La satira è “un atto di rifiuto e come tale non può che essere acceso”. La satira è “una controaggressione che risponde allo smacco del Potere con uno sghignazzo che non può essere elegante”. La satira è “nata per mettere il re in mutande”.Lo ha dichiarato Dario Fo, in un’intervista rilasciata a ‘MicroMega’ all’indomani del “No Cav Day” dell’8 luglio. Il Premio Nobel difendeva Sabina Guzzanti e gli altri comici, attaccati da destra e da sinistra, per le loro performance di Piazza Navona. L’Avvocato Antonello Tomanelli ha tradotto in termini giuridici le parole di Fo in un documento che introduce almeno due distinzioni degne di considerazione. La prima riguarda l’elemento che differenzia la satira dalla critica e che ne spiega “la diversità del linguaggio attraverso cui essa si manifesta”.”La critica, spiega il legale, è valutazione negativa ma lucida, che implica l’analisi di un fatto o di un comportamento. E il suo linguaggio può essere duro nella misura in cui sia utile a far comprendere al pubblico quella valutazione. La satira, invece, sbeffeggia, colloca il personaggio pubblico in una dimensione grottesca. La satira non vuole valutare, ma mettere “il re in mutande”,come dice Dario Fo. Per questo necessita di un linguaggio che “non può essere elegante”.
La seconda si riferisce al cosiddetto” “nesso di coerenza causale” tra la qualità della dimensione pubblica del personaggio preso di mira e il contenuto del messaggio satirico”. La qualità della dimensione pubblica va intesa “ come un enorme contenitore di vetro nel quale confluiscono tutte le informazioni che il personaggio, volente o nolente, si vede attribuire dai media nel corso della sua vita pubblica: fattezze fisiche, tic, idee, modo di esprimersi, guai giudiziari, gaffes, pettegolezzi, etc. Ogni informazione costituisce un frammento, che inserito in quel contenitore contribuisce a caratterizzare la sua dimensione pubblica. L’autore satirico prende uno o più di questi frammenti, li cesella, li orna e li ripropone al pubblico. Un’attività “artigianale” che va ricondotta all’art. 33 della Costituzione, che sancisce senza limitazione alcuna il principio della libertà dell’arte (“L’arte e la scienza sono libere”). I frammenti così riproposti danno luogo ad un messaggio satirico che sarà sempre in coerenza causale con la qualità della dimensione pubblica del personaggio cui quei frammenti appartengono”. E il parere tecnico così continua: “In presenza del nesso di coerenza causale, non può avere alcun senso valutare la legittimità della satira secondo i parametri della verità e della continenza formale, elementi che al contrario si esigono nella cronaca e nella critica. La satira non soddisfa esigenze informative, né si propone di analizzare o valutare un comportamento. La satira, come dice Dario Fo, è uno "sghignazzo” cui il concetto di “nesso di coerenza causale” attribuisce quel senso, quel significato che permettono all’autore satirico di creare con il pubblico un “circuito d’intesa”, usando un’espressione cara alla stessa giurisprudenza. E ritenere una satira “volgare” prescindendo dalla valutazione dell’esistenza di quel nesso significherebbe limitare la libertà dell’arte garantita dall’art. 33 Cost. Sarebbe come sostenere che un dipinto è tecnicamente osceno, quindi illecito, a causa dell’eccessivo uso del colore rosso da parte del pittore. L’unico limite che incontra l’autore satirico è il non poter “lavorare” un frammento non presente in quel contenitore, ossia da lui appositamente creato”.
Ne deriva l’assoluzione dei comici di Piazza Navona e della stessa Sabina Guzzanti, accusata di aver adoperato un “ un linguaggio “virulento, sfacciato, insultante” nella sua condanna di Papa Ratzinger all’Inferno”, tormentato da dei diavoloni, frocioni, attivissimi e non passivissimi”“. E’ il prezzo che la Guzzanti il prezzo farebbe pagare a Benedetto XVI “ per la sua nota intransigenza nel condannare l’omosessualità. Come fece Dante nella Divina Commedia, che colloca nel girone infernale dei simoniaci Papa Bonifacio VIII ed altri ecclesiastici per aver fatto commercio di beni sacri, condannandoli a restare a testa in giù mentre il fuoco brucia loro le piante dei piedi”.
