Appartengo al novero di coloro che ritengono la Costituzione repubblicana elaborata dall’Assemblea costituente pienamente inserita nella linea di svolgimento e di sviluppo del costituzionalismo liberale che, nato dal Risorgimento, aveva rappresentato il fulcro ideale della vita pubblica italiana per un secolo e mezzo, dalla fine dell’antico regime in poi. Infatti, come ebbi occasione di scrivere in un tempo ormai lontano, i principi fondamentali che ispirarono i costituenti e gli istituti nei quali essi ordinarono lo Stato, anche se in molti casi nuovi e in altri rinnovati rispetto agli stampi ed agli schemi del diritto pubblico inaugurato nel Risorgimento, non rappresentarono una reale soluzione di continuità nella storia costituzionale italiana.
Anzi si può ben dire che le novità, totali o parziali introdotte dalla Costituzione del 1948 nel nostro ordinamento erano per lo più destinate ad apparire ai più attenti osservatori come il completamento ed il perfezionamento degli istituti essenziali sui quali si era venuto costruendo e sviluppando l’apparato statale italiano. La Costituzione aveva rispettato infatti, almeno nelle linee essenziali, la tradizione normativa e istituzionale fondata sui princìpi e sui valori che, originati dal costituzionalismo liberale dell’Ottocento, erano stati sviluppati dalle tendenze democratiche del secolo successivo che da quello erano derivate.
Si trattava di princìpi e valori che, nonostante la contestazione e la negazione fattane dal fascismo e dagli altri totalitarismi emersi nel ventennio tra le due guerre dovevano essere abbastanza condivisi nello spirito del popolo italiano, o almeno della sua più gran parte, che mostrò piuttosto rapidamente di recuperarli e di farli nuovamente propri all’indomani della caduta della dittatura mussoliniana.
Era pur vero, però, che il crollo del fascismo e la fine del regime che l’aveva connotato erano dovuti alla guerra, alla disfatta militare ed all’invasione del territorio nazionale da parte delle armate anglo-americane che, procedendo dal luglio del 1943 al maggio del 1945 nella loro avanzata dalla Sicilia alle Alpi, l’avevano progressivamente restituito alla libertà consentendo il recupero di una vita democratica nelle regioni da loro via via occupate. Un recupero che aveva permesso la rinascita di un associazionismo politico, la pubblicazione di giornali aperti al dibattito sulla cosa pubblica, la ricostruzione di partiti o di movimenti rimasti silenti o clandestini per un ventennio, la liberazione di detenuti antifascisti, il ritorno in patria di esuli e la convocazione di convegni e di congressi dedicati alle prospettive future del paese. Un recupero che avrebbe poi consentito all’Italia in piena e totale libertà, come peraltro agli altri paesi dell’Europa occidentale dove erano giunte le armate anglosassoni, la scelta del regime politico e della forma istituzionale ad essa più confacente, in applicazione di quei principi della Carta atlantica che avevano indicato al mondo le finalità della guerra che l’Inghilterra e gli Stati Uniti conducevano contro le potenze del Tripartito. Né l’Inghilterra né gli Stati Uniti pretendevano di imporre la propria forma e la propria prassi di governo ai paesi che andavano liberando dalle dittature e dall’occupazione straniera, pienamente consapevoli come erano che i loro modelli di organizzazione politica, ancorché sempre largamente esaltati ed ammirati per i contenuti liberali e democratici che li connotavano, erano piuttosto diversi da quelli caratterizzanti prima della triste esperienza totalitaria o della conquista nazista le istituzioni pubbliche europee. L’essenziale, quindi, era per gli anglosassoni che quei paesi potessero riorganizzare la propria vita pubblica sui principi liberali e sui canoni della democrazia quali che fossero le istituzioni politiche e la prassi costituzionale che avrebbero scelto. Fu proprio per garantire l’osservanza di quei principi e di quei canoni che l’esercito inglese, sbarcato in Grecia alla fine del 1944, si trovò a combattere in Atene contro le formazioni partigiane comuniste che volevano imporvi un regime totalitario di modello sovietico inaugurando in questo modo quel contrasto tra gli anglosassoni e i russi che avrebbe portato alla divisione dell’Europa ed alla guerra Fredda.
