Mercoledì 23 Maggio 2012
Per ricevere la Newsletter dell'Occidentale
Dopo l'Assemblea di Confindustria

In Italia la crisi si trasmetterà dall'economia reale alla finanza

22 Maggio 2009
tre.jpg

 

Se siamo di fronte o meno alla grande crisi del secolo è una domanda a cui nessuna sa in realtà rispondere. Quello che però è certo è che nel prossimo biennio le economie industriali dovranno affrontare la peggiore recessione dal secondo dopoguerra. Una decrescita del prodotto mondiale del 2% è un fatto di proporzioni davvero enormi. Così come con un Pil negativo che sfiora il 6%, l’Europa, insieme alla Germania, la sua locomotiva, dovrà affrontare momenti davvero difficili. Se a questo si aggiungono condizioni di finanza pubblica in fronte stress in tutti i paesi dell’Unione e sistemi bancari che drenano ulteriori risorse pubbliche, la tenuta generale del capitalismo sociale europeo sarà messo a dura prova.

In questo scenario l’Italia sta un po’ meglio degli altri. Alcuni dati strutturali sono noti. Un debito delle famiglie inferiore a quello degli altri paesi industriali; un tasso di risparmio inferire solo al Giappone; una patrimonializzazione media delle famiglie tra le maggiori (oltre l’80% delle famiglie ha una casa di proprietà); uno stato sociale, un ampio settore del volontariato ed una struttura famigliare che assicura protezione e sostegno anche ai più deboli. Una struttura industriale forte sull’export che ha registrato negli ultimi 3 anni un surplus di oltre 37 miliardi di euro, contro un deficit di quella inglese di quasi 40 miliardi. Un sistema bancario meno esposto degli altri ai rischiosi mercati della finanza strutturata. Perfino sul fronte del rapporto deficit/Pil, che ha confronto delle previsioni per il 2010 del Regno Unito di - 13,8% e della Spagna del -9,8%, quello italiano dovrebbe “tenere” (si stima per il 2010 un deficit, al netto degli aggiustamenti ciclici, pari al -2,7%, l’unico in Europa a stare dentro i parametri). È così anche le previsioni sulla disoccupazione per l’anno in corso – per quanto molto pesanti, ovvero -9,8% (era pari al 6,1% nel 2007) - sono “meno peggio” di quelle del Regno Unito -9,9% (era il 5,3% nel 2007), degli USA – 10,2% (era il 4,6% nel 2007) e della Spagna il 20,5% (era l’8,3 nel 2007). Tutto ciò – per grazia del cielo - non deve consolare, ma sono dati che dimostrano una maggiore tenuta del nostro sistema rispetto ad altri.

La crisi in Italia verrà dall’economia reale e si trasmetterà alla finanza, piuttosto che viceversa. Recenti indagini interne all'andamento del credito bancario suggeriscono che la vera emergenza dei prossimi 12 mesi non sarà tanto il credit crunch (perché la domanda stessa di credito "buono", ovvero per investimento o sano funzionamento, sta flettendo negli ultimi sei mesi), ma il rischio di default di un numero di imprese ben al di là dei livelli fisiologici. In molti settori il giro d'affari si è ridotto del 20/30 per cento (e ben oltre nell'indotto di auto o elettrodomestici): le imprese già meno efficienti o più indebitate difficilmente potranno avere ossigeno per un anno.

Si può azzardare, sulla base di dati empirici raccolti all'interno del settore bancario e proiettati sommariamente, che esistano 10-15 miliardi di euro di crediti potenzialmente in default tra le sole PMI, da aggiungersi ai livelli fisiologici. Insomma, l'1 per cento circa degli impieghi.

Questa emergenza ha due profili preoccupanti:

1) i margini del commercial banking italiano non consentirebbero di assorbire queste perdite senza un'ulteriore, severa de-patrimonializzazione del settore bancario;

2) i livelli occupazionali nelle PMI fletterebbero in modo significativo.

La crisi economica italiana ha quindi delle caratteristiche sue proprie che richiedono interventi rapidi ed incisivi –“conformi al mercato”, e che pesino il meno possibile sul bilancio dello Stato.

