Il 2009 si avvicina a grandi passi e con esso una ricorrenza di cui sentiremo parlare per tutto l’anno: il sessantesimo anniversario di fondazione della NATO. Altrettanto spesso sentiremo parlare di Strasburgo-Kehl, la (anzi: le) località dove l’Alleanza terrà a primavera il suo vertice. La scelta di Strasburgo e Kehl, due città dirimpettaie sulle due sponde opposte del Reno, l’una francese e l’altra tedesca, è quanto mai significativa dal punto di vista della pacificazione del vecchio continente.
Mentre oggi il Reno unisce, un tempo divideva due realtà fra loro lungamente conflittuali: il mondo tedesco e quello francese. Nel 1770 la promessa sposa di Luigi XVI di Francia, Maria Antonietta d’Austria (la quale, se avesse saputo di andare incontro alla ghigliottina, non sarebbe mai uscita da Schoenbrunn), venne “consegnata” dall’Austria alla Francia proprio su un’isoletta del Reno presso Strasburgo e Kehl.
Dopo la prima guerra mondiale il trattato di Versailles assegnò Kehl alla Francia e anche dopo la Seconda Guerra mondiale la città venne riassegnata alla Francia diventando un sobborgo di Strasburgo, la popolazione tedesca ne venne espulsa e vi rientrò solo nel 1953, dopo la restituzione di Kehl alla Repubblica Federale Tedesca. Contese per secoli fra i due Paesi, dunque, oggi le due città, unite da un ponte percorribile a piedi e intitolato all’Europa, sono simbolo di convivenza civile.
Nel prossimo vertice l’Alleanza, fra i temi in agenda, dovrà considerare quello della revisione del proprio concetto strategico. E’ trascorso quasi un decennio dal vertice di Washington del 1999 in cui la NATO adottò la sua attuale strategia, e ciò che era valido dieci anni fa non può esserlo del tutto oggi, considerati i mutamenti geopolitici avvenuti nel frattempo. Ecco alcuni temi caldi che riguardano argomenti nei quali si sente il bisogno di un cambiamento.
Il primo punto riguarda le ragioni stesse dell’esistenza della NATO, che si concretizzano nella necessità del rafforzamento del legame transatlantico, autentico tessuto connettivo dell’Alleanza, e nella difesa collettiva. L’Articolo 5 del Trattato di Washington (quello che stabilisce che un attacco contro un Paese membro sarà considerato come un attacco contro tutti) continua a rappresentare le fondamenta della costruzione atlantica. Curiosamente, l’applicazione concreta di tale articolo, mai avveratasi durante la Guerra Fredda contro minacce tradizionali, si è materializzata praticamente all’inizio del XXI secolo per fronteggiare la minaccia terroristica.
Ormai dobbiamo entrare nell’ordine di idee che gli “attacchi” del futuro potranno assumere forme non convenzionali come le offese terroristiche o quelle di carattere cibernetico. Oggi anche la difesa e la sicurezza risultano sempre più informatizzate ma anche questo ha la sua vulnerabilità: l’avversario può usare gli stessi mezzi per offendere, spiare illegalmente, effettuare intrusioni e azioni di denial of service, come è già accaduto con gli attacchi cibernetici all’Estonia nel 2007 e con i massicci attacchi informatici, da parte russa, alle istituzioni georgiane prima degli scontri armati dell’agosto 2008.
La NATO non può accettare che la sua missione volta a proiettare sicurezza venga vanificata da episodi di cyber-attacks, pertanto dovrà perseguire una accorta politica di protezione dei propri sistemi, nella consapevolezza che anche un attacco informatico contro un proprio Paese membro va considerato come un attacco contro l’intera Alleanza.
Un altro argomento delicato è il compito di garantire la sicurezza energetica degli alleati. L’eventuale disarticolazione dei flussi delle risorse energetiche vitali, infatti, costituirà nel prevedibile futuro uno dei maggiori rischi per l’Alleanza e i suoi Paesi membri. Già durante la Prima Guerra mondiale, Winston Churchill fu il primo a porsi il problema dell’energy security, quando rilevò, con lungimiranza, che “per quanto riguarda il petrolio, la sicurezza e la certezza dei rifornimenti consistono esclusivamente nella diversificazione degli approvvigionamenti”.
La questione non è nuova, dunque, ma oggi diventa irrinunciabile e nel prevedibile futuro lo sarà sempre più. La NATO, pertanto, può e deve avere un ruolo nella salvaguardia delle risorse energetiche e nella protezione dei sistemi di trasporto e di trasferimento di tali risorse, nonché nella protezione delle infrastrutture critiche dedicate all’energia. Garantire la sicurezza energetica significa garantire la sicurezza marittima e, di conseguenza, affrontare e debellare la nuova-vecchia piaga della pirateria navale.