Sotto un profilo meramente giuridico le considerazioni di Tomanelli mi sembrano, in linea di principio, ineccepibili. A convincermi poco, invece, non sono i principi ma la loro applicazione ai casi concreti. Da buon liberale, al posto dei satireggiati, mi guarderei bene dall’intentare azioni penali giacché il reato di opinione non dovrebbe essere contemplato nel ‘diritto scritto’ di una ‘società aperta’—o, comunque, dovrebbe essere limitato alla sfera morale ed escluso da quella intellettuale: un conto, infatti, è se do del ladro a qualcuno, un ben diverso conto è se lo definisco un ‘cretino’ (la svalutazione delle sue doti intellettuali può recar danno a un professionista ma non ogni danno arrecato al prossimo viola una norma del codice: se apro una tabaccheria a duecento metri da un’altra danneggio il mio concorrente ma questi non può tradurmi in giudizio). La questione, però, è un altra e riguarda la necessità di tenere separate e distinte un’assoluzione giuridica dall’assoluzione morale. Una società che conservi il senso dell’onore e del decoro, può in nome della libertà, precludersi la via delle sanzioni giudiziarie ma non è affatto tenuta ad astenersi dalle sanzioni morali, in termini di ritiro di stima e finanche di rispetto qualora la “mancanza di rispetto” non si configuri come un reato. Se sono un vigile urbano di servizio a un incrocio non posso fermare indefinitamente una vettura con a bordo una persona che disprezzo profondamente per la sua condotta scellerata ma se tale persona mi viene presentata a un party posso riservarmi la facoltà di non stringergli la mano, anche se il mio rifiuto, per il suo carattere plateale, può risultare un insulto per l’altro. Eisenhower manifestò in pubblico la sua disistima per il Joseph McCarty quando non gli porse la mano in pubblico, determinando, in tal modo, la fine ‘politica’ (non la condanna giudiziaria) del Senatore.
La difesa efficace che l’avvocato fa di Fo & C. , ritradotta in termini etici e politici risulta sommamente capziosa nella misura in cui richiama distinzioni che, prese sul serio, indurrebbero l’opinione pubblica a riprovare duramente il comportamento dei suoi assistiti. I quali a esaminare i loro testi, sine ira et studio, e i loro sketch fanno una vera e propria critica delle classi dirigenti del centro-destra e della Chiesa—intendendo, per citare Tomanelli, la critica come “valutazione negativa ma lucida, che implica l’analisi di un fatto o di un comportamento”—presentandola come satira politica e, inoltre, si prefiggono apertis verbis di soddisfare “esigenze informative”, di far aprire gli occhi agli Italiani, mostrando chi sono o cosa fanno i loro governanti (quando sono di destra).
Sennonché può esserci satira politica che non intenda colpire al cuore il suo bersaglio? E allora su cosa si fonda la distinzione tra satira e critica se non sul fatto che la prima non è tenuta a documentare il suo j’accuse ovvero è autorizzata a demolire, ad esempio, una carriera politica senza doverne rispondere a nessuno? (E’ proprio questa impunità che dovrebbe attivare l’indignazione dell’opinione pubblica quando il linguaggio si fa pesante e il satireggiato finisce per avere la solidarietà anche dei suoi avversari politici).
A questo punto, però, occorre chiedersi quali siano i caratteri della satira politica e per quali ragioni, tornando al nostro caso, la compagnia di giro di Piazza Navona, a differenza dei grandi satirici del teatro e del cinema italiano, da Ettore Petrolini a Totò, non fa ridere o, meglio, fa ridere solo quanti ne condividono ideologie e impegno politico.
In linea generale, si potrebbero individuare almeno cinque caratteristiche della satira politica:
1.Il registro comico.
