La matassa resta ingarbugliata, ma Silvio Berlusconi rovescia ancora una volta il tavolo. Come? Con una doppia mossa. La prima: spenge il cerino che Fini a Mirabello aveva tentato di rifilargli nelle mani dello stesso presidente della Camera manifestando l’intenzione di tenere un discorso in Aula a fine settembre e, di fatto, allontanando lo spettro delle elezioni anticipate in autunno. La seconda mossa è per Bossi. Berlusconi stoppa l’alleato di ferro proprio sull’orlo della crisi dicendo che no, si va avanti perché la priorità è quella di governare nell’interesse del Paese.
Una tattica che serve a uscire dall’angolo nel quale, suo malgrado, sia i futuristi di Fli che i leghisti vorrebbero spingerlo. I primi per attribuirgli la responsabilità politica della rottura e del ritorno alle urne, i secondi per incassare il massimo consenso elettorale sfruttando le divisioni nel Pdl.
A questo si aggiunge la decisione dell’ufficio di presidenza del partito sull’incompatibilità degli incarichi a livello locale ricoperti attualmente dai dirigenti passati a Fli, ai quali dà l’aut aut. Resta per il momento sospesa la questione dei ministri finiani, anche se è facile ritenere che quello sarà il passaggio successivo se si dovesse andare allo scontro finale.
Il premier parlerà a Montecitorio a fine mese (la data dovrebbe essere il 28), riferirà sul quadro politico rilanciando i punti programmatici dell’azione di governo. Non farà sconti all’ex cofondatore del Pdl – fanno intendere dall’inner circle berlusconiano - ma senza l’intenzione di una rottura totale e definitiva, semmai con l’obiettivo di allargare per quanto sarà possibile il perimetro della maggioranza, non solo ai finiani moderati o ancora indecisi sul da farsi e sul cui senso di responsabilità il Cav. continua a contare, ma pure a forze politiche quali ad esempio l’Mpa di Lombardo (altri se ne potrebbero aggiungere in corso d’opera) che ha annunciato il voto favorevole.
Il ragionamento che il Cav. ha ribadito davanti allo stato maggiore del partito (pare abbiano disertato il vertice il viceministro Urso e il ministro Ronchi, entrambi fedelissimi di Fini) suona più o meno così: se ho la maggioranza che io conto di avere, ho il dovere di governare. Ora serve senso di responsabilità di fronte ai problemi del paese. Dunque se la crisi si manifesterà, ciò avverrà solo in Parlamento, come del resto da giorni vanno ripetendo i big pidiellini (Cicchitto, Gasparri e Quagliariello in testa).
Ma in un’altra giornata ad alta tensione, ce n’è pure per Bossi. Il premier stoppa l’alleato a un passo dal baratro del voto anticipato dicendo che no, si va avanti. Il nuovo avvertimento del Senatur, infatti, ha fatto schizzare in alto il termometro della maggioranza, facendo temere il peggio per qualche ora. Il leader del Carroccio insiste sul fatto che l’unica via d’uscita sono le elezioni e visto che al voto si va “se Berlusconi si dimette o se c’è un voto contrario” fa intendere che la Lega potrebbe votare contro il discorso del premier aprendo di fatto la strada a elezioni entro la fine dell’anno. Quanto alle dimissioni di Fini da presidente della Camera respinte con forza dal diretto interessato, Bossi ci va giù pesante commentando con una pernacchia davanti ai taccuini dei cronisti.
Tocca al governatore del Piemonte Roberto Cota chiarire le parole del suo leader. Lo fa da Frascati alla Summer School (la scuola di alta formazione politica promossa da Magna Carta e Italia Protagonista), incalzato dalle domande del direttore de L’Occidentale Giancarlo Loquenzi durante il faccia a faccia sul federalismo con il presidente della Campania Stefano Caldoro. Cota prova a schivare il tiro e non si sbilancia pur seguendo la rotta tracciata dal “capo”: “Abbiamo cercato di fare di tutto per trovare una soluzione, per trovare un dialogo” ma, spiega, “il discorso di Mirabello è stato chiaro. Fini ha detto cose che pesano come macigni e ha sviluppato alcuni punti in contrasto col programma elettorale, ha detto anche che il Pdl non esiste più”. Ragion per cui, secondo il governatore leghista, “Bossi è uno che vede sempre più lungo degli altri e piuttosto che la palude, il logoramento è meglio il voto che rafforza e stabilizza. Non abbiamo paura del voto perché il federalismo è stato già approvato e il governo sta facendo i decreti attuativi”.