In debita considerazione andranno tenute le sfide del futuro come il riscaldamento globale (che non sarà privo di effetti geopolitici e geostrategici), come la controproliferazione delle armi di distruzione di massa e dei loro vettori di lancio (a tale proposito la difesa missilistica è da realizzare auspicabilmente insieme alla Russia e non contro di essa) e come la gestione e il controllo dello spazio, ove sono riposti assetti (si pensi ai satelliti di osservazione, meteorologia e comunicazione) fondamentali per il benessere e la sopravvivenza stessa delle nostre società.
In quanto ai nuovi Paesi membri e partners, la politica della “porta aperta”, in ossequio alla lettera e allo spirito del Trattato di Washington del 1949, dovrà mantenere immutata la propria validità. Con le significative ondate di allargamento realizzatesi a cavallo fra il XX e il XXI secolo, la NATO si sta avviando verso il completamento della propria missione di proiezione di stabilità nei Balcani, nell’Europa orientale e nel Caucaso. Con l’inclusione di tutti i Paesi balcanici, est-europei e caucasici che ambiscono alla membership, l’opera dell’Alleanza volta ad incentivare la sicurezza internazionale riceverà nuovo impulso.
La Russia resta un partner irrinunciabile della NATO, senza il quale non è possibile realizzare compiutamente ed efficacemente la sicurezza europea. L’Alleanza, dunque, dovrà continuare a lavorare insieme alla Russia nei fori multilaterali appositamente istituiti per ottimizzare la sicurezza reciproca, fermo restando che nessuna iniziativa dell’Alleanza (come l’allargamento o la difesa missilistica) è diretta contro la Russia e fermo restando che nessun Paese possiede il diritto di veto sulle libere decisioni degli altri Paesi in termini di scelta del sistema di sicurezza cui appartenere.
Il multilateralismo del futuro, più che fra gli Stati, si svilupperà fra le Organizzazioni Internazionali. Ecco dunque che assumeranno importanza sempre più rilevante le relazioni sinergiche da coltivare fra la NATO e l’Unione Europea e quelle fra l’Alleanza e l’ONU. Un settore dove risulterebbe conveniente ed opportuno stabilire una cooperazione diretta fra NATO e ONU è quello del training, dove l’esperienza e le lessons learned della NATO possono fornire un valore aggiunto nella formazione ed addestramento dei caschi blu e dei peacekeepers delle Nazioni Unite.
Altrettanto importanti saranno i rapporti da instaurare e coltivare con altre organizzazioni internazionali come l’Unione Africana (UA), l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), la Lega Araba (LA), il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), l’Associazione dei Paesi del Sudest Asiatico (ASEAN) o l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO). In particolare, i vantaggi di un futuro dialogo strutturato fra NATO e SCO saranno molteplici e innegabili: la possibilità di aumentare la conoscenza reciproca, la trasparenza e la fiducia, lo scambio di informazioni sulle comuni minacce globali come il terrorismo e l’estremismo e l’opportunità di incentivare la stabilità eurasiatica.
Per quanto riguarda il funzionamento interno, il processo decisionale basato sulla procedura del consenso ha rappresentato per sei decenni una garanzia di coesione per l’intera Alleanza e pertanto dovrà essere mantenuta valida al più alto livello della catena di comando, il Consiglio del Nord Atlantico. Ma ciò non dovrà impedire di adottare la procedura delle decisioni a maggioranza ai livelli più bassi, come nel caso dei numerosi comitati e gruppi di lavoro dell’Alleanza, cosa che renderebbe i lavori molto più agevoli e spediti, soprattutto in considerazione del numero sempre più elevato di Paesi membri.
Per ciò che attiene, infine, al finanziamento delle operazioni, durante il XX secolo era stato applicato il principio, valido solo apparentemente e in stretta teoria, secondo cui “costs lie where they fall”: chi partecipa, paga. L’esperienza pratica, però, ha reso evidenti i limiti di questo principio che si è rivelato iniquo e penalizzante proprio per quei Paesi che maggiormente si impegnano nelle operazioni. L’Alleanza, pertanto, dovrà ricorrere sempre più, per il finanziamento delle operazioni, ai fondi comuni, ed è significativo e sintomatico che anche l’Unione Europea si stia orientando nella stessa direzione. L’Alleanza Atlantica, a differenza di altre organizzazioni internazionali, ha sempre saputo mantenersi al passo con i tempi; riuscirà a farlo a Strasburgo-Kehl e anche dopo.


Revisioni necessarie...
Finanziamento delle missioni
Riscaldamento globale ed effetti geopolitici...
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nato strategy
La NATO verso un nuovo concetto strategico
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I commenti "politici" di Cappellari
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