È noto come dopo l’8 settembre 1943, man mano che procedeva la lenta avanzata delle truppe alleate dal Mezzogiorno verso il Nord della penisola, nelle diverse formazioni politiche in via di ricostituzione cominciasse a dibattersi anche se con qualche ingenuità il problema della natura e del modo di essere della futura democrazia italiana. I partiti antifascisti, sin dal loro riorganizzarsi nelle provincie meridionali, erano assai poco disposti a prolungare ulteriormente la vita dello Statuto albertino, come invece avrebbero voluto sia la dinastia sia gli ambienti più moderati o addirittura conservatori ad essa legati in vista di una ormai difficilmente ipotizzabile riforma dello Stato fondata su un rinnovato ma sempre meno probabile patto tra la corona e il popolo.
Nel Mezzogiorno, ove i sentimenti monarchici erano piuttosto diffusi, non pochi condividevano però l’idea di una possibile riforma dello Statuto albertino e, quindi, sembravano meno disposti ad aderire alle idee professate da larga parte della dirigenza antimonarchica dei partiti antifascisti nei confronti dei quali gli stessi alleati ed in specie gli inglesi, avendo firmato l’armistizio col governo del re sembravano talvolta mostrare scarsa fiducia contando sul fatto che quel governo, ormai legato dalla cobelligeranza, avrebbe creato loro minori difficoltà nella condotta della guerra.
In questo contesto, fonte di un forte dibattito e generatore di confronti spesso accesi tra i sostenitori delle diverse posizioni politiche, era evidente che quanti professavano idealità liberali e tendevano a raggrupparsi nel rinato partito della gloriosa tradizione risorgimentale, erano tendenzialmente favorevoli nel loro moderatismo ad evitare rotture troppo accentuate del sistema istituzionale. Alcuni di questi, di sentimenti filosabaudi, sembravano preferire il mantenimento della monarchia e, quindi, si cullavano nell’idea di una reformatio in melius dello Statuto albertino che il fascismo, approfittando della sua flessibilità, aveva utilizzato nella formazione e nel consolidamento della dittatura mussoliniana facendone uno strumento del suo regime. Costoro richiedevano comunque il recupero delle libertà e delle garanzie statutarie violate nel ventennio ed il ripristino dell’istituto parlamentare e della tradizionale funzione legislativa mediante l’espletamento di libere elezioni alle quali da troppo tempo non si era ricorso. In ciò mostravano di allinearsi con quegli ambienti legati alla corona che, sin dall’indomani del 25 luglio 1943, pensavano di salvare in questo modo la dinastia: costoro nell’ottobre 1943 avevano fatto dichiarare al re che una nuova camera dei deputati avrebbe avuto anche il compito di affrontare il dibattito sulle istituzioni statutarie e sulle loro necessarie riforme.
Un salvataggio della dinastia che nell’opinione di Benedetto Croce, il naturale presidente del Partito liberale, avrebbe potuto realizzarsi con l’abdicazione di Vittorio Emanuele III, compromesso col fascismo, con la rinuncia al trono di Umberto, suo figlio, in favore del nipote, assistito perché minore da un Consiglio di Reggenza formato da personalità di indubbio prestigio e di sicura fede monarchica, come potevano trovarsi tra gli esponenti liberali dell’Italia prefascista.
Altri, all’opposto, ma allora nelle file liberali specie del Mezzogiorno erano meno numerosi, o perché convinti delle corresponsabilità col fascismo della dinastia e soprattutto del re nella immane tragedia che aveva travolto il paese, o per l’influenza che su di essi esercitavano gli esponenti degli altri movimenti politici, apparivano allinearsi sulle posizioni repubblicane. Lo si vide sin dalle discussioni del Congresso di Bari del gennaio 1944, e più ancora dalle richieste della Giunta esecutiva dell’Italia liberata riunita poco dopo a Napoli come sua emanazione. Ritenevano infatti anch’essi necessario l’abbandono dello Statuto albertino e la formazione di un nuovo tipo di ordinamento statale che rompesse con il passato. Comunque condividevano le riserve largamente diffuse allora, sull’opportunità di assegnare il potere politico ai soli rappresentanti dell’antifascismo e ritenevano estremamente difficile rovesciare il governo presieduto da Badoglio per i rapporti che dalla firma dell’armistizio in poi aveva mantenuto con gli alleati. Questo governo, peraltro, nel febbraio era stato integrato con la nomina di taluni esponenti politici disposti a collaborare con Badoglio e provenienti, come Corbino, De Caro e Lucifero soprattutto dalle file liberali. Fatto questo importante che veniva ad affiancarsi all’azione di un politico di sicura estrazione liberale come Enrico De Nicola tendente ad ottenere la rinuncia di Vittorio Emanuele III ai suoi poteri e la nomina del figlio Umberto come Luogotenente del Regno quando fosse stata liberata Roma, al fine di decantare i contrasti che laceravano la rinata vita democratica nel Mezzogiorno. Tale azione fu coronata dal successo nell’aprile 1944 anche perché favorita dalla improvvisa decisione presa dal Partito comunista, su iniziativa di Togliatti reduce dall’esilio moscovita, di collaborare fino al termine della guerra col governo monarchico, superando le riserve di principio fino allora espresse dall’antifascismo militante.
