Venerdì 10 Febbraio 2012
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L’agenda dell'Alleanza Atlantica

La NATO verso un nuovo concetto strategico

28 Novembre 2008

Nel 2009 la NATO festeggia 60 anni con un vertice decisivo. Vanno riaffermate le ragioni dell’Alleanza: la difesa collettiva e il rafforzamento del legame transatlantico. Esplorate nuove strategie per difendersi dalle minacce future. E ripensato il processo decisionale e il finanziamento delle missioni.

Il 2009 si avvicina a grandi passi e con esso una ricorrenza di cui sentiremo parlare per tutto l’anno: il sessantesimo anniversario di fondazione della NATO. Altrettanto spesso sentiremo parlare di Strasburgo-Kehl, la (anzi: le) località dove l’Alleanza terrà a primavera il suo vertice. La scelta di Strasburgo e Kehl, due città dirimpettaie sulle due sponde opposte del Reno, l’una francese e l’altra tedesca, è quanto mai significativa dal punto di vista della pacificazione del vecchio continente.

Mentre oggi il Reno unisce, un tempo divideva due realtà fra loro lungamente conflittuali: il mondo tedesco e quello francese. Nel 1770 la promessa sposa di Luigi XVI di Francia, Maria Antonietta d’Austria (la quale, se avesse saputo di andare incontro alla ghigliottina, non sarebbe mai uscita da Schoenbrunn), venne “consegnata” dall’Austria alla Francia proprio su un’isoletta