Giovedì 24 Luglio 2014
Da Cavour a Bertolaso

L'intervento italiano ad Haiti: portaerei, terremotati e sterili polemiche

6 Febbraio 2010
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La Spezia. Gli uomini della portaerei Cavour al momento della partenza per Haiti.

Pur senza raggiungere le dimensioni delle forze (una portaerei nucleari, dodici navi, un centinaio di aerei ed elicotteri e 13.000 soldati) messe in campo da Washington l’Italia, è il Paese europeo maggiormente impegnato a fornire aiuti alle popolazioni haitiane. La decisione del governo di inviare nelle acque caraibiche la portaerei Cavour, con a bordo truppe, medici e mezzi di soccorso, costituisce una risposta in grande stile che ha scatenato polemiche spesso pretestuose. A raggiungere Port-au-Prince a bordo dell’ammiraglia della Marina Militare italiana vi sono 200 alpini del 2° reggimento Genio, specialisti delle trasmissioni, team sanitari italiani e brasiliani, fanti addetti ai compiti di scorta e sicurezza, carabinieri e tecnici per il coordinamento delle attività aeree. Sbarcati i jet Harrier e buona parte degli elicotteri, la Cavour ospiterà nel suo grande hangar 40 mezzi pesanti quali gru, autocarri, bulldozer e 6 elicotteri che consentiranno di evacuare feriti e profughi oltre a trasferire materiale e team di soccorso fin nell’interno dell’isola.

La decisione di dare il via all’operazione “White Crane” offre alla nuovissima portaerei, la prima nella storia navale italiana, l’occasione di evidenziare la versatilità con la quale è stata progettata e costruita da Fincantieri per far fronte a missioni diversificate incluse quella di nave comando e di soccorso in risposta a eventi naturali catastrofici. Un ruolo leader per l’Italia nella gestione dell’emergenza offuscato dalla gaffe del sottosegretario Guido Bertolaso che ad Haiti ha lanciato un attacco alla macchina dei soccorsi Usa che non ha molto senso, ha messo in imbarazzo l’Italia e creato un’inutile e un po’ ridicola contrapposizione con Washington. Inutile perché l’obiettivo è soccorrere la popolazione in ginocchio per un cataclisma senza precedenti che pone enormi problemi logistici anche all’imponente sforzo militare statunitense. Ridicola perché per criticare l’intervento degli Usa bisognerebbe saper fare di più e meglio di Washington.

La missione della nave più potente (e costosa) della nostra Marina Militare ha poi ridato fiato a quanti ritengono superflua la portaerei italiana. Emblematico in questo senso l’articolo di Giampiero Giacomello su “Il Riformista” del 21 gennaio, nel quale dopo aver evidenziato il costo d’impiego della Cavour (circa 200.000 euro al giorno) mette in discussione la scelta della Marina di dotarsi di una portaerei “che da sola serve a poco” perché non potrebbe venire rimpiazzata durante i periodici lavori di manutenzione mentre gli aerei imbarcati “non sarebbero nemmeno disponibili”.

In realtà la Marina italiana dispone anche di una seconda nave portaeromobili, la Garibaldi, più piccola della Cavour ma che dispone di elicotteri e cacciabombardieri AV-8B Harrier. Velivoli imbarcati nelle operazioni in Somalia (1995), Kosovo (1999) e in Afghanistan (2002). Proprio quest’ultima missione, nell’ambito di Enduring Freedom al fianco delle portaerei americane e francese, evidenziò l’importanza di disporre di una “vera portaerei” come la Cavour destinata in futuro a utilizzare i nuovi F-35 Lightning II ma che già oggi può imbarcare gli Harrier.

L’impiego “umanitario” non è poi fuori luogo anche perché la necessità di ottimizzare il costo della Cavour, circa 1,5 miliardi di euro spalmati sui bilanci di otto anni, ha portato alla realizzazione di una nave molto versatile proprio per poterla utilizzare in una vasta gamma di missioni oltre a quelle tipiche di ogni portaerei. Non è poi certo da oggi che i militari si rivelano i migliori esecutori anche di missioni di soccorso, basti pensare che nel 1979 proprio la Marina fu protagonista di una missione di salvataggio nell’Oceano Pacifico dei vietnamiti che fuggivano via mare dal regime comunista. In quell’occasione il gruppo navale era guidato dall’incrociatore portaelicotteri Vittorio Veneto ma all’epoca l’Italia non disponeva di portaerei.