2.La critica sociale.
3.L’assenza di partigianeria.
4.Lo sguardo lucido e disincantato.
5.La solidarietà con le vittime del potere.
Vediamo in dettaglio.
1.Il registro comico. Non c’è satira politica che non susciti il riso (“castigat ridendo mores”) e il riso è indotto dallo scarto tra l’essere e l’apparire, tra ciò che si vuol dare da bere e “come stanno le cose”. Inadeguatezza a ricoprire un ruolo e assoluta imperizia, in genere, sono espedienti efficaci. Durante il fascismo erano alla base delle barzellette di regime (De Bono, nella guerra di Abissinia, annuncia alle truppe:”Domani attaccheremo il nemico!”.”Eccellenza non si può, ci sono i monsoni” “E cosa importa? non ci spaventano certo i monsoni!”.”Eccellenza, ma i monsoni sono venti..”.”Fossero pure cinquecento, non ci lasceremo intimidire!”) ma continuarono a ispirare la satira anche dopo. Gli interessi privati mascherati da interesse pubblico sono un altro espediente al quale si fa ricorso da tempo immemorabile. Uno dei personaggi più divertenti del Giornalino di Gian Burrasca di Vamba (Luigi Bertelli) è l’avvocato Maralli, “socialista e libero pensatore, che si sposa segretamente in chiesa e fa di tutto per ottenere l’eredità del ricco zio nonostante dica a tutti di essere per la libera proprietà e contro il diritto ereditario”.
2.La critica sociale. La satira è “politica”, intende stigmatizzare condotte, stili di vita, prassi invalse che feriscono il senso comune. Il perseguimento del ‘particulare’ da parte dei satireggiati può mandare in pezzi la tradizione, l’habitat naturale che dà identità agli individui e conferisce senso e significato alla loro esistenza (satira di destra) o può impedire al nuovo di farsi strada e di porre rimedio a secolari ingiustizie (satira di sinistra). In ogni caso, viene messo sotto accusa l’esistente o perché cambia in peggio o perché interdice il meglio.
3.L’assenza di partigianeria. La satira non può essere, come la guerra di Von Clausewitz, « la continuazione della politica con altri mezzi |…| non solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico». Un prete deve far prediche vestito in abito talare: se sale sul pulpito indossando i costumi di scena di un capocomico riesce solo a farsi detestare da chi non si commuove perché “appartiene a un’altra parrocchia”. La politica che si fa spettacolo diventa un terribile fattore di divisione sociale, a differenza della grande satira di una volta che univa, nella risata, gli appartenenti a ceti, a professioni, a categorie di reddito diverse e lontane. Quando il Principe De Curtis, nei panni di Totokamen o del candidato Antonio La Trippa, arringa le falangi egiziane o, più modestamente, i suoi coinquilini imitando la voce del duce al balcone di Piazza Venezia e assumendone le pose gladiatorie, si ride tutti, a destra e a sinistra: ridono sia quanti si sono trovati sotto quel balcone fatale ad applaudire Mussolini sia quanti lo hanno in cuor loro odiato e assistevano pieni di amarezza all’entusiasmo degli altri. Analogamente, su un piano artistico e culturale superiore, la satira chapliniana di Tempi moderni o di Luci della città, pur così graffiante, ha un contenuto universale che fa saltare le barriere politiche e ideologiche, descrivendo una humana conditio spiacevole per tutti—anche se poi, scendendo al livello ‘inferiore’ del quid agendum, alcuni , per mutarla, propongono “più mercato” e altri “più Stato”.
