Da una parte ci sono i difensori del deposto presidente Zelaya, un cowboy figlio di latifondisti, transfuga del partito liberale e fulminato sulla via del “bolivarismo” chavista. Zelaya è stato prima esiliato e adesso è tornato nel Paese, rifugiandosi nell’ambasciata brasiliana di Tegucigalpa. E' un personaggio che non ci è mai piaciuto troppo perché scimmiotta il cesarismo straccione dei capataz sudamericani, così molto spesso abbiamo dato voce a chi difende le ragioni della sua estromissione.
Zelaya puntava a un referendum che gli garantisse un altro mandato, utile a spostare definitivamente il baricentro dell’Honduras verso l'asse dell'avvenir: Venezuela-Bolivia-Cuba. La Costituzione non glielo permetteva, la Corte suprema lo ha condannato per averci provato, e i militari appoggiati dall’establishment liberale si sono sbarazzati di lui. Di solito, quando gli va bene, i dittatori finiscono esattamente così, in esilio. E se l’esercito ha obbedito al parlamento e alle corti honduregne, tecnicamente, non è stato un "colpo di stato".
Dall’altra parte ci sono i “golpisti”, la giunta guidata dal presidente ad interim Micheletti, che ha indetto nuove elezioni e sta traghettando il Paese verso tempi migliori. Ma è meglio usare il condizionale. Speravamo che fossero tempi migliori fino a quando i “i salvatori della Patria” hanno iniziato a mostrare su quali valori si regge la loro idea democrazia. Una deriva “legge & ordine” che ci piace altrettanto poco di quella plebiscitaria di Zelaya.
Micheletti è figlio di italiani – bergamaschi pragmatici – che hanno fatto fortuna nel piccolo paese centroamericano grazie a un aggressivo spirito d’iniziativa, buoni agganci politici e un deciso carrierismo militare. La sua sedicente fedeltà al liberalismo non è mai sfuggita a una gestione clientelare e tutto sommato propagandistica del potere. E negli ultimi giorni la posizione del presidente è diventata sempre più difficile da difendere. Micheletti ha reagito al rientro di Zelaya ordinando di chiudere con la forza le radio e le televisioni fedeli al suo avversario, ha vietato la manifestazioni in piazza, minacciando gli oppositori. Tre persone sono morte durante gli scontri da quando Zelaya ha lasciato il Paese. L’ultima una ragazza uccisa dai gas durante un corteo di protesta (secondo altre fonti i morti complessivamente sarebbero 10).
I rappresentanti del Congresso, spaventati dalla piega che stanno prendendo gli eventi (il ministro degli esteri della giunta ha minacciato di ‘espugnare’ l’ambasciata brasiliana se Zelaya non verrà consegnato), implorano Micheletti di ritirare il decreto che vuole restringere i diritti e le libertà dei cittadini.
Se davvero l’Honduras si avvia verso le elezioni, e le elezioni sono un segno di democrazia, che democrazia è mai quella che nega i propri valori fondamentali? Sarebbe un altro voto fraudolento come se ne vedono tanti nel mondo. C'è chi parla di "regime di velluto" anche se Micheletti trova ancora una tribuna sul Washington Post per spiegare che non tutto è perduto.
In mezzo, tra golpisti e lealisti, c’è Barack Obama. Il caso Honduras è l’espressione della intransigenza confusionaria che domina alla Casa Bianca e nei palazzi del potere americano. Obama e il Dipartimento di Stato hanno prima condannato il “golpe”, dicendo che attentava al diritto internazionale, e chiedendo a gran voce il reinsediamento di Zelaya. Una posizione non troppo lontana dalle richieste dei Castro e di Chavez. L’ostinazione degli Usa e della comunità internazionale ha tolto ogni prestigio a Micheletti, indebolendone le ragioni (la legge era dalla sua parte).
Adesso che Zelaya è tornato a Tegucigalpa, strillando che c’è un complotto in atto e che sicari prezzolati vorrebbero assassinarlo, l’ambasciatore americano all’assemblea dell'OSA si sveglia dal coma e dice che il cowboy si è “comportato stupidamente”, che non doveva assolutamente tornare in Patria, e che i responsabili del suo ritorno dovranno assumersi la responsabilità del sangue che potrebbe essere versato a breve nelle strade.
Lo sapevamo tutti che l’America non avrebbe potuto sostenere a lungo un personaggio teatrale come “il boss dei boss” (Zelaya si fa chiamare anche così) – e che probabilmente, dopo le elezioni, il severo atteggiamento del Dipartimento di Stato nei confronti della giunta Micheletti si sarebbe mitigato. Ma l’incorruttibilità figlia dell’incertezza di Hillary Clinton, il vago appellarsi al diritto internazionale di Obama, e una situazione oggettivamente complessa, hanno rafforzato entrambe gli attori della tragicommedia honduregna.
Zelaya, che oggi si rivolge all’Onu per far rispettare i suoi diritti (dopo che voleva stravolgere quelli del suo Paese). Micheletti, che ha detto: “solo un’invasione militare degli Stati Uniti potrebbe far cadere il mio governo”. In questa polarizzazione si corre il rischio di perdere la bussola e non sapere più da che parte stare. Ed è anche colpa di un’America che ancora non sa qual è la sua parte. Un’America che ha rinunciato alla sua missione morale di guida e modello per i paesi del vecchio “cortile di casa”.


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Difficile aspettarsi in