Sono ancora fumanti le macerie di due delle più grandi banche di investimento internazionali, e già ci pare di udire le sirene dell’autarchia finanziaria, che intonano i soliti motivi: abbiamo lasciato troppo spazio alla finanza internazionale nella nostra economia, riappropriamoci degli asset strategici del Paese, non vergognamoci di programmare un nuovo intervento pubblico. Il canto delle sirene, come noto, attraversa le osmotiche barriere degli schieramenti politici, e non sono molti quelli che, per tempo, hanno scelto di tenersi legati a principi più ragionevoli.
Il movimento non è, peraltro, solo italiano, e ha trovato un nemico perfetto, che incarna tutte le paure. Come i nemici delle fiabe della nostra infanzia, è ricco, esotico e ha un nome che spaventa: il fondo sovrano. Comincia a muoversi, contro questa creatura, un nugolo di forze ancora confuso, che agita la paura del controllo geopolitico sotto le mentite spoglie dell’acquisizione di interessenze proprietarie e prova a dare una risposta che rilancia il ruolo della proprietà pubblica, quando non una politica di neo-nazionalizzazione. La Germania ha recentemente varato una disciplina restrittiva nei confronti dei fondi sovrani, e già si studiano (autorevolmente, peraltro), ipotetici fondi sovrani europei, o long term investors da incardinare sulle vecchie Casse depositi e prestiti che un po’ tutti i Paesi continentali si sono trovate in eredità, per giocare la partita di un nuovo controllo pubblico delle grandi “reti strategiche” (che poi sarebbero Tlc, utilities, seppure nella variante “sola rete”, o backbone, come usa dire), e contrastare l’avanzata dei fondi sovrani. Oltre la modestia della forza economica che le indebitate e costose macchine statali europee potrebbero esprimere con simili strumenti, va notata, di nuovo, la commistione profonda dei piani della proprietà e della sovranità che questo dibattito genera.
E’ una strada velleitaria e sbagliata, e bastano pochi dati a dimostrarlo. Gli stati europei mettono stentatamente assieme, ogni anno, avanzi primari per qualche miliardo di euro, mentre possiamo stimare in oltre 2000 miliardi di euro la disponibilità (liquidità o attivi a breve/brevissimo termine) dei soli Fondi sovrani dei Paesi del Golfo Persico. Per intenderci, quanto basta a pagare in pochi giorni l’intero debito pubblico italiano, più un terzo di quello inglese, o quanto basta per comprare, coi prezzi di questi giorni, una quarantina di banche come Merryl Lynch. Si tratta di capitali usciti, per la gran parte, dalle casse dei nostri Paesi, e affluiti in quelli dei produttori di petrolio e altre materie prime, con una dinamica sostenuta dai prezzi molto elevati degli ultimi mesi e anni.
La situazione in cui versa l’economia internazionale, in sistesi estrema, è la seguente: gli Stati Uniti, e in misura minore l’Europa, attraversano una grave crisi di liquidità che rischia di compromettere la tenuta di complessi aziendali ancora estremamente evoluti, moderni, produttivi (un finanziere di Manhattan, interrogato in questi giorni sui motivi profondi della crisi di un grande gruppo finanziario, ha risposto semplicemente: “hanno finito i soldi”). Alcuni Paesi produttori, con un mercato interno ancora limitato e un sistema industriale e finanziario nel complesso fragile, hanno capitali in eccesso. Che fare? La ricetta è la stessa che Quesnay e i fisiocratici suggerivano, duecentociquant’anni fa, per combattere la carestia in Europa: laissez faire, laissez passer. Loro si riferivano principalmente ai grani: noi ai capitali, ma il principio non cambia.
Il vero asset di cui dispongono le economie europee e statunitense è la qualità industriale dei complessi aziendali, anche delle banche che hanno avuto più difficoltà: è questa ricchezza che va tutelata, permettendo a chi ha denari di acquistarne la proprietà, e anzi favorendone, non ostacolandone l’operare. Un intervento massivo dei fondi sovrani sulle banche e le imprese in crisi avrebbe almeno due vantaggi per le economie occidentali: favorirebbe la permanenza delle competenze, dei centri direzionali e di ricerca, del cuore e del cervello (gli “avviamenti”, in gergo) della finanza e dell’impresa nei Paesi in cui oggi sono radicate, contrasterebbe un processo di trasferimento di capitali in economie cosiddette “emergenti” (unico loro sbocco possibile, se le barriere protezionistiche dovessero tornare ad alzarsi), accelerando la marginalizzazione delle economie occidentali.
E’ più rischiosa per i sistemi Paese, in sostanza, la perdita dell’organizzazione aziendale di tre-quattro grandi banche internazionali con sede a New York, che peraltro già spinge verso Dubai, Hong Kong, Pechino intere squadre di finanzieri disoccupati, rispetto alla perdita della proprietà delle banche stesse.


Concordo