La cifra delle elezioni regionali sta in due partite parallele attorno alle quali da qui al 21 di marzo ruoterà il dibattito politico. La prima chiama in causa lo scontro diretto tra i due schieramenti nelle regioni-chiave (Puglia, Campania e Lazio); la seconda si gioca tutta all'interno della maggioranza e riguarda la sfida nelle piazze del Nord (Veneto, Piemonte e Lombardia), storico serbatoio di voti del centrodestra.
Una partita quest'ultima che rischia di trasformarsi in un duello all'ultimo voto tra due partiti alleati che governano a livello nazionale in virtù del patto di ferro tra il Cav. e il Senatur. Apparentemente può sembrare un paradosso, ma al di là delle dichiarazioni di rito sulla "legittima competizione", la realtà indica ben altro: la Lega punta a conquistare la supremazia nel triangolo più ricco dello Stivale. In altre parole, l'obiettivo delle camicie verdi è il "sorpasso".
E se è vero che tutti nella coalizione sono chiamati a portare acqua al mulino del candidato governatore e dunque eventuali defezioni in questo senso avrebbero solo il sapore di un puro tafazzismo, è altrettanto vero che si corre per un unico candidato la con liste separate e qui vale la regola di chi riesce a ottenere un voto in più dell'alleato-avversario.
Il Veneto è il vero teatro del duello Pdl-Lega specie dopo il sacrificio del governatore uscente Galan, berlusconiano della prima ora, sull'altare dell'alleanza col Senatur. E se la vittoria in una regione già acquisita dal centrodestra non sembra in pericolo, la contesa riguarda il "peso"| politico che ciascuno dei due partiti sarà in grado di dimostrare, voti alla mano. Oltretutto il margine che segna la distanza tra Pdl e Lega è alquanto risicato: nel 2008 alle politiche il partito di Berlusconi e Fini distaccò il Carroccio per ottomila voti mentre nel 2009 alle europee il consenso elettorale premiò il Pdl che ottenne ventiseimila voti in più della Lega (29,3 per cento contro il 28,4 appannaggio dei padani).
C'è poi l'incognita Galan che pare aver rinunciato a capeggiare una lista propria (per lui il Cav. ha già pensato a un incarico nella compagine di governo) ma non è affatto escluso che in qualche modo la sua mancata ricandidatura possa avere un effetto diretto sull'esito della competizione, soprattutto sul versante dei voti di lista. Quanto all'Udc, Casini che aveva già posto il veto sull'alleanza con la Lega, ha annunciato che il suo partito correrà da solo e lo farà nella roccaforte un tempo della Dc nel tentativo di rosicchiare la torta dei suffragi appannaggio del centrodestra. E che si tratti più di un duello diretto che di una "legittima competizione" lo si capisce anche dalla sfida che il coordinatore nazionale del Pdl La Russa ha lanciato alla Lega pronosticando un distacco di cinque punti percentuali.
Il Carroccio replica con Zaia che a Venezia ha presentato il programma, promettendo una performance tutt'altro che da numero due per il suo partito che avrà uno dei punti di forza nel capitolo immigrazione. Tema sul quale, invece, il Pdl sconta i distinguo dei finiani (ad esempio sulla cittadinanza) che potrebbero rappresentare un boomerang in termini di consensi. Non è un caso se il presidente dei senatori del Pdl Gasparri mette le mani avanti: al Nord non ci sarà alcun sorpasso, basta non fare regali alla Lega e dire chiaramente che il Pdl è contrario alla cittadinanza facile per gli immigrati, ammonisce.
Anche in Lombardia ci sarà battaglia. Del resto, non è un mistero che i leghisti nelle trattative precedenti all'ufficializzazione della ricandidatura di Formigoni al Pirellone, hanno rivendicato con forza la presidenza della Regione. E se qui le armi apparentemente saranno spuntate, questo non significa che il Carroccio, forte anche del radicamento territoriale che in venticinque anni di storia ha costruito e consolidato pazientemente, non metta a frutto proprio la sua presenza capillare nelle realtà locali puntando sulla carta del federalismo (Bossi) e della sicurezza (Maroni) per portare acqua non solo al mulino di Formigoni. E' pur vero che in Lombardia il Pdl vanta un consenso elettorale molto solido e può contare sul "peso" politico di big come i ministri Tremonti, La Russa e Gelmini oltrechè del vicepresidente della Camera Lupi e di numerosi parlamentari di rango, ma è evidente che la mobilitazione dei pidiellini dovrà essere totale per non lasciare troppo campo alle mire del Carroccio.
C'è un altro elemento non di poco conto da considerare nella partita al Nord tra Pdl e Lega e riguarda la composizione delle liste: se nel Carroccio la logica del "centralismo democratico" funziona e non da ora nel senso che è Bossi che decide chi, come e dove, nel Pdl si dovranno tenere nella giusta considerazione le quote ripartite tra Fi e An, compresi i piccoli compromessi coi quali inevitabilmente ci si dovrà misurare per mantenere inalterati gli equilibri interni ai maggiori azionisti del Pdl.
In Piemonte il centrodestra punta a riconquistare la presidenza della Regione, ma anche qui Bossi intende preparare il terreno all'avanzata della Lega che già alle politiche del 2008 registrò un trend in crescita, pure a Torino, storica roccaforte della sinistra. Il braccio di ferro vinto con Berlusconi per ottenere la candidatura di uno degli uomini di punta del Carroccio, Roberto Cota (piemontese e capogruppo del partito alla Camera) ipotecando per questo anche una probabile alleanza con Casini in un primo tempo disponibile a sostenere un candidato Pdl ma non un uomo della Lega (intesa poi saltata coi centristi in scia Pd anche se col maldipancia sull'ipotesi Bresso, mentre l'accordo coi democrat è già chiuso anche in Liguria e Marche), dà il senso di cosa si muova all'ombra della Mole Antonelliana.
