inglesi voterebbe “no, mai!” in un eventuale referendum) la questione non è neppure all’ordine del giorno.

Con la Merkel in rotta con Nicholas Sarkozy per il suo irruente protagonismo, e una mancata condivisione di vedute fra Sarko e “Gordie”, non c’è un buon feeling tra i principali leader europei, un aspetto destinato a non alimentare le speranza dei mercati. Ma tanto Gordon Brown, credendo sempre nell’intrinseca superiorità del “metodo scozzese”, non se ne preoccupa troppo, anche se ora se la deve vedere con un nuovo, inaspettato critico: la chiesa nazionale.

Ieri Rowan Williams, l’arcivescovo di Canterbury, e primate mondiale della comunione anglicana, lasciando anch’egli la consueta cautela diplomatica, ha lanciato un attacco, per quanto vellutato, alla linea Keynes-Brown-Darling: “Chiedere agli inglesi di spendere per curarsi della crisi è come offrire al tossicodipendente una nuova dose di eroina”. L’ineffabile Brown (peraltro figlio di un sacerdote calvinista scozzese), la cui sicumera sfiora apici dalemiani, non ha esitato a rispedire l’accusa al mittente citando nientepopodimenoche’ il Vangelo di Luca e la parabola del Buon Samaritano “che ha speso dei soldi suoi per far sì che il povero potesse farcela da solo”. Dunque l’economia britannica sarà fra le più deboli in Europa, per il momento, ma il suo premier non solo si paragona a Superman ma anche al Buon Samaritano.

Commenti
19/12/08 22:42
Precisazione
Per amore della precisione, vorrei ricordare all'autore che è inesatto affermare che Brown è il primo premier in 30 anni ad occupare la carica senza aver mai vinto una elezione. Senza dubbio egli si riferisce al passaggio di consegne tra Harold Wilson e James Callaghan, dopo le dimissioni di Wilson nel 1976. Tuttavia vi fu un caso anche in seguito, nel 1990, quando John Major sostituì la signora Thatcher. Major vinse poi nel 1992 ma per 1 anno e mezzo governò senza avere vinto personalmente nessuna elezione. Quindi Brown è il primo in 17/18 anni e non in 30 anni.
William Ward
20/12/08 15:16
Il non essere eletti premier in Gran Bretagna
Mi fa piacere costatare l'attenzione forense che applica il lettore Davide (commento) alla sequela dei nostri primi ministri. Ed ha ragione quando precisa che John Major e' diventato * in quell' occasione * premier della nazione in qualita' di vincitore della leadership del partito (in seguito alla drammatica defenestrazione dell'allora Signora Margaret Thatcher, nel novembre 1990), ruolo che ha poi retto per diciotto mesi, senza essersi presentato davanti all'elettorato. Cosa che invece fece Major nel 1992, vincendo a sorpresa, le elezioni contro i laburisti allora capitanati dal logorroico Neil Kinnock (una specie di Joe Biden gallese), e rimanendo al potere fino alla sua disfatta, alle mani di Tony Blair, il primo maggio del 1997. Ma il punto e' questo, caro Davide: Major e' stato eletto, e con uno scarto convincente, premier del Regno. La parola "mai" quindi si applica in modo "postumo". Una volta che Gordon Brown vinca le elezioni quale leader, anche lui vedra' scontare agli occhi di noi inglesi l'onta di non essere "mai" stato eletto. Ma se, come sembra probabile, sara' sconfitto dai Tories di David Cameron, rimarra' (come ho scritto) "l'unico premier di non essere stato *mai* eletto dal popolo in trent'anni", dai tempi appunto di James Callaghan, successore di Harold Wilson, e premier "abusivo" (come noi britannici continuiamo a vedere Brown), dal 1976 al 1979.
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n° 141 del 5 Aprile 2007.