Miyuki Hatoyama, la moglie del premier giapponese Yukio, è un’ex attrice, giornalista e scrittrice, che stupisce la stampa internazionale con le sue stravaganze. A dei giornalisti allibiti ha raccontato di essere stata rapita dagli Alieni, di aver conosciuto Tom Cruise in una vita precedente e di nutrirsi ogni giorno di sole. Nel frattempo le sue connazionali restano in bilico fra lo stereotipo di angelo del focolare e l’idea della donna di successo. Se Shoko Tendo, figlia di un boss della mafia giapponese, non riesce a tagliare il legame con la propria cultura d’origine, otto giornaliste e scrittrici, nel libro “No Geisha”, rifiutano l’immagine di una donna tutta raffinatezza e sottomissione e sperano in un futuro diverso.
Quando lo scorso 15 settembre lo speaker della Camera lo proclamò nuovo premier del Giappone, Yukio Hatoyama non immaginava certo che la sua mogliettina Miyuki sarebbe diventata presto più famosa di lui. Proprio quella graziosa signora che poco dopo l’elezione del marito si era lasciata andare in un applauso liberatorio dai banchi dell’Aula, è diventata un’arma (a doppio taglio) per il premier Hatoyama, il leader del partito Democratico che è riuscito a mandare all’opposizione i Liberaldemocratici dopo quasi 54 anni.
Miyuki Hatoyama non è la classica first lady giapponese che cammina tre passi dietro al marito. E’ stata un’attrice di musical al famoso teatro Takarazuka, cuoca provetta e scrittrice di libri di cucina, giornalista, guru del life style tanto che ha persino condotto un programma televisivo in cui dava consigli di moda e bien vivre. Pare che Yukio, che allora studiava alla Stanford University, abbia conosciuto la sua futura moglie in un ristorante di San Francisco dove lei lavorava come cameriera. Amore a prima vista, nonostante a quei tempi Miyuki fosse ancora sposata con il suo primo marito. Oggi, la nuova first lady con i capelli a caschetto e lo sguardo sbarazzino suscita grande simpatia tra i giornalisti, e soprattutto la curiosità dei più per le sue stravaganze.
Come dichiarare di essere stata rapita dagli alieni e portata sul pianeta Venere. “Mentre il mio corpo stava dormendo, credo che la mia anima sia salita su un Ufo di forma triangolare, e sia andata su Venere. Era un posto molto bello e tutto verde”, scrive Miyuki nel suo nuovo libro Cose molto strane che ho incontrato (il premier Hatoyama è soprannominato “l’alieno” per via dei suoi occhi sporgenti…).
Ma Miyuki non si è fermata qui. Ad un incuriosito presentatore televisivo, disse una volta di aver conosciuto Tom Cruise, anche se in un’altra vita. E in questa vita precedente l’attore americano era giapponese. Fra l’altro, Miyuki non ha mai negato il suo desiderio di rincontrare il bel Tom, anzi “sono certa che se gli dicessi, ‘E’ un pezzo che non ci vediamo’, capirebbe a che cosa alludo”, ha osservato in una delle sue interviste. Se in un primo momento il marito Yukio era apparso lontano dai severi standard nipponici, per i suoi capelli disordinati e il colore dei suoi abiti, Miyuki l’ha sicuramente superato in fatto di stranezze. L’ultima? Una questione di “style”, sì perché la first lady ha candidamente confessato di nutrirsi di sole. “Mangio anche il sole. Sì, proprio così: gnam, gnam, gnam. Mi dà un’enorme energia. Anche mio marito da qualche tempo ha cominciato a farlo”, ha spiegato in un’intervista, davanti a una giornalista allibita.
Ma i vezzi dei coniugi Hatoyama, insieme alle frivolezze di Miyuki, non devono ingannare sulla reale condizione femminile in Giappone. Nonostante si tratti della seconda economia mondiale, la donna è ancora a metà tra regina del focolare e voglia di affermarsi professionalmente, con lo sguardo rivolto alle colleghe occidentali. La riscossa per le giovani giapponesi non sarà facile. Spesso le “office lady” in ufficio ricoprono ruoli e mansioni che gli uomini considerano inutili o poco promettenti per una carriera lavorativa. Sono assunte presto, magari già diciottenni, ma dopo poco tempo intorno ai 22 o 23 anni lasciano il posto di lavoro per metter su famiglia e badare ai propri figli. Quando due anni fa l’allora ministro della Salute, Hakuo Yanagisawa, affermò: “Care donne, suonerà un po’ sgarbato, ma datevi da fare per trasformarvi in macchine per procreare”, attirò contro di sé innumerevoli critiche.
