Mercoledì 23 Maggio 2012
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La Giustizia di Di Pietro è sgradita anche al Pd

25 Marzo 2008

E’ molto probabile che, agli albori della sua discesa in campo, Antonio Di Pietro sperasse, non senza fondamento, di diventare presto Presidente del Consiglio. All’inizio degli anni ’90 era l’uomo più popolare d’Italia, molto di più di quanto oggi Grillo riesca anche solo ad immaginare. Apriva tutti i giorni le edizioni dei telegiornali e, avvolto nella sua toga, dal Tribunale di Milano, incarnava la promessa di liberare il Paese dalla corruzione e dal malcostume dei politici.

Molti tra coloro che oggi lo contestano più aspramente, trovavano genuini i suoi modi rustici di condurre gli esami dei testimoni o di interloquire con la stampa e spesso erano addirittura ammiratori di quel taglio un po’ naif della sua sintassi.

Non è escluso che, mentre lasciava la magistratura, Tonino non avesse in mente Palazzo Chigi, ma addirittura il Quirinale.

Circa quindici anni più tardi le iniziali speranze dell’odierno leader dell’Italia dei Valori ci appaiono tanto vane, quanto lontanissime, se è vero che il suo partito, alle prossime elezioni, raggiungerà al massimo al 2,5% ed ha di fronte a sé la prospettiva concreta di far parte del Parlamento solo grazie alla discussa alleanza con  il Partito Democratico.

L’ex Pm ha comunque avuto una carriera politica di tutto rispetto, alla Camera prima ed al Senato poi, nonché alla guida di due diversi Ministeri. Nel tempo, tuttavia, è stato costretto a calibrare le proprie ambizioni all’effettivo peso elettorale del suo partito ed ha preso a coltivare quantomeno il sogno di vedersi assegnato l’incarico di Guardasigilli.

Un sogno già frustrato da Romani Prodi, che gli preferì addirittura l’odiato Clemente Mastella, ed oggi definitivamente infranto da Walter Veltroni.

Di Pietro, infatti, si è pubblicamente lamentato, scatenando l’ennesima polemica all’interno della compagine guidata dell’ex Sindaco di Roma, dei veti incomprensibili ed inaccettabili che il Pd avrebbe posto sull’ipotesi del suo impegno a via Arenula, in caso di vittoria alle prossime lezioni.

Costernato e affranto l’ex Pm ha dichiarato di non riuscire a comprendere questa nuova bocciatura ed ha ribadito che il suo obbiettivo è soltanto di far funzionare la macchina della Giustizia per ripristinare in questo Paese la certezza della pena.

In realtà, Di Pietro, pur non avendo mai rivestito l’incarico di Guardasigilli, ha avuto modo di dare spesso sfoggio delle sue personalissime e ben più articolate idee di politica giudiziaria.

Nelle molteplici uscite dell’ex ministro delle infrastrutture, il tratto comune è, infatti, sempre stata l’impostazione giustizialista, talmente esasperata da alienargli già in passato le simpatie dei suoi stessi alleati.

Basti pensare a ciò che è successo nei pochi mesi del Governo Prodi, con le sue continue incursioni sui temi giudiziari che hanno sollevato le proteste dell’estrema sinistra, poco incline a condividere il suo sprezzo per le garanzie processuali, e, soprattutto, hanno dato vita a continui contrasti con Mastella, mal tollerato, ma legittimo inquilino di via Arenula.

In effetti, il rapporto con il leader dell’Udeur, ha stentato a decollare sul piano personale, prima ancora che politico, e non poteva essere altrimenti, con Di Pietro che dava di continuo l’idea di non essere disposto ad accettare come Ministro di Giustizia nessuno che non fosse Di Pietro stesso.

I veti che adesso lo fanno alterare nuovamente, rendono definitivamente chiaro per tutti che l’idea dipietrista del mondo della Giustizia non è gradita nemmeno al Partito Democratico.

Mai come questa volta, tuttavia, le polemiche dell’ex Pm appaiono legittime e fondate. Era, infatti, sin troppo evidente che le aspettative dell’Italia dei Valori fossero rivolte in quella direzione e lo stesso Veltroni le aveva energicamente avallate, quando aveva deciso di concedere al solo Di Pietro il privilegio dell’alleanza, negato ai vari Bertinotti, Pecoraio e Diliberto.

Tutto sommato è naturale che il Pd osteggi una visione della politica giudiziaria che individua solo nel Pm la figura chiave del mondo della Giustizia, senza tenere in considerazione non solo giudici e avvocati, ma nemmeno gli stessi cittadini. Di sicuro però, non è corretto che Veltroni rinneghi le idee di Di Pietro, senza rinunciare ad accaparrarsi i voti che l’ex Ministro delle infrastrutture porta in dotazione

Resta il fatto che è ormai assolutamente certo che, nella prossima legislatura, Antonio Di Pietro non farà il Ministro di Giustizia. A leggere i sondaggi, peraltro, sembra quantomeno improbabile anche che lo stesso Walter Veltroni coroni il suo sogno di guidare il Governo.

Entrambi, tuttavia, sono riusciti a far sapere in tempo agli italiani che, in un caso, come nell’altro, non c’è assolutamente niente da rimpiangere.

Commenti
roberto
25/03/08 17:58
la giustizia di Di Pietro
Di Pietro è il referente del partito dei giudici in Parlamento ,che proverà a ostacolare qualsiasi tentativo per rendere la giustizia nel ns.Paese efficace nell'ambito civile e giusta nell'ambito penale.Non è normale che una causa civile,si parla per diretta esperienza, per risarcimento danni di modesta entità possa durare dieci anni in istruttoria e un'altro anno per la sentenza.Non è normale che un principio di grande civiltà giuridica quale la non appellabilità della sentenza di assoluzione da parte del pm ,introdotto con legge dalla maggioranza di centrodestra, sia stato dichiarato incostituzione ;questo per torturare ulteriormente l'imputato.La corporazione dei magistrati ha tutto da guadagnare dalle disfunzioni del sistema giudiziario, sia in termini di effettivo potere nei confronti di chiunque entri, per qualsiasi motivo, nel raggio della sua attività giurisdizionale,sia in termini di progressione di carriera ed economica.Volete che la magistratura rinunci tanto facilmente a privilegi ormai acquisiti da tempo senza esercitare tutta la sua influenza nelle aule parlamentari? Ecco perché Di Pietro e il suo personale partito nonché frange del Pd hanno connotati di accentuato giustizialismo :sono elementi del partito dei giudici nel Parlamento.
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