4.Lo sguardo lucido e disincantato. Se la “grande satira” unisce gli animi lo si deve, in gran parte, alla consapevolezza del male e dell’errore insiti nel “legno storto dell’umanità” non disgiunta da una qualche superiore indulgenza per “li vizi umani”.A garantirla dai ‘chierici’ e dalla loro ‘trahison’ è uno scetticismo antico che trova la sua antitesi radicale nel dogmatismo ideologico: senza una qualche dose di relativismo (beninteso, “teoretico” non “etico” : essere consapevole che “il mondo è pieno di dei” non significa, per l’agente morale, che abbiano tutti lo stesso valore) non è possibile satireggiare. Chi ha in tasca la soluzione dei problemi sociali e, pertanto, sa con assoluta certezza cosa sia buono e cosa sia cattivo per la polis in cui vive finisce, inevitabilmente, per ridurre l’ars comica a strumento didattico. Se poi la sua ricetta per risanare il mondo non viene presa nella dovuta considerazione dalla sua pars politica, odio, rabbia, animosità diventano gli ingredienti abituali delle sue invettive. Ne deriva una pseudo satira che se la prende con amici e nemici ma si tratta di una par condicio solo apparente, giacché i secondi vengono aggrediti per quel che fanno e i primi per quel che non fanno e non si esce, quindi, dal registro pedagogico. E’ il contrario di quanto avviene nelle espressioni eccelse della satira politica classica nelle quali traluce sovente l’arrière pensée che se “il re è nudo” forse lo siamo anche noi sicché scagliare la prima pietra contro i ‘peccatori’ non ci garantisce affatto il Paradiso. Gli ebrei de Il Grande dittatore---altra immortale satira di Charlie Chaplin—fanno i furbi: quando sentono sotto i denti la monetina messa nella torta, insolito sorteggio per stabilire chi avrebbe dovuto uccidere il despota Hynkel, preferiscono ingoiarla piuttosto che rischiare la pelle.
5.La solidarietà con le vittime del potere. Qui non si tratta più della generica critica sociale, che, al limite, può essere anche la critica dei ricchi-da-più-generazioni ai modi ruspanti e volgari dei parvenusi (ne diede, incidentalmente, un significativo esempio Ernst Lubitsch, ne Il cielo può attendere, col personaggio interpretato da Eugene Pallette) ma di qualcosa di ben più forte: della distribuzione asimmetrica del potere e dell’influenza sociale che crea, da una parte, arbitri e privilegi e dall’altra, sottomissione e sfruttamento. Tale distribuzione asimmetrica è la struttura portante della satira, il fattore primario che la fa nascere e la tiene in vita. Quando si parla di potere, però, il discorso non va limitato ai detentori delle risorse economiche, decisive per la sopravvivenza e la riproduzione della vita: hanno ed esercitano potere anche i detentori delle risorse politiche, che monopolizzano gli strumenti di coercizione e di violenza, e i detentori delle risorse simboliche, che plasmano gli spiriti e inducono comportamenti conformi. La satira autentica non può non essere “protesta contro il potere”, quali che siano la sua natura e la sua genesi. Ma perché la protesta sia convincente deve rimanere in basso, condividere simpateticamente la sorte delle vittime, mettersi dalla parte degli “spettatori”. Se si scende in campo, infatti, si diventa parte in causa e, pertanto, viene meno il carattere del disinteresse, si è costretti a ragionare in termini di efficacia dell’agire e, su questo piano, il denaro non olet più e i poteri che vengono in soccorso ottengono l’immunità dalla critica.(si è mai vista, in questi anni, nel nostro paese, una qualche satira politica di quel ‘potere forte’ che è rappresentato dalla magistratura?). A scanso di equivoci, non sto teorizzando l’autocastrazione della satira ma il suo confinamento al solo, legittimo, piano della ‘diagnosi’.Bisogna che tutti aprano bene gli occhi per vedere le cose che non vanno, per rendersi conto della malattia. Quanto ai rimedi—alla prognosi—la condizione umana è troppo complessa perché se ne possano indicare di infallibili. Quanti ritengono di avere qualche farmaco efficace contro i mali sociali debbono assumersi la responsabilità etica e politica di scendere sull’arena, abbandonando gli spalti degli spettatori, lasciati liberi di criticare chicchessia, posto che la satira “non ha rispetto per nessuno” e, come gli anarchici, non riconosce padroni in terra e Dio in cielo.


