Venerdì 10 Febbraio 2012
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Il verdetto a maggioranza (nove contro sei)

La Consulta boccia il lodo Alfano ma il Cav. tira dritto: "Avanti con più forza"

7 Ottobre 2009
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"Non mi fermeranno, continuerò a governare". E’ la frase che Silvio Berlusconi ripete al ministro Bossi e ai vertici della Lega riuniti a Palazzo Grazioli insieme allo stato maggiore del Pdl. Sono passate da poco le 18 quando la Corte Costituzionale rende nota la sua decisione: il Lodo Alfano è illegittimo.

E' la frase che il presidente del Consiglio ripete davanti alla selva dei cronisti lasciando Palazzo Grazioli per recarsi alla mostra sul "Potere e la Grazia" a Palazzo Venezia. "Io vado avanti con o senza il Lodo Alfano...dobbiamo governare cinque anni". Il Cav. dunque assicura che andrà avanti e non usa mezzi termini per criticare l'Alta Corte, "non è un organo di garanzia ma un organo politico". Non mancano poi riferimenti alle toghe rosse quando dice che in Italia "abbiamo una minoranza di magistrati rossi organizzatissima, che usano la giustizia ai fini di lotta politica", e una stilettata al Capo dello Stato: "Sapete  da che parte sta...", dice Berlusconi ai cronisti. A stretto giro arriva la nota del Quirinale: "Tutti sanno da che parte sta il presidente della Repubblica, sta dalla parte della Costituzione, esrcitando le sue funzioni con assoluta imparzialità e in uno spirito di leale collaborazione istituzionale". Isomma a poche ore dalla decisione della Consulta il clima si fa incandescente.

Ma il premier rilancia: nessun passo indietro perchè "dobbiamo governare per cinque anni" scandisce sottolineando che "queste cose qua a me mi caricano, agli italiani li caricano". Poi, inaugurando la mostra a Palazzo Venezia insieme al Segretario di Stato Tarcisio Bertone, il presidente del Consiglio si concede una battuta scherzosa: "Ho detto a sua eminenza che c'è una grave lacuna nella mostra. Manca San Silvio da Arcore che fa sì che l'Italia non sia in mano a certa sinistra che con la religione ha poco a che fare".

Il pronunciamento dell'Alta Corte. Decisione non unanime ma assunta a maggioranza dai quindici giudici costituzionali, a dimostrazione della diversità di posizioni all’interno della Consulta che pure nei giorni scorsi erano circolate. I voti a favore della bocciatura sono stati nove, sei i contrari. La legge che sospende i processi per le quattro più alte cariche dello Stato ha incassato il no della Suprema Corte per violazione dell’articolo 138 della Costituzione, ovvero l’obbligo di far ricorso a una legge costituzionale e non a una norma ordinaria. Non solo: il Lodo Alfano è stato bocciato anche per violazione dell'articolo tre che riguarda il principio di uguaglianza. L’effetto immediato è la riapertura dei due processi a carico del premier Berlusconi, quello sul caso Mills e il procedimento sulla compravendita di diritti tv Mediaset.

Berlusconi ha atteso il verdetto della Consulta a Palazzo Grazioli, impegnato in un vertice con il ministro della Giustizia Angelino Alfano, i ministri Umberto Bossi e Roberto Calderoli, il sottosegretario al Federalismo Aldo Brancher, i capigruppo della Lega Roberto Cota e Federico Bricolo, la vicepresidente del Senato Rosy Mauro, il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto. All'incontro erano presenti anche Paolo Bonaiuti e Gianni Letta. Successivamente nella residenza romana del premier sono arrivati anche il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri e il vicecapogruppo Gaetano Quagliariello.

