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Dopo l'aggressione al Cav.

La bomba alla Bocconi fa scattare il "riformismo d'emergenza" di Bersani

17 Dicembre 2009
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Quella miniatura del Duomo scagliata sulla faccia del premier non ha fiaccato la tempra del combattente, e questo non fa notizia. Diversamente dal ritrovamento della bomba alla Bocconi di Milano, inesplosa solo per un difetto del timer. Due chili di dinamite, tanto quanto basta per fare una strage. Come 40 anni fa alla Banca nazionale dell'Agricoltura. Due episodi che difficile immaginare del tutto scollegati, destinati a però a sprigionare dinamiche politiche impreviste, e forse impensabili fino a sabato scorso, anche se è prematuro trarre conclusioni di qualsiasi genere perché è difficile capire se gli eventi che si intravvedono o si intuiscono riusciranno a mantenere la stessa direzione di marcia nelle prossime settimane.

Per esempio, Pierluigi Bersani. In poche ore un fuoco d'artificio: ecco la proposta di revisione degli studi di settore, con l'ipotesi del forfettone per le imprese con un fatturato fino a 70 mila euro. Il che significherebbe sottrarre alcuni milioni di piccole imprese e artigiani alla tagliola dell'imposizione presuntiva, resa più onerosa in epoca di crisi economica. Si tratta, anche solo come idea, di una svolta di 180 gradi rispetto alla filosofia di Vincenzo Visco che invece amava stendere le imprese sugli studi di settore come un tempo si sdraiava un delinquente sul letto di Procuste. Come finanziare quella misura rimane ancora un mistero, è vero. Ma la sola idea che il Pd provi a riaprire il dialogo con un mondo considerato sempre ostile è già una mezza rivoluzione.

Quasi nelle stesse ore, poi, la conferenza dei capigruppo al Senato ha votato il calendario d'Aula per il mese di gennaio. In bella evidenza, per il 12 gennaio, la seduta dedicata all'esame del ddl sul processo breve. La notizia qui è semplice: quel calendario è stato votato all'unanimità, senza l'opposizione di nessun gruppo. Pacifico il voto contrario in Aula, ma già il fatto che Pd e IdV hanno licenziato il calendario con il voto favorevole, dopo settimane  di guerra all'arma bianca, segna una piccola svolta.

C'è di più, in materia di giustizia. Da qualche ora ha preso a circolare nei gruppi parlamentari del Pd un'antica proposta: la"bozza Boato", dal nome del senatore Marco Boato che la mise a punto all'epoca della Commissione Bicamerale presieduta da Massimo D'Alema. Che cosa prevedeva? La separazione delle funzioni, e non delle carriere, fra giudici e Pm con la possibilità di passaggio da una all'altra funzione attraverso un concorso interno. Poi la scissione del Csm, con rappresentanze distinte per Pm e giudici. E un organo esterno con funzioni disciplinari.

Tanta carne al fuoco in così poche ore fa storcere il naso, è vero, ma costringe anche i più scettici a verificare "dove vuole arrivare questo Bersani". Tante iniziative in cantiere trasmettono l'idea di un leader che ha compreso il momento topico della situazione politica e intuisce "l'ora o mai più" per imporre, almeno nei fatti, quella svolta riformista senza la quale il Pd sarebbe costretto ad affogare nelle sabbie mobili cui lo costringe il radicalismo dipietrista.

Le mosse di Bersani fanno pensare per il momento a una sorta di "riformismo d'emergenza", perché rimane da verificare l'impatto che esse avranno nei gruppi parlamentari e in quei settori del partito da sempre sensibili al richiamo magnetico del radicalismo dipietrista. Bersani deve convincerli che la sfida per il governo del Paese non si gioca con Di Pietro, ma con la maggioranza di centrodestra che governa, e questo è il messaggio del "riformismo" bersaniano, perché legittimata dagli elettori. E nessun magistrato può delegittimarla.
 

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