In realtà, non fece altro che sottolineare come in Giappone, ancora nel Terzo millennio, la donna non abbia quell’indipendenza ormai diffusa (anche se in alcuni casi soltanto apparentemente) in America e nei paesi europei. Basti pensare alle sofferenze della povera Masako Owada, moglie del principe Naruhito caduta in depressione per non riuscire a dare al paese un erede al trono. Anche oggi che la coppia ha una figlia, la principessina Aiko, Masako non può non confrontarsi con la cognata Kawashima, che, diventata da qualche anno madre del principe Hisahito, ha garantito così la successione nel paese.
Un termine di paragone più che ingiusto per Masako che da ragazza moderna e occidentalizzata aveva studiato ad Harvard, imparato a parlare sei lingue e vinto il concorso diplomatico nel dipartimento più prestigioso, quello che cura i rapporti con gli Stati Uniti. Una parabola molto simile a quella di tante donne giapponesi che hanno abbandonato gli studi universitari o il lavoro per seguire gli interessi della famiglia e del marito. Proprio come Masako che ha dovuto accantonare il sogno di una carriera diplomatica per i rigidi dettami di corte: “Mi impegnerò per servire Sua Altezza” (roba da far rabbrividire), aveva detto ai giornalisti il giorno del suo fidanzamento ufficiale. Forse non immaginava che un giorno sarebbe diventata la “principessa infelice”.
Non sono soltanto statistiche ufficiali e dichiarazioni regali a farci conoscere la condizione della donna in Giappone. Da pochi mesi è uscito anche in Italia “Il drago nel cuore”, scritto da Shoko Tendo, figlia del boss della mafia giapponese, la Yakuza. Tutta tatuaggi e piercing, raccontando la propria vita, fatta di violenze e di soprusi, di amici e ex amici del padre che si trasformavano in aguzzini, Shoko, oggi trentanovenne, non fa altro che rispolverare l’idea di un mondo maschilista millenario. E ciò che più stupisce il lettore è come l’autrice, nonostante ne sia stata vittima, non riesca a tagliare quel cordone ombelicale che ancora la lega alla propria cultura. Rapporto imprescindibile, quindi, sebbene Shoko oggi non faccia più parte della Yakuza, sia una scrittrice free lance con una figlia di due anni e non debba più lavorare nei bar come hostess per mantenersi.
Ma qualcuno, o meglio qualcuna, sta cercando di ribellarsi a questo ruolo già prestabilito di moglie e madre, il cui unico compito è quello di gestire la famiglia, che in Giappone è considerata la cellula primaria della società. Ci hanno provato in otto fra scrittrici e giornaliste, autrici di “No geisha”, libro dal titolo che suona quasi come uno slogan. Otto storie che raccontano la vita di donne diverse, casalinghe, lavoratrici, persino prostitute, offrendo così uno spaccato nascosto della società giapponese. Protagoniste che superano lo stereotipo di donna infelice, madre e lavoratrice part-time e preferiscono vivere con più leggerezza i propri rapporti sociali, professionali e sessuali.
Un volume che si fa portavoce di un malcontento diffuso, soprattutto fra quell’elite femminile più colta, che dopo aver studiato e viaggiato all’estero, rifiuta l’immagine classica della geisha, tutta raffinatezza e sottomissione. Rispondere, quindi, alla domanda “Cosa significa essere una donna nel Giappone del Duemila?” non è affatto semplice. Combattute fra il ruolo di brava casalinga in un paese dove persino il sistema fiscale scoraggia il secondo reddito (quello femminile, si intende) oppure candide Erinni come le descrive la scrittrice Natsuo Kirino in “Quattro casalinghe di Tokyo”, dove il kindergarten si trasforma in orrore? Miyuki riuscirà a spiegarci il moto di ribellione delle giovani giapponesi rampanti?