Le reazioni politiche. Il Pdl fa quadrato attorno al presidente del Consiglio. Uno dei primi a parlare è stato Paolo Bonaiuti, secondo cui si tratta di una "sentenza politica, ma il presidente Berlusconi, il governo e la maggioranza continueranno a governare come in tutte le occasioni, dall'aprile del 2008, hanno richiesto gli italiani con il loro voto". Fabrizio Cicchitto considera "incontestabile che la Corte Costituzionale ha rovesciato la sua precedente impostazione. L'unica spiegazione deriva da un processo di politicizzazione della Corte che si schiera sulla linea dell'attacco al presidente Berlusconi". Nessuno scenario diverso da quadro attuale potrà derivare dal pronunciamento dell'Alta Corte, ribadisce, perchè il premier "forte dell'appoggio di cui gode nel Paese, continuerà a governare affrontando a viso aperto processi imbastiti sulla base dell'uso politico della giustizia". C'è però un aspetto che Cicchitto evidenzia e riguarda il deterioramento della dialettica politica al quale "il deliberato della Corte dà un contributo, considerando anche il sicuro uso strumentale che di esso verrà fatto".  La pensa così anche il presidente dei senatori Gasparri per il quale "la Corte, un tempo costituzionale, da oggi non è più un organo di garanzia, perchè smentendo la sua giurisprudenza ha emesso una decisione politica che non priverà il Paese della guida che gli elettori hanno scelto e rafforzato di elezione in elezione".

Le sentenze "si rispettano ma possono essere criticate. E in questo caso deve essere criticata durissimamente" commenta il vicepresidente dei senatori Gaetano Quagliariello per il quale "si tratta di una sentenza sconvolgente nel senso letterale del termine poichè sconvolge i precedenti orientamenti della Corte Costituzionale". Due gli aspetti evidenziati dall'esponente del Pdl: "E' sconvolgente rispetto alla sentenza del 2004 sul Lodo Schifani che viene radicalmente contraddetta e il cui estensore, giova ricordarlo, è attualmente il presidente della Consulta". Verdetto sconvolgente, aggiunge Quagliariello,  riguardo "alle valutazioni del presidente Napolitano, rese note al momento di autorizzare la presentazione alle Camere del Lodo Alfano, all'atto della promulgazione, e ribadite in risposta alle polemiche inscenate sul sito di Beppe Grillo". Alle istituzioni di garanzia, chiosa Quagliariello, "più che a  chiunque altro compete assicurare la certezza del diritto e la coerenza dei propri deliberati. Il rischio, in caso contrario, è che questa garanzia si affievolisca e non venga più percepita come tale dalla maggioranza del Paese".

Andare avanti. E' l'esortazione che ricorre nei commenti degli esponenti della maggioranza, a comiciare dal leader del Carroccio che dice: "Non ci piegano". Poi parla del suo incontro con il premier e ripete che nemmeno lui "vuole elezioni anticipate. L'ho trovato forte e questo mi ha fatto molto piacere, l'ho trovato deciso a combattere". Dello stesso avviso anche l'ex An, Altero Matteoli, ministro per le Infrastrutture, che ricorda come la grande maggioranza di consensi ricevuti dal popolo italiano che ha condiviso il programma del centrodestra teso a modernizzare il Paese, obbliga il governo ad andare avanti con la stessa determinazione avuta finora".Per il Guardasigilli Angelino Alfano si tratta di una decisione che "sorprende, e non poco, per l'evocazione dell'articolo 138 della Costituzione. La Corte Costituzionale dice oggi ciò che avrebbe potuto e, inevitabilmente, dovuto dire già nel 2004 nell'unico precedente in materia".

Non è un fulmine a ciel sereno, commenta il ministro della Difesa Ignazio La Russa che si dice sorpreso di come la Consulta abbia potuto giungere a una soluzione come questa dopo che avevamo seguito scrupolosamente le obiezioni che la stessa Corte aveva messo sul Lodo Schifani". L'osservazione di La Russa riguarda anche il piano metodologico seguito dai giudici, tant'è che aggiunge: "Il fatto che occorresse una legge costituzionale era un'indicazione che non era stata mossa. Si può dire che era implicita, ma allora non capisco perchè le altre fossero esplicite e questa implicita".  Il coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini è perentorio nel considerare quello uscito dalla Suprema Corte come "il verdetto di una Consulta totalmente sbilanciata a sinistra, chiara dimostrazione di uno scenario nel quale la sinistra procede in una lotta politica a colpi di sentenze per cercare di far cadere il governo attraverso improbabile scorciatoie giudiziarie". Ma il tentativo non passerà, assicura Verdini, perchè "il governo Berlusconi e le forze politiche che lo sostengono andranno avanti per la loro strada, nel solo interesse dei cittadini e non si faranno piegare nè intimidire da chi pur di dare la spallata all'esecutivo, sta sfasciando letteralmente il Paese".