Con la conseguente formazione di un nuovo governo Badoglio la partecipazione dei liberali al ministero, fino allora a titolo personale, veniva ufficializzata. Essi erano così in condizione di poter continuare a svolgere da una posizione di prestigio, convalidata dalla presenza di Benedetto Croce che terrà la presidenza del partito sino al 1947, l’azione moderatrice tendente a diminuire le tensioni che avevano reso incandescente il clima politico in quello che verrà chiamato, con una formula felice dal Degli Espinosa, il regno del Sud.
Nell’ambito della classe politica liberale in quei difficili anni tra il 1943 ed il 1947 accanto ai più giovani adepti del rinato partito vi erano non poche personalità del mondo prefascista. Queste per la conoscenza delle regole della vita pubblica, il prestigio acquisito nelle cariche anticamente ricoperte, il seguito che avevano e soprattutto l’esperienza dovuta all’età, avrebbero necessariamente svolto un ruolo piuttosto rilevante. Non apprezzati da Vittorio Emanuele III che non aveva esitato a definirli i “revenants” e contestati da quanti, ingenue prede di quella sorta di giovanilismo spesso ricorrente nel nostro paese, li ritenevano l’espressione ultima del ceto di notabili che aveva caratterizzato la vita pubblica dell’Italietta fino al 1922, essi si trovarono nuovamente ad esercitare compiti e funzioni di notevole importanza.
Lo si vide anche e forse soprattutto dopo l’entrata degli alleati in Roma, il ritiro del re, l’avvento della Luogotenenza e la sostituzione di Badoglio con Bonomi, presidente del Comitato di liberazione nazionale, alla guida di un governo del quale avrebbero fatto parte ben quattro ministri liberali (Croce, Carandini, Soleri e Casati). Bonomi, al di là delle sue origini socialdemocratiche e della attuale militanza nelle file dei Democratici del lavoro, nel suo moderatismo evidentemente gradito agli angloamericani, poteva definirsi lato sensu un liberale, fortemente preoccupato delle sorti del paese alla cui ricostruzione politica avrebbe dedicato un impegno almeno pari a quello posto per la partecipazione alla guerra al fianco degli alleati. Questa ricostruzione, nel suo pensiero, avrebbe dovuto attuarsi senza eccessive fratture con il sistema politico prefascista: perciò volle procedere alla nomina dei presidenti delle due assemblee parlamentari nelle persone di Tomasi della Torretta per il Senato e di Vittorio Emanuele Orlando per la Camera dei Deputati, entrambi di formazione e sentimenti liberali anche se il primo, di famiglia aristocratica, era nettamente conservatore e quindi, contestato dai rappresentanti della sinistra. Nomina meramente virtuale non esistendo nei fatti quelle assemblee, che se da un lato attestava la preferenza di Bonomi per il tradizionale ed allora più che mai contestato bicameralismo, dall’altro rivelava la sua intenzione di seguire la prassi tradizionale cercando di far salve le prerogative del capo dello Stato e di coloro che erano investiti della presidenza delle assemblee legislative, e non solo quelle degli esponenti del Comitato di liberazione nazionale, specie nelle future consultazioni necessarie nella crisi e nella formazione del governo. Fattore questo di contrasto tra il presidente del Consiglio ed i membri del comitato nel novembre 1944 quando, nella crisi ministeriale che ne derivò e dalla quale uscì riconfermato alla guida del governo, Bonomi impose il reintegro della tradizione liberale che faceva del capo dello Stato, allora il Luogotenente, il referente naturale delle consultazioni.
