I nostri emigranti sono una grande risorsa che non può essere dimenticata.
Così si esprimeva Mirko Tremaglia, Ministro per gli italiani nel mondo nel penultimo Governo Berlusconi, al termine del viaggio che lo aveva portato in vari paesi del pianeta per sondare lo spirito dei nostri concittadini prima della elezioni del 2006.
La sua proposta di far votare gli italiani all’estero era divenuta legge nel 2001, con un voto bipartisan. In effetti, da quel viaggio di ricognizione, Tremaglia era tornato confortato sulla validità della sua legge, alla luce dell’entusiasmo che aveva raccolto tra i nostri compatrioti emigrati.
D’altra parte la stessa Costituzione prevede il diritto di voto anche per chi risiede all’estero e, la legge in questione, risolveva il disagio di chi, ad ogni elezione, volendo esercitare il proprio diritto, avrebbe dovuto prendere auto, treno o aereo (anche se con le agevolazioni di prezzo previste) per tornare a votare in Italia. Sono diventate parte della letteratura e della cinematografia del dopoguerra, le scene di famiglie intere in viaggio per tornare nei propri paesi d’origine per mettere la propria croce sulla scheda elettorale.
Un principio nobile, quello del voto anche ai cittadini che vivono all’estero, certo è che poterlo mettere in pratica fuori dei confini della nostra Nazione, non è poi così semplice.
Quanto sta succedendo in queste ore con l’inchiesta sul senatore Di Girolamo, mette in evidenza le tante falle di questo sistema. Da garantista non posso che ritenere il collega Senatore innocente fino a prova contraria, ma ciò non mi solleva dalle tante perplessità che suscita la Tremaglia, senza dimenticare quelle che aveva già suscitato in occasione della risicata vittoria dell'ultimo Governo Prodi.
Un voto per corrispondenza è un voto evidentemente esposto a rischi. Quelli legati alle manipolazioni, alle pressioni che possono essere esercitate sui votanti: non può essere sottovalutato, infatti, l’aspetto legato alle lobbies che rappresentano molti degli italiani all’estero, che da un lato valorizzano senza dubbio l’identità italiana, ma in quanto lobbies identificano anche interessi che possono suscitare pericolose attenzioni.
In questo quadro, le procedure di voto previste dalla legge non invitano alla tranquillità, presentando alcuni problemi non di poco conto, come quelli legati alla composizione delle liste, per la mancata corrispondenza tra gli elenchi in possesso dei Consolati e il reale numero dei residenti interessati al voto. C’è poi l’aspetto relativo al sistema postale: per quanto ogni operazione possa essere garantita, l’esposizione a rischi resta comunque alta.
Insieme ai rischi, crescono anche i sospetti e con essi la facilità di possibili strumentalizzazioni. In assenza di chiarezza, il germe del dubbio è pronto ad insinuarsi, così come la tentazione di servirsene per attacchi politici. Sgombrare il campo da qualsiasi sospetto si può solo a patto di procedure ineccepibili, che mettono al riparo i risultati.
Per questo propongo che sulla legge Tremaglia si apra presto un dibattito, per rivederne non solo l’impianto, ma soprattutto per compiere un’analisi attenta sulla sua attualità.
*Francesco Casoli è un senatore del Pdl



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