Dalle file dell'opposizione i commenti sono di segno diverso. Dario Franceschini dice che "oggi è un giorno importante per la democrazia", mentre Pierluigi Bersani afferma che il premier deve continuare a "fare il proprio mestiere sapendo che deve andare a sentenza". E' la linea uscita dal vertice del Pd riunito dopo il pronunciamento della Consulta. L'orientamento dei democratici, infatti, è quello di non chiedere le dimissioni di Berlusconi, a differenza di quanto invece sollecitano l'Italia dei Valori e la sinistra radicale. In altre parole, per i big piddì, il premier deve continuare a governare pur sottoponendosi ai processi valutando se è possibile conciliare gli impegni di governo con i processi che dovrà affrontare. Per l'Udc Casini la Corte Costituzionale "ha espresso un'opinione su una legge e ci si deve attenere a questa. Naturalmente, il governo che ha preso i voti degli elettori deve continuare a fare il suo lavoro, a occuparsi dei problemi degli italiani che vengono prima di quelli di Berlusconi".

La Consulta era chiamata a decidere sulla legittimita costituzionale del provvedimento varato dal Parlamento nel luglio del 2008 e nei confronti del quale erano stati presentati tre ricorsi: due dai giudici di Milano, nell'ambito dei processi in cui il premier Silvio Berlusconi è imputato per corruzione in atti giudiziari dell'avvocato inglese David Mills (condannato in primo grado a 4 anni e 6 mesi) e per irregolarita' nella compravendita dei diritti televisivi Mediaset. Il terzo è del gip di Roma chiamato a decidere se rinviare o meno a giudizio Berlusconi, indagato per istigazione alla corruzione di alcuni senatori eletti all'estero durante la scorsa legislatura. Il provvedimento del governo aveva iniziato il suo percorso lo scorso anno con il via libera del Quirinale che aveva autorizzato l'esecutivo a presentare il testo alle Camere. Successivamente, Napolitano avrebbe promulgato la legge. Il "punto di riferimento" per la decisione del capo dello Stato era stato "la sentenza 24 del 2004" con cui la Corte aveva bocciato il lodo Schifani. "A un primo esame, quale compete al capo dello Stato in questa fase - aveva scritto Napolitano - il ddl è risultato corrispondere ai rilievi formulati in quella sentenza".

 