Boutade, provocazione, ennesima forzatura, è la lettura nei ranghi pidiellini che affidano al Cav. il compito di convincere Bossi a mantenere la barra del governo ben dritta. Che l’accelerazione della camicie verdi abbia motivazioni meramente elettoralistiche è ormai evidente a tutti, eppure il Senatur sa bene che col voto a stretto giro si giocherebbe, forse definitivamente, la carta del federalismo. Che non è solo il cardine sul quale puntare a fare incetta di voti, ma anche la ragion d’essere dei lumbard. E il rischio di interromperne il percorso verso l’applicazione definitiva della riforma il cui impianto è già legge, potrebbe pregiudicare il consenso, specie tra gli elettori padani che mal digerirebbero il fatto di lasciare incompiuta l’opera prima voluta e costruita così tenacemente. In altre parole, il voto potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio oltreché un bel paradosso per i principali sponsor d’oltre Po.
Il Cav. tira il freno a mano anche sull’idea caldeggiata dal Senatur di salire insieme al Colle per chiedere le dimissioni di Fini. Più probabile invece che a Napolitano (ieri ha confermato di non aver ricevuto alcuna richiesta di incontro da Pdl e Lega) Berlusconi e Bossi illustrino il delicato quadro della situazione politica, tuttavia c’è chi nel Pdl ritiene che un simile passaggio non ci sarà, almeno non prima dell’intervento del premier in Parlamento.
Casomai, è l’ipotesi, la questione potrebbe essere affrontata quando Berlusconi porterà a Napolitano il nome di Paolo Romani per la poltrona di Scajola allo Sviluppo economico. E dovrebbe essere questione di giorni. Intanto nel Pdl i rapporti tra ‘ex’ restano tesi. L’ufficio di presidenza ha di fatto stabilito che c’è incompatibilità tra l’adesione al gruppo di Fli e gli incarichi del Pdl ricoperti dai finiani a livello locale. Il caso più eclatante, ma di certo non l’unico, è quello del coordinatore regionale dell’Emilia Romagna Raisi, deputato e uomo di stretta osservanza finiana. L’incompatibilità sarà comunicata ai diretti interessati la prossima settimana quando saranno convocati uno ad uno e dovranno decidere se lasciare Fli o il Pdl.
Nessuna cacciata dunque, piuttosto un atto di “cortesia” dal momento che nella riunione di ieri non sono state prese decisioni formali in merito. Linea analoga a Montecitorio nei confronti del presidente della Camera: nella riunione dei capigruppo per la calendarizzazione del provvedimenti all’esame dell’Aula, Fabrizio Cicchitto ha formalizzato a Fini che in quanto leader di gruppi parlamentari autonomi nati dalla scissione col Pdl, partito di maggioranza relativa al quale gli elettori hanno affidato il mandato di governare, non sarebbe più un presidente super partes.
Non solo, ma in una giornata già di per sé convulsa, tra Pdl e Fli si accende l’ennesima miccia. Da un lato il giornale on line Ffwebmagazine (fondazione Farefuturo) che paragona gli ex colonnelli di An a “cani bavosi” messi a fare la guardia al padrone, dall’altro l’uscita pesantissima della deputata finiana Angela Napoli che in un’intervista non esclude che alcune colleghe parlamentari abbiano ottenuto il seggio dopo essersi prostituite. Una sortita censurata da Fini e duramente stigmatizzata dalle esponenti pidielline.
La guerriglia continua, resta da capire se di qui a breve tra berlusconiani e futuristi ci sarà la madre di tutte le battaglie.