L’ultima bordata contro la missione ad Haiti l’ha tirata Giampiero Gramaglia su Il Fatto Quotidiano del 26 gennaio, che per sostenere la tesi dell’inutilità della Cavour afferma che “la task force del Genio poteva arrivare per via aerea”. Un’assurdità perché per trasportare ad Haiti i soldati e 40 veicoli tra camion, bulldozer e gru sarebbero necessari numerosi cargo di grandi dimensioni (C-5 Galaxy o Antonov 124) che l’Italia dovrebbe affittare a prezzi non certo modici (circa mezzo milione di euro a volo per gli Antonov) e con tempi di disponibilità dei velivoli non certo immediati. Senza la Cavour non sarebbero inoltre disponibili le tonnellate di aiuti imbarcati, l’ospedale di bordo e soprattutto gli elicotteri in grado di evacuare feriti e trasportare rifornimenti in tutta l’isola.

Pare poi evidente (e non è il caso di scandalizzarsi) che un’operazione come questa ha anche implicazioni di visibilità e prestigio per l’Italia, pur sempre tra le prime dieci potenze militari del mondo in termini di spesa per la Difesa e di capacità di intervento a lungo raggio e titolare di un’industria della Difesa tra le più importanti. La credibilità di un grande Paese si misura dalla rapidità e dalla qualità dell’intervento, in guerra come in situazioni d’emergenza umanitaria. A quanto sembra gran parte dei costi vivi della missione della Cavour verranno sponsorizzati da grandi società italiane, peraltro controllate dallo Stato, incluse Fincantieri e Finmeccanica che hanno realizzato la portaerei e le sue dotazioni di bordo: armi, velivoli e apparati. La marina indiana ha chiesto a Fincantieri la progettazione dell’apparato motore, la fornitura di servizi complementari e un adeguato trasferimento di tecnologia per la costruzione della propria portaerei il cui sistema propulsivo è ispirato a quello della Cavour.

Un successo italiano che potrebbe ripetersi in America Latina dove l’acquisto di nuovi equipaggiamenti militari in Brasile e Venezuela sta determinando una corsa alla modernizzazione degli arsenali in un continente sempre più affrancato dall’influenza degli Usa e nel quale l’Italia può ritagliarsi ampie fette di mercato tecnologico e militare. Navi come la Cavour, anche con dimensioni più contenute ma con le stesse caratteristiche di versatilità multi-missione, potrebbero raccogliere l’interesse di alcuni Paesi del Sud America e in particolare proprio del Brasile che dispone di una vecchia portaerei ex francese.

La missione costituisce quindi un investimento e non solo una spesa poiché porterà anche a un positivo ritorno d’immagine e commerciale per il “made in Italy” con possibili ricadute in termini di posti di lavoro e di commesse industriali. Neppure i “pacifinti” dovrebbero scandalizzarsi se oltre alle vite umane ad Haiti la missione della Cavour salverà anche posti di lavoro in Italia. A voler essere maliziosi, più che alla vetrina del “made in Italy”, consiglierei di guardare al rientro della Cavour dopo i previsti due mesi di missione, probabilmente con a bordo molti bambini feriti o che necessitano di cure specialistiche prolungate in Italia. Un film epico e commovente che andrà prevedibilmente in onda su tutti gli schermi nella seconda metà di marzo e che costituirà uno spot elettorale perfetto per il governo a pochi giorni dalle elezioni regionali di fine marzo.

© Analisi Difesa

 

Commenti
Luciovolontario
06/02/10 20:37
Intervento italiano ad Haiti...sterili polemiche...
Per chi il volontariato lo fa "davvero" e lascia perdere "chiacchiere" da comodo salotto, per i "pacifinti" vale il proverbio: "chi sa fa, chi non sa, insegna..." Grazie Bertolaso, Berlusconi, La Russa!
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