Commenti
Giorgio Frabetti
07/10/09 21:31
MA LA ‘TELENOVELA’ DEL ‘LODO’ NON FINIRA’ QUI …
Faccio riserva di leggere le motivazioni della sentenza. Cmq, credo che alcuni dati siano inoppugnabili: 01) Non è legittimo il “lodo Alfano” perché non è stato emanato con legge costituzionale e perché viola il principio di eguaglianza: peccato che nel 2004 la Corte abbia escluso sia l’uno sia l’altro argomento (al punto che il Presidente della Repubblica ha promulgato la legge confidando in questo precedente nel luglio 2008!); 02) La decisione è stata presa a maggioranza: in serata è trapelato che 09 giudici si sono pronunciati contro 06 a favore. Escludere, con un verdetto così ‘risicato’, una qualsiasi influenza politica … non è serio. Lungi da me avvallare la tesi delle “toghe rosse”: troppo facile e dozzinale; lungi da me ripetere le solite ‘tiritere’ sul sogno (elitista) azionista di governo tecnocratico della Società (e negli anni ’90) dell’economia, attraverso l’azione di ‘rottura’ dell’azione penale (vista come energia propulsiva di apertura automatica dei mercati). Con un verdetto 9 a 6 i Giudici costituzionali non possono nascondersi dietro il dito delle ragioni tecniche (per di più si sono … smentiti!): personalmente, sono convinto che questa sentenza lascerà strascichi e recriminazioni all’interno dello stesso mondo giuridico e della stessa Corte. Innanzitutto, questa sentenza aprirà un dibattito ineludibile: il ‘dopo’. Un ‘dopo’ tanto più rilevante, perché è indubbio che la Corte, con la sua sentenza, ha forzato una semi-“convenzione costituzionale” tra Governo e Presidenza della Repubblica, che, in un momento caratterizzato da un clima particolarmente aspro del dibattito politico e con punte di ‘criminalizzazione’ (viste con preoccupazione anche dalle forze dell’opposizione: vedi reazione di Bersani e Casini alla “coppola” di Di Pietro), aveva fissato nella sentenza del 2004 sul ‘lodo Schifani’ la barra dell’equilibrio e della non degenerazione del dibattito politico sui rapporti tra Giustizia e politica. Fa pensare la leggerezza con la quale la Corte in fondo è ‘passata sopra’ quel Capo dello Stato che è anche Supremo Presidente della Magistratura e che, almeno come ‘magistratura d’influenza’, avrebbe dovuto essere maggiormente considerato nelle sue posizioni, se non altro per l’Autorevolezza istituzionale e personale. E cosa succederà dopo? Come tutti gli atti ablativi, la Corte non può dirlo. Non è la prima volta che istituti ablativo/abrogativi vengono fatti oggetto di un pesante INVESTIMENTO POLITICO-EMOTIVO DA PARTE DELL’OPINIONE PUBBLICA: penso ai ‘referendum’ elettorali del 1993. Ma come dai ‘referendum’ elettorali degli anni ’90, non potè uscire alcun criterio politico di soluzione delle leggi elettorali, così ora non verrà fuori alcuna immediata conseguenza né giudiziaria, né politica su Berlusconi: politicamente, i numeri per abbattere Berlusconi non ci sono (almeno per il momento), giudiziariamente, il percorso processuale di Berlusconi è tutto da definire. E se si intervenisse per via parlamentare? Al riguardo, faccio notare che oggi, la Corte, per dedurre l’incostituzionalità del ‘lodo Alfano’ si appropria di un argomento, la violazione dell’art. 138 Cost., che era stato il cavallo di battaglia delle opposizioni di Sinistra nel dibattito parlamentare. Un argomento, però, che, in via parlamentare, era introdotto (Finocchiaro in testa) con una subordinata decisiva: ‘se si accetta questa procedura, l’opposizione è disponibile a parlarne, perché il ‘lodo’ è un istituto che si ritrova anche in altre democrazie europee’. Un argomento discutibile e che è espressione del più deteriore volontarismo politico-giuridico: perché mai il ‘lodo’ sarebbe ‘criminale se approvato dal solo centro-destra, ma legittimo se approvato con il concorso del centro-sinistra (l’art. 138 richiede la maggioranza qualificata)? A parte che è inutile discettare su come Di Pietro potrebbe prendere questa decisione (e sui riflessi sulla tenuta del centro-sinistra), resta il fatto che, se la si pone sul piano dell’art. 138 Cost., nulla impedisce all’attuale maggioranza di centro-destra di riproporre la stessa legge, approvarla in doppia lettura con la maggioranza semplice (già capitò al centro-sinistra con la riforma del federalismo nel 2001) e accettare la sfida di un ‘referendum’. L’art. 138 Cost., quindi, non impedirebbe di vedere realizzato quello che, con la sentenza di oggi, la Corte forse (nel suo ‘elitismo’ esasperato e nella sua paura congenita del ‘popolo’) ha intesto evitare con la massima forza: ovvero una competizione referendaria sul tema (chè, non ottenendo i 2/3, una riforma costituzionale è passibile di referendum: vedi precedenti del 2001 e del 2006). Non sarebbe stato più produttivo per la Corte confermare l’orientamento del 2004 e lasciare libero corso al ‘referendum’ proposto da Di Pietro? In fondo, ammesso che la legge ordinaria avrebbe potuto legiferare la materia (vedi sentenza del 2004) non sarebbe stato più produttivo consolidare la questione del ‘lodo’ lasciandola decidere al popolo? La sede più adatta per questioni così delicate? Se non altro, si sarebbe detta subito la parola ‘fine’ al ‘lodo’ e si sarebbe chiusa ogni controversia.
Anonimo
08/10/09 00:46
San Silvio da Arcore...che
San Silvio da Arcore...che difende i valori della chiesa contro i comunisti atei e anticattolici... siamo al patetico! Mamma mia come ridono di noi in ogni angolo del mondo!
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