Bene ha quindi fatto il nostro Ministro dell’Economia puntando su massicci interventi sul fonte della patrimonializzazione delle banche e sulle garanzie al credito alle PMI “mettendo sul piatto” quasi 30 miliardi di euro. Forse qualcosa si potrebbe pensare di fare anche attraverso interventi “temporanei” e non invasivi sul fronte del capitale. Una sorta di Tremonti Bond per le PMI permetterebbe loro di rafforzare il patrimonio quanto basta per accedere al credito nella fase di più forte contrazione della domanda. Interventi incisivi e non troppo costosi in un momento i cui il quadro di finanza pubblica non ci permette di reperire grandi risorse extra. Con un rapporto debito pubblico/Pil che il prossimo anno toccherà il 120% (crescendo in gran parte per un semplice fatto “matematico”, quando il denominatore del rapporto è negativo il rapporto stesso cresce, oltre che per un inevitabile diminuzione delle entrate fiscali dovuta alla recessione) è naturale che il Ministro dell’Economia tenga ben fermo il timone della spesa. Non potrebbe fare altrimenti. Sbagliano perciò tutti quelli che – sia a destra che a sinistra -   gli tirano la giacca da tutte le parti chiedendogli di aprire i cordoni della borsa. 

Un ultimo punto su cui il Presidente di Confindustria ha concentrato gran parte del suo discorso di ieri all’Assemblea Generale: i debiti commerciali della PA. Il problema è reale. Vanno, tuttavia, segnalati alcuni punti.

Innanzitutto si tratta di 25-30 miliardi di euro (e non di 60 come sostiene Confindustria). Di questi la quasi totalità riguarda le Regioni, ovvero i deficit della ASL. Circa il 70% riguarda tre regioni (Lazio, Campania e Sicilia). La parte che riguarda gli altri enti della PA (di cui non si hanno stime certe) sembrerebbe di entità molto inferiore. Va inoltre osservato che si sono manifestati in questi ultimi anni due fenomeni, uno “positivo” (che diminuirebbe l’ammontare dei debiti commerciali locali) ed uno negativo (che li aumenterebbe): (1) la stima non considera il meccanismo dei “residui passivi”  (somme stanziate ma non spese a fine anno e riallocate “in maniera fittizia” per quello successivo, che sono stimate per i soli comuni ad oltre 20 miliardi di euro); (2) la stima non considera i debiti trasferiti alle partecipate tramite debiti di firma (fideiussioni) che non compaiono nel bilancio degli enti e i debiti interni alla pubblica amministrazione (somme dovute dai comuni alle partecipate e “ritardati” senza che ciò appaia nei bilanci annuali), di entrambi questi fenomeni non se ne conosce   l’entità. Su questi due fronti sarebbe necessario fare degli approfondimenti tecnici e successivamente intervenire per via normativa.

Sul montante dei debiti commerciali la PA paga tassi di mora pari ad oltre l’11%, che rappresenta quindi un extra costo in termini di servizio su questo debito pari ad oltre 2 miliardi di euro all’anno. 

È quindi necessario affrontare il problema. I vincoli di finanza pubblica – in seguito ad una loro “emersione” che causerebbe un aumento del debito di 2 punti di Pil – vanno tenuti in seria considerazione. Da una parte è vero che il mercato dei titoli della Repubblica già li sconta, quindi un graduale assorbimento dei debiti commerciali della PA non dovrebbe avere effetti negativi sugli spread. Dall’altra, va osservato che il problema è comune a molti altri paesi europei e quindi si potrebbe anche concepire un intervento concertato a livello comunitario.

Strumenti per “ripulire” i bilanci e rincominciare da capo con sistemi di controllo cassa/competenza ci sono. Una azione politica in questo senso nel prossimo futuro potrà quindi avere sia effetti positivi per i saldi di finanza pubblica (soprattutto nel caso della sanità) e sia costituire una importante manovra anti-ciclica per dare ossigeno alle PMI italiane che rappresentano la struttura portante della nostra economia.

 