L’atto più importante compiuto dal suo governo nel quale vi erano, come nel precedente quattro ministri liberali (Brosio, Arangio-Ruiz, Soleri e Casati) fu comunque l’istituzione di quella Consulta nazionale che avrebbe contribuito attivamente alla futura normalizzazione della vita pubblica del paese. Nella comune opinione di storici e di politici i dibattiti e l’operato della Consulta vennero giustamente considerati positivamente anche, e forse soprattutto, perché nella sua composizione figurarono personaggi di alto livello intellettuale e morale. In essa assai nutrita era la rappresentanza liberale costituita da ben 67 consultori che, riunendosi nel settembre 1945, dopo la liberazione dell’Italia settentrionale e la caduta del governo Bonomi, si segnalarono per il loro notevole contributo alle discussioni. Queste ebbero come oggetto la formulazione di pareri relativi all’esercizio da parte del governo della funzione normativa, nonché lo svolgimento di funzioni ispettive e di controllo in vari settori dell’attività dello Stato, funzioni nelle quali poterono distinguersi gli esponenti liberali, per l’esperienza che, a differenza di molti altri consultori, avevano acquistata nel periodo prefascista quando si erano trovati a ricoprire rilevanti cariche pubbliche nel governo, nel parlamento o nelle amministrazioni locali.
Compito della Consulta fu, come è noto, quello dell’esame della legge elettorale per la futura assemblea costituente, un compito assolto recuperando per la formazione di questa il sistema proporzionale utilizzato dopo la prima guerra mondiale alle elezioni del 1919 e del 1921. Era un recupero che i liberali e, più in genere i moderati, non avrebbero davvero troppo apprezzato in quanto quel sistema aveva significato dopo la prima guerra mondiale l’avvio al declino della loro egemonia politica. Era però dovuto alla prevalente volontà dei partiti antifascisti rappresentati nel CLN di porre le basi di un loro futuro consociativismo nella gestione del potere, un consociativismo nel quale la presenza della rappresentanza liberale, numericamente non delle maggiori, avrebbe potuto essere in qualche misura garantita a differenza che in un sistema fondato su collegi uninominali nei quali fatalmente il partito liberale sarebbe stato minoritario. Comunque i liberali si batterono nel corso delle discussioni sul testo della legge elettorale a favore di una maggiore libertà degli elettori di poter indicare nella scheda le proprie preferenze per i candidati e per evitare lo strapotere degli apparati partitici nella designazione di quelli.
Il governo Parri, subentrato al secondo ministero Bonomi nel giugno del 1945 dopo una crisi lunga e difficile che aveva visto il crescere delle divergenze tra gli elementi della sinistra e le varie forze moderate, ebbe anch’esso una vita breve, travagliata da contrasti sempre meno latenti sugli obiettivi della ricostruzione politica del paese che quegli elementi volevano realizzare modificando radicalmente gli equilibri e l’assetto economico e sociale preesistente. La sua caduta, avvenuta nel novembre anche, o, forse, soprattutto, per l’iniziativa dei liberali che non potevano accettare un simile programma, portò alla formazione del primo governo di De Gasperi e all’avvio, sia pur lento e faticoso, di un processo di normalizzazione della vita del paese che nell’insieme temeva la rottura di quegli equilibri e di quegli assetti auspicata dai partiti della sinistra egemoni nel CLN. Essi avrebbero voluto realizzarla attraverso una serie di drastiche riforme nei settori dell’agricoltura, dell’industria, del sistema bancario e dei pubblici servizi ed una massiccia epurazione della burocrazia avviando così il paese ad un totale distacco sia dalla sua tradizione politica sia dal modello occidentale di società al quale l’opinione pubblica italiana si sentiva profondamente legata. Che questo legame fosse assai forte lo dimostrarono ben presto le forti divergenze insorte tra gli elementi moderati e le sinistre sulle decisioni che il governo De Gasperi avrebbe preso in ordine alle modalità di scelta della forma istituzionale dello Stato, alla data ed allo svolgimento delle elezioni amministrative e di quelle politiche in previsione di un ritorno ad una vita pubblica più ordinata.