Berlusconi è ben consapevole che la partita delle regionali sarà strategica anche sul piano nazionale ed è per questo che ha già annunciato un suo impegno diretto nella campagna elettorale, ma si sa, le regionali non sono le politiche e l'effetto traino del premier che anche ieri nel pranzo con gli europarlamentari ha ribadito l'importanza del test elettorale, dovrà essere supportato da un impegno "porta a porta" degli esponenti del suo partito. Da parte sua, Bossi mette in chiaro che si corre tutti per un unico obiettivo e che per questo cederà al Pdl il ministero dell'agricoltura solo se il centrodestra vincerà in Veneto e Piemonte.
C'è infine un ultimo elemento da considerare nelle file del centrodestra che dà la cifra del dibattito interno che corre dalle piazze del Nord a quelle del Sud. Tra i pidiellini, infatti, si registrano malumori per la scelta delle candidature finora ufficializzate che penalizzerebbero il peso e il ruolo degli ex forzisti: Cota e Zaia in Veneto e Piemonte, la Polverini (in quota Fini) nel Lazio, Scopelliti (An) in Calabria. Non è un caso se il presidente dei deputati Cicchitto prende atto della situazione e rivendica per gli azzurri Campania e Puglia.
In Campania sarà convocato a breve un tavolo della coalizione. Per il momento il nome più accreditato è quello di Stefano Caldoro, giovane leader socialista. Ma sul via libero definitivo conterà la parola di Nicola Cosentino, coordinatore regionale del Pdl e sottosegretario all'Economia, fino a pochi mesi fa in pole position per la poltrona di Bassolino poi costretto al passo indietro per un'inchiesta della procura di Napoli nella quale è indagato. L'orientamento che sembra ormai prevalere è quello di un nome politico (in un primo tempo il ragionamento si era concentrato su potenziali candidati della società civile) e non è escluso che alla fine, Fi rivendichi per sè la candidatura.
In Puglia il rebus candidato dovrebbe essere sciolto a breve. In pole position resta la candidatura del magistrato antiterrorismo Stefano D'Ambruoso ma nel Pdl c'è chi come il sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano non vuole perdere altro tempo. Al punto che ha scritto ai vertici del partito - nazionale e regionale - chiedendo la convocazione ad horas del coordinamento regionale e dell'ufficio di presidenza del partito per definire subito il nome del candidato che dovrà essere ricercato nella rosa degli esponenti pugliesi di rango nazionale che il partito esprime. Un'accelerazione che si imporrebbe specialmente dopo l'apertura di Casini al Pd sul nome di Francesco Boccia.
Il leader Udc ha lanciato un ultimatum ai democrat dicendosi pronto a sostenere Boccia solo se lo schieramento taglierà i ponti con Vendola e i suoi (operazione difficile da far digerire alla base del partito buona parte della quale sta col governatore uscente che conferma la sua corsa). Secondo il diktat centrista, il Pd entro lunedì dovrà dichiarare la coalizione che sosterrrà Boccia, altrimenti "potrebbe aprirsi un'altra strada". Il Pdl non chiude la porta a Casini ma è chiaro che il dibattito interno sulla scelta di un proprio candidato (resta in pista anche l'ipotesi dell'ex An Adriana Poli Bortone) non potrà andare avanti ancora per molto.
Nel Lazio per ora si profila una sfida tutta al femminile. Già in campagna elettorale sotto le insegne del Pdl Renata Polverini (segretario Ugl) sabato e domenica aprirà con Cicchitto, Gasparri e i maggiorenti locali del partito un tour nelle province. Una sfida strategica per il Pdl che punta a riprendersi la guida della Regione e che specialmente dopo il caso Marrazzo non ha grandi ostacoli sul cammino verso la meta. Anche perché il Pd pare sempre più impantanato sul nome del candidato nonostante speri che il mandato esplorativo affidato al presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti possa tradursi nella sua candidatura ufficiale. Possibilità non così scontata, dal momento che lo stesso Zingaretti, fino a qualche giorno fa per nulla intenzionato a gettarsi nell'agone, avverte che potrà accettare l'offerta solo se ci sarà una totale convergenza della coalizione.
E non è un caso che proprio ieri abbia contattato Emma Bonino, storica leader dei Radicali che nell'impasse generale del centrosinistra, si sono portati avanti candidando proprio la vicepresidente del Senato alla poltrona di Marrazzo. E' la stessa Bonino a riferire del colloquio con Zingaretti sottolineando che sul suo nome come candidata dell'intero schieramento "non sono state riscontrate pregiudiziali". Dunque non è affatto escluso che il Pd alla fine per uscire dalle secche, opti per la "carta" Bonino.
E Casini? Se in Puglia - per ora - sta con Boccia (alcuni maligni nel Pdl vedono in questo solo una mossa tattica per tentare di strappare al Pd il candidato presidente) per la sfida nel Lazio ha già scelto da che parte stare (come in Calabria dove sosterrà Scopelliti). Tra la Bonino e la Polverini ha affermato senza indugi che preferisce la Polverini e dunque il Pdl. Paradossi delle alleanze variabili.



L’ipotizzato sorpasso al
NON SOTTOVALUTIAMO CASINI
Sono del centro Italia e
sorpasso certo della Lega