Commenti
DOMENICO STRAMERA
23/05/09 10:10
L’Italia prima nel mondo, nazione che ha molto da offrire.
“L’Italia, si legge nelrapporto,PricewaterhouseCoopers del 12 maggio 2009 possiede il più ampio patrimonio artistico a livello mondiale con oltre 3.400 musei, circa 2.100 aree e parchi archeologici e 43 siti Unesco. Nonostante questo dato di assoluto primato a livello mondiale, il RAC, un indice che analizza il ritorno economico degli asset culturali sui siti Unesco, mostra come gli Stati Uniti, con la metà dei siti rispetto all’Italia, hanno un ritorno commerciale pari a 16 volte quello italiano. Il ritorno degli asset culturali della Francia e del Regno Unito è tra 4 e 7 volte quello italiano. A fronte della ricchezza del patrimonio culturale italiano, rispetto alle realtà estere esaminate, emergono enormi potenzialità di crescita non ancora valorizzate.” Nel rapporto Doing Business 2009 www.doingbusiness.org/ExploreEconomies/?economyid=96 della Banca Mondiale, che redige una graduatoria dei paesi dove è più facile investire, i fattori considerati per la valutazione sono: le modalità di creazione d'impresa, i tempi e le procedure per un permesso di costruzione , le regole per l'assunzione dei lavoratori, i passaggi di proprietà, l’accesso al credito, la protezione degli investitori, l’efficienza del sistema fiscale, la facilità nel commercio internazionale, il funzionamento della giustizia per l'esecuzione giudiziaria dei contratti, le procedure di chiusura di un'impresa. www.doingbusiness.org/ExploreEconomies/?economyid=96 I tempi della Giustizia sono un elemento di fortissimo trascinamento verso il basso per l'Italia, anche in tutti gli altri indicatori internazionali, Nel rapporto Doing Business 2009 www.doingbusiness.org/ExploreEconomies/?economyid=96. Le ricadute negative sulla crescita del Paese, sul benessere dei cittadini, sono evidenti. Dal suddetto rapporto, uno dei principali freni allo sviluppo produttivo dell’Italia è dato proprio dalla lentezza dei processi, che genera incertezza negli scambi e scoraggia gli investitori. Il confronto che colpisce maggiormente in negativo è quello sul funzionamento della giustizia nelle controversie commerciali: siamo in 156esima posizione (su 181 paesi), addirittura dopo Etiopia, Zambia, Nigeria, Algeria, Congo paesi da noi ritenuti “terzo mondo”. Per quanto riguarda il carico fiscale e previdenziale sui profitti, e per la complessità del sistema tributario nazionale che impone alle aziende altri costi, in termini di competitività. «complessità degli adempimenti fiscali e contributivi» e «tempo necessario a gestirli», l'Italia si colloca all'ultimo posto nella graduatoria della Unione Europea e al 128° nel mondo, con una pressione fiscale complessiva tra tasse sul reddito societario, imposte sul lavoro e altre forme di prelievo che raggiungono il 73% degli utili. Siamo al 27° posto solo, nel chiudere un attività, unica posizione nei primi 30 della classifica. I COSTI DELLA GIUSTIZIA E I LORO EFFETTI SUL SISTEMA-PAESE Le condanne sistematicamente inflitte dalla Corte di Strasburgo dicono che l'Italia è fuori dall'Europa per il suo sistema di giustizia civile. Ormai siamo alla denegata giustizia e la situazione non accenna a migliorare, come documentano ogni anno le statistiche riferite dal Procuratore generale presso la Cassazione. Le conseguenze, oltre a quella dell'immagine internazionale del nostro Paese, sono pesanti per le relazioni personali, familiari, commerciali e imprenditoriali. Lo sviluppo economico ne risente, perché l'incertezza del diritto è una delle cause della scarsa attrazione di risorse estere. L'affermazione del principio della ragionevole durata del processo nella Carta costituzionale , sulla spinta delle condanne inflitte dalla Corte Europea dei diritti dell'uomo allo Stato italiano, significa che il potere legislativo e giudiziario non ha saputo rispondere alla domanda di giustizia dei cittadini e delle imprese. Rivendicare oggi la centralità dei diritti e, tra essi, i diritti sociali, troppo spesso negati, significa riaffermare il concetto forte di civiltà moderna, mentre il loro accantonamento evoca scenari propri di società pre - moderna, addirittura barbarica. Domenico Stramera domenico@greenphilosophy.eu
Domenico Stramera
08/07/09 08:41
Obama – Berlusconi - partecipanti al G8