Forte fu anche in questo caso l’impegno liberale in favore della decisione di affidare ad un referendum la scelta della forma istituzionale dello Stato. Tale decisione, patrocinata anche dagli alleati, avrebbe sottratto ai partiti una scelta che per la sua importanza non poteva non essere rimessa a tutto l’elettorato all’uopo democraticamente convocato. Decisione saggia che avrebbe potuto diminuire i rancori e le proteste della parte rimasta soccombente facilmente prevedibili nel clima arroventato che viveva allora l’Italia. E lodevole fu pure la decisione, sollecitata anche dai liberali d’intesa col presidente De Gasperi, di indire una consultazione elettorale amministrativa prima dello svolgimento di quella per la Costituente, sia al fine di ripristinare nelle amministrazioni locali, ancora spesso gestite da elementi dei CLN, una situazione di normalità, sia per verificare quale era effettivamente il peso delle varie forze politiche in campo.
Le elezioni amministrative, pur segnando con la prevalenza dei suffragi alla Democrazia cristiana e più in generale con una buona affermazione delle forze moderate, un risultato abbastanza positivo che lasciava intravedere la futura prevalenza di queste alla Costituente, non furono davvero un successo per il Partito liberale. Questo, formazione politica elitaria e di opinione, composta prevalentemente da esponenti della vita intellettuale e dell’economia, era di fatto privo di ogni serio radicamento territoriale e difettava di una organizzazione che potesse essere comparata a quella dei partiti di massa largamente presenti in tutto il paese.
Di qui la scelta dei liberali di presentarsi alle elezioni per la Costituente in una lista più ampia. Era nata infatti, per iniziativa di Bonomi, l’Unione democratica nazionale, che raggruppava quei movimenti d’opinione ad essi affini e quelle personalità mosse da un idem sentire nei confronti della cosa pubblica che altrimenti avrebbero corso il rischio di restare del tutto marginali o isolati nella nuova assemblea nella quale sarebbero state maggioritari i partiti di massa, cattolici o marxisti.
Si è poi ampiamente discusso, come è noto, se la presentazione di una siffatta lista unitaria sia stata in qualche misura premiante o se all’opposto i risultati conseguibili da formazioni tra loro distinte avrebbero potuto essere migliori. Si tratta di una discussione, ovviamente astratta, ripetuta anche in altre circostanze e per altre formazioni politiche che, però, nel caso delle elezioni del 1946, le prime dopo la fine dello Stato liberale, affrontate dalle formazioni che alla tradizione di quello variamente si ricollegavano, non sembra individuare valide alternative alla scelta fatta allora dalle forze moderate. Queste, infatti, presentandosi divise in una competizione nella quale le regole erano quelle del sistema proporzionale che premiava i partiti più forti e meglio organizzati, avrebbero ottenuto un risultato sicuramente peggiore che le avrebbe poste nella condizione di esercitare una minore influenza nei lavori della Costituente. Nell’espletamento dei lavori di questa l’incidenza della rappresentanza che si ispirava alla tradizione ed agli ideali della liberal-democrazia fu comunque assai forte.
Da un lato il livello intellettuale ed il prestigio politico e culturale di molti di coloro che ad essa si ricollegavano, espressamente militando nella lista dell’UDN o condividendone dall’esterno i princìpi ed i metodi, dall’altro la difficoltà di non pochi eletti nelle formazioni politiche ad essi avverse, di negare il valore di quei princìpi e di quei metodi che costituivano l’essenza della moderna vita pubblica nei paesi dell’occidente, rese fondamentale l’apporto liberale ai lavori svolti dalla Costituente per la preparazione della nuova Carta costituzionale.
Si era peraltro in un momento in cui i liberali, che avevano rifiutato di partecipare al ministero creato da De Gasperi insieme al Partito comunista dopo il voto del 2 giugno per le divergenze ideologiche che lo separavano da questo, avrebbero potuto correre il rischio di rimanere isolati e, quindi, emarginati dalle scelte che quell’assemblea avrebbe compiuto in materia costituzionale. In realtà, però, la Costituente, investita del potere di redigere la nuova Costituzione, operò, come è noto, in modo del tutto autonomo dall’esecutivo anche se nelle sue decisioni non poteva non riflettersi il clima politico del momento condizionato dalla tematica propria dell’antifascismo e della resistenza e, quindi, tendenzialmente legato al giudizio che i partiti ed i loro esponenti più qualificati avevano formulato sull’esperienza politica e costituzionale vissuta dal paese nei venti e più anni intercorsi dalla crisi dello Stato liberale alla caduta del fascismo.
