Il tragico terremoto d’Abruzzo modifica anche gli scenari in tema di referendum sulla legge elettorale. Accorpando la consultazione alle elezioni europee, si risparmierebbero diverse centinaia di milioni di euro, da destinare alla ricostruzione e agli aiuti. L’argomentazione, forse un po’ meccanica, ha peraltro una sua forza non solo retorica, e la scelta per l’election day parrebbe in effetti un fatto di buon senso e di civiltà istituzionale.
Dal punto di vista costituzionale, non ci sono argomenti decisivi in senso contrario. La legge non vieta questa soluzione, limitandosi a prevedere che il referendum non possa svolgersi nello stesso anno delle consultazioni politiche nazionali. La ragione di questa scelta risiede nel timore che la contemporaneità delle due votazioni possa confondere gli elettori, attirandone l’attenzione verso specifiche questioni (la singola legge di cui è proposta l’abrogazione). In sostanza, si vuole evitare che il responso delle elezioni per il Parlamento – che è un voto sui partiti – possa trasformarsi in un voto implicito sulla questione sottoposta a referendum. L’elettore deve poter votare alle elezioni politiche sui grandi temi della politica nazionale, senza farsi condizionare dallo specifico quesito abrogativo.
Se questa è la ragione della scelta legislativa, essa è difficilmente estensibile al caso di elezioni diverse da quelle politiche nazionali, come quelle europee (e provinciali).
Certo, la previsione nell’articolo 75 della Costituzione del quorum di validità (il referendum è valido solo se vi partecipa la metà più uno degli aventi diritto) sembra anche richiedere che la partecipazione al voto referendario sia “spontanea” e specificamente motivata dalla volontà di esprimersi sul quesito referendario. Mentre l’accorpamento con altre votazioni determinerebbe un evidente effetto di trascinamento, che condurrebbe con maggiore facilità a un (non genuino?) raggiungimento del quorum. Ma, a parte il fatto che l’elettore che vota per le europee o per le provinciali può sempre rifiutare la scheda referendaria (così non contribuendo al quorum), c’è da chiedersi se nelle nostre attuali condizioni – ove il terremoto si somma alla crisi economica – ci si possa dilettare con interpretazioni più o meno sofisticate della Costituzione, con il risultato di dilapidare sciaguratamente soldi pubblici che potrebbero essere molto meglio spesi.
Il referendum è un istituto fondamentale per la nostra democrazia. Una solida cultura istituzionale e repubblicana non dovrebbe temerlo, né inventarsi giochetti per disinnescare le presunte minacce che esso comporti per questa o quella forza politica. Sappiamo tutti che la Lega teme l’eventuale vittoria dei “sì” all’abrogazione della legge elettorale, che renderebbe il suo ruolo meno determinante poiché attribuirebbe il premio di maggioranza alla sola lista unica che vince le elezioni, e non più alla coalizione di liste. Addirittura la stabilità del Governo potrebbe risentirne. Ma agli amici leghisti si potrebbe chiedere: ve la sentireste, nelle attuali condizioni, di aprire una crisi solo per evitare che il popolo possa esprimersi in una certa data anziché in un’altra? E come potreste giustificare ai vostri elettori il fatto che la vostra scelta comporterebbe uno spreco irragionevole di danaro dei contribuenti? Non sarebbe più onorevole affrontare a visto aperto il referendum, anziché contare sul fatto che gli elettori “vadano al mare”?
Il referendum deve per legge tenersi in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno. La scelta politica da compiere è se accorparlo alle europee e al primo turno delle provinciali (7 giugno), oppure al secondo turno delle provinciali (21 giugno). A parte il fatto che in questo secondo caso ci vorrebbe un decreto-legge ad hoc, il risparmio di danaro pubblico sarebbe molto diverso nelle due ipotesi. Totale nel caso dell’accorpamento con le europee, solo parzialissimo nel caso dell’accorpamento con il secondo turno delle provinciali, che interessa non più del 30% circa dell’elettorato (e solo in quelle province in cui il risultato non sia già acquisito al primo turno). In questo secondo caso, si tratterebbe comunque di chiamare di nuovo alle urne almeno un 70% di elettori che altrimenti non ci andrebbero, con costi solo di poco inferiori a quelli derivanti dalla scelta di una data in cui votare per il solo referendum..
Insomma: tra le proteste della Lega e la dignità delle istituzioni, io sceglierei proprio la seconda.