Obama – Berlusconi - partecipanti al G8 E’ questa la vera e possibile sfida su cui concentrare gli sforzi e l’inventiva finanziaria ed il Business del futuro. Le nuove tecnologie hanno messo in atto la globalizzazione, i nuovi mezzi di comunicazione consentono ai cittadini del mondo di comunicare e scambiarsi dati ed effettuare transazioni in tempo reale. È impensabile non utilizzare tali sistemi, anche se questi comportano dei rischi, la tecnologia non può, e non tornerà indietro, annullati i confini è necessario a questo punto nell’interesse generale mondiale creare regole e leggi comuni che impediscano ai più intraprendenti e spregiudicati (da ogni parte nel mondo) di commettere atti che danneggino le comunità e i soggetti. In un sistema basato su diritti e doveri, la tutela della proprietà e dei diritti elementari comporta la necessità di tutte le nazioni, della creazione e rispetto di regole comuni. L’inquinamento, problema mondiale, non può prescindere dall’accordo di tutti gli stati del pianeta, lo stesso potrà essere salvaguardato se tutti gli Stati assumono comportamenti virtuosi. La crisi può essere una possibilità di riorganizzazione del mondo, nella considerazione che non potrà esservi serenità e sicurezza a discapito degli Stati oggi più deboli. Sarà necessario decidere una distribuzione contrattuale e trasparente del risparmio mondiale, utilizzando parte di tale risparmio per la crescita dei paesi del sud del mondo, in modo da innescare processi economici – capitale – tecnologia - lavoro – sviluppo, che consentano anche a questi paesi di aumentare con il lavoro, la produzione della ricchezza e il loro tenore di vita, innescando a sua volta processi di risparmio e di reinvestimento. Non possiamo, pensare che il capitalismo finanziario si moralizzerà da solo, il controllo della finanza è una prerogativa della cosa pubblica e non può essere lasciato, anche solo in parte al settore privato e nemmeno ad un solo o ad alcuni governi che potrebbero imporre norme conformi ai propri interessi ma dannose per gli altri. Le banche e i mercati finanziari sono strumenti essenziali al progresso ed alla civilizzazione, queste permettono di trasferire, ricevendo in cambio di interessi o dividendi, il risparmio verso coloro che possono utilizzarlo al meglio. La crisi pone il problema dell’ utilità del sistema bancario/finanziario cosi come concepito, esso ha effettuato una confisca in modo legale “onesto” non violento a discapito dei risparmiatori cittadini ed imprese. Il 1989, dopo la caduta del muro di Berlino, apre al commercio ed all’economia di mercato il continente, entrano nuovi paesi industrializzati tra i quali Cina ed India, la globalizzazione non è però accompagnata dall’indispensabile “Stato di diritto” dilaga, la liberalizzazione dell’economia senza contromisure e regole. I profitti del settore finanziario aumentano fino a raggiungere il 40% Ricchezza sempre più accaparrata da un piccolo gruppo che pretende il 20% sui capitali investiti basato su prestiti a tassi sempre più bassi, mentre i salari ristagnano. Per consentire l’incremento del debito la FED Americana diminuiva i tassi di interessi portandoli addirittura per un periodo a costo zero per le banche, questo ha permesso alle banche americane di concedere alle aziende, ai fondi d’investimento ed ai singoli, ulteriori prestiti permettendo ulteriori indebitamenti per aumentare i consumi e spingendo i patrimoni al rialzo. Alcune istituzioni finanziarie proponevano assicurazioni contro i rischi (asset - baked security) obbligazioni negoziabili e trasferibili emessi a fronte di operazioni di cartolarizzazione, mentre altri assicuratori inventavano astuti strumenti per nascondere ai risparmiatori i rischi di questi ed altri prodotti finanziari, si è aperto in questo modo un commercio di valore inestimabile di cui ancora oggi si fatica ad avere dati, i cosiddetti “titoli tossici e/o spazzatura” il cui solo fine era quello di truffare i risparmiatori e ottenere somme enormi - sotto forma di premi e di bonus, trasferiti poi nei paradisi fiscali. Questa crisi è l’occasione per comprendere come un piccolo gruppo di persone, senza produrre ricchezza, abbia potuto accaparrarsi nella più completa legalità e senza essere controllato da nessuno la gran parte della ricchezza prodotta, sotto forma di premi e bonus – facendo pagare i suoi formidabili profitti ai contribuenti, salariati, consumatori, imprenditori di tutto il mondo, obbligando poi gli Stati a trovare in pochi giorni, per riempire i vuoti delle loro casse, delle somme di denaro mille volte superiori a quelle che gli stessi governi rifiutano ogni giorno ostinatamente ai paesi più svantaggiati che muoiono di fame nel resto del mondo. Queste considerazioni devono costituire, il principale motivo di creazione delle nuove regole affinché questo non si ripeta perché se questo è legale, allora il sistema che permette tale aberrazione non ha più alcuna ragion d’essere. Bisogna ridare fiducia alle collettività le quali hanno preso coscienza del peso dell’insostenibilità del debito amplificato artificiosamente, tutti cercano di uscire liquidizzando i loro risparmi, lo stesso è pero sostenuto solo da loro, provocando un effetto di panico, tutti rifuggono ed il sistema finanziario si blocca e finisce