Si è detto e scritto al riguardo, ed io stesso ne sono tuttora convinto, come in quelle circostanze la costituzione repubblicana, prodotto dei lavori di quell’assemblea, dovesse essere necessariamente il risultato di una sorta di compromesso tra le tre componenti essenziali dello schieramento politico italiano di allora, la cattolica, che trovava la sua espressione nella Democrazia cristiana, quella operaia tradizionale, organizzata nel Partito comunista e nella maggior parte di quello socialista, e quella variamente ispirata alla tradizione risorgimentale e impersonata nelle diverse formazioni democratiche e liberali. Si trattava di un compromesso che avrebbe inciso in modo diverso sulle singole norme e sui vari istituti, ma che appariva chiaramente visibile per la rispondenza impressa ad alcune di quelle o a taluni di questi alle idealità o agli interessi cattolici, marxisti o democratico-liberali di volta in volta prevalenti nelle discussioni e nelle votazioni dell’assemblea determinando i contenuti normativi ed istituzionali del testo infine approvato.
Se l’influenza cattolica apparirà determinante soprattutto nel riconoscimento della validità costituzionale dei Patti Lateranensi che con l’avallo comunista avrebbe contraddetto pienamente la linea separatista seguita dallo Stato liberale fino alla sua caduta, nella visione della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio e nella tutela dell’insegnamento e delle scuole private, quella marxista invece si rifletterà soprattutto nella formulazione di un’ampia serie di norme, di carattere per lo più programmatico nella loro carenza di effettivi contenuti, sul lavoro posto a fondamento della repubblica, sulla sua tutela, ed ovviamente sull’intervento dello Stato nell’economia. Norme che, poste spesso come principi da osservarsi dai futuri legislatori o come affermazioni di carattere più moralistico che politico, avrebbero frequentemente riflesso una natura astrattamente ideologica. Sarebbero state invece le norme più direttamente riguardanti l’ordinamento dello Stato e le guarentigie poste a tutela dei cittadini nei confronti del potere, ispirate prevalentemente dalla tradizione dalla quale derivavano le formazioni politiche di democrazia liberale e laica a dare il senso dell’essenziale apporto di questa alla formazione della Costituzione repubblicana.
Peraltro con la scelta di campo operata dal popolo italiano sin dalle prime elezioni del 2 giugno 1946 a favore di un mondo occidentale identificato negli istituti parlamentari elettivi, nella democrazia insieme partecipativa e rappresentativa e nelle guarentigie liberali, era evidente che non potesse in alcun modo rompersi la continuità non soltanto ideale tra il vecchio Stato risorgimentale e la erigenda nuova democrazia repubblicana. Una continuità che la scelta della Repubblica col ricorso al voto referendario non aveva interrotto in quanto sembrava in qualche modo ricollegarsi ai plebisciti che quasi un secolo prima avevano portato alla formazione del Regno d’Italia. Una continuità inoltre che la contestualità del voto per il referendum con quello per l’elezione dell’assemblea costituente sembrava in qualche misura rievocare in quanto nel 1861 i plebisciti si accompagnarono alla proclamazione del parlamento nazionale. Una continuità infine che molte se non la maggior parte delle norme e degli istituti previsti dal testo elaborato dalla costituente parevano ribadire rappresentando le une come gli altri il recupero, il perfezionamento o il completamento di quelli caratterizzanti la normazione e le istituzioni del vecchio Stato liberale.