per asfissiare l’economia creando recessione e depressione. Intervengono a questo punto i governi i quali forniscono denaro pubblico alle banche. Nessuno però, può essere lasciato libero per conseguire i propri interessi a scapito dei nostri discendenti. I mercati sono dominati da chi controlla i mezzi di produzione, in particolare da quelli che possono assegnare i capitali in funzione delle informazioni di cui dispongono o creano o condizionano le scelte politiche al loro esclusivo interesse. Di qui l’importanza del controllo, che non può essere delegato né ridotto al minimo, e deve essere gestito senza cedere alla pressione del mondo finanziario. La crisi comincia infatti, quando i regolatori lasciano briglia sciolta ai finanzieri, e rappresenta la manifestazione dell’incapacità del sistema di garantire il finanziamento equilibrato all’economia. La democrazia ha bisogno del mercato perché non ci può essere libertà politica senza libertà economica. Il mercato e l’economia si rafforzano reciprocamente. Una regolamentazione planetaria incessantemente rimessa in discussione, dovrebbe permettere di anticipare gli squilibri e evitare poi che i fondi pubblici siano usati per ricapitalizzare le banche. L’avvento delle nuove tecnologie ha sconvolto i sistemi di informazione a livello planetario, i bisogni e le aspirazioni del mondo occidentale sono diventate le aspirazioni dei paesi in via di sviluppo. I paesi occidentali non possono continuare ancora per molto a depredare le risolse planetarie, occorre organizzare e regolamentare una gestione sovranazionale ed avviare grandi opere per orientare la crescita ecologicamente sostenibile del pianeta. E’ questa la vera e possibile sfida su cui concentrare gli sforzi e l’inventiva finanziaria ed il Business del futuro. Rispetto della casa comune IL PIANETE TERRA nella considerazione che è possibile fare impresa e utili in modo etico per il bene e lo sviluppo di tutti, le conoscenze tecnologiche attuali ed altre che potranno essere inventate e sviluppate, lo consentono. Il mercato non è né infallibile né giusto e nemmeno efficace – ha bisogno della democrazia dello Stato, per proteggere i diritti di proprietà, la libertà individuale, intellettuale ed imprenditoriale, e per sfruttare pienamente i mezzi di produzione e le potenzialità dei PAESI, se si creeranno le regole internazionali planetarie, potremo innescare lo sviluppo planetario. Bisogna però eliminare le transazioni finanziarie con coloro che non si adeguano a tali regole. Tutte le istituzioni/organizzazioni ed anche le banche rappresentano la burocrazia, a servizio della collettività, è necessario pertanto, intensificare i controlli affinché esse svolgano le loro funzioni a servizio della collettività e delle comunità in cui operano. Le stesse devono consentire lo sviluppo delle comunità nell’interesse generale, secondo il seguente principio “cresce il territorio ove le stesse operano aumentano i risparmi e gli investimenti e crescono le banche” Occorre limitare i profitti finanziari a livello di redditività reale dell’economie locali ed intensificare le funzioni di controllo e giustizia internazionale capaci di controllare e sancire ogni violazione di queste norme. Le banche non possono trascurare l’interesse della collettività e delle imprese perché a lungo andare la rovina delle imprese e della collettività potrà essere la loro rovina, il mondo ha bisogno di creatori, di innovatori ed imprenditori che possono assumersi i rischi imprenditoriali in tutta libertà, con il vincolo di non mettere in pericolo quella degli altri. Bisogna adottare su scala nazionale e planetaria un sistema di sostegno alla creazione di piccole, medie e grandi imprese, sviluppare la creazione di reti di comunicazione che permettano di formare il massimo numero di attori economici. L’Italia ed i paesi altamente indebitati non possono barricarsi dietro l’euro che potrebbe essere rimesso in forse dal rifiuto dei paesi più virtuosi meno indebitati di sostenere i paesi più lassisti. E’ necessario che l’Italia programmi il proprio futuro eliminando gli ostacoli alla crescita ed allo sviluppo quali: la mancanza di infrastrutture, lo snellimento della burocrazia e della giustizia, creazione di regole certe basilari per lo sviluppo delle imprese e dell’ economia certezza dei tempi e certezza dei costi per le opere pubbliche e private. Domenico Stramera domenico@greenphilosophy.eu www.agoravox.it/_DOMENICO-STRAMERA_.html
l'Occidentale è protetto da Kaspersky
© 2007-2011 Occidentale srl. Tutti i diritti riservati. redazione@loccidentale.it
L'Occidentale è una testata giornalistica registrata. Direttore responsabile: Giancarlo Loquenzi.
Registrazione del Tribunale di Roma n° 141 del 5 Aprile 2007
Concessionaria in esclusiva per la pubblicità: Arcus Pubblicità srl