Uno sguardo al testo approvato dalla costituente negli articoli che riguardano la struttura dello Stato, i poteri, le prerogative e le funzioni degli istituti nei quali si espleta la sua attività legislativa, esecutiva e giudiziaria basta a confermare l’assunto della continuità ideale che lega quello liberale finito nel 1922 al repubblicano nato col crollo del fascismo e con la chiusura della parentesi che nella storia d’Italia la dittatura mussoliniana aveva rappresentato sul terreno delle istituzioni. Il recupero del sistema rappresentativo, fondato su due assemblee ora entrambe votate dal popolo che realizzava l’antica aspirazione ad un senato elettivo; il superamento dell’esecutivo diarchico in passato fondato sul binomio monarca-governo con la nuova puntuale definizione delle attribuzioni del Presidente della Repubblica e del ministero con la collocazione del primo in una sfera diversa da quella dell’esecutivo; la definizione del Presidente del Consiglio dei ministri come un primus inter pares rispetto ai suoi colleghi destinato a promuoverne e a coordinarne, ma non, come spesso era accaduto in passato, a dirigerne le attività; lo stretto vincolo tra il governo ed il parlamento fissato dal rapporto di fiducia e dalla piena responsabilità politica dei ministri di fronte alle camere; la subordinazione di tutta l’amministrazione alla legge, sia nel momento della sua organizzazione sia in quello della sua attività; lo sviluppo ed il potenziamento delle garanzie poste a tutela dell’indipendenza della magistratura, costituiscono altrettante prove di quella continuità ideale che vedeva la nuova Costituzione in parte recuperare, in parte migliorare, in parte integrare l’antico ordinamento statale. Integralmente nuove, rispetto ad esso, erano la Corte costituzionale e l’ordinamento regionale.
Della prima come del secondo molto nell’età liberale si era scritto e detto; è noto però come non si ritenesse allora importante la creazione di un sistema di controllo della costituzionalità delle leggi in quanto si pensava che il garantismo esistente potesse essere sufficiente ad impedire eventuali violazioni dello Statuto. Si considerava l’avvento delle regioni come un fattore di indebolimento dello Stato unitario sorto qualche decennio prima ritenendosi più che sufficiente l’organizzazione territoriale fondata sui comuni e sulle province che nel tempo aveva dato buona prova. Non v’è dubbio che l’apporto delle forze di democrazia liberale nella scelta di soluzioni costituzionali che riflettessero, migliorandole o ammodernandole secondo le esigenze dei tempi nuovi, le istituzioni politiche della tradizione nazionale deve considerarsi essenziale.
Legate, infatti, dal convincimento, diffuso anche in quei settori più liberali dell’area cattolica, che il sistema rappresentativo a base parlamentare fosse il migliore in assoluto e che ad un paese dell’occidente europeo, come l’Italia, dovessero essere risparmiate esperienze politiche diverse che l’avrebbero nuovamente, dopo la tragica esperienza fascista, posto al margine delle nazioni libere, queste forze non trovarono troppi ostacoli nel prospettare e nel difendere quelle soluzioni. Così assai forte fu il loro ruolo nel dibattito e nella decisione in materia di ordinamento dello Stato e notevole fu il peso degli interventi dei loro esponenti nelle scelte più delicate che quell’ordinamento avrebbero connotato. La sollecitazione di Luigi Einaudi perché ogni spesa indicata nel bilancio dello Stato avesse riscontro in una fonte di copertura; gli interventi di Gaetano Martino, profondo conoscitore dei meccanismi istituzionali nordamericani, in favore dell’introduzione garantista di un controllo sulla costituzionalità delle leggi; la difesa fatta da Aldo Bozzi della facoltà del Capo dello Stato di rinviare alle camere una legge per sollecitarne un’ulteriore discussione e le appassionate polemiche di molti e soprattutto di Epicarmo Corbino sul finanziamento pubblico delle scuole private, sono alcune delle testimonianze di questo impegno.
Un impegno che si vide nel dilacerante dibattito sull’introduzione dell’ordinamento regionale che tanto contrastava con la tradizione liberale e che, voluto dai cattolici, sarebbe stato approvato col voto dei comunisti dopo la loro estroflessione nel maggio 1947 dal governo. Da allora, mentre i lavori della costituente si avviavano alla conclusione, si aprì una nuova fase che, se vide i liberali con Croce e Grassi nuovamente nel ministero in difesa della linea politica dichiaratamente filoccidentale allora inaugurata, li vide altresì divisi al momento drammatico della firma del pesante trattato di pace la cui ratifica era stata portata da De Gasperi all’assemblea. Al voto negativo di Croce parve opporsi allora quello favorevole di Einaudi, espressione l’uno e l’altro di due tra le più alte coscienze di quella antica e nobile tradizione politica che nei difficili anni tra il 1943 ed il 1948 seppe mostrare ancora una volta il suo valore.


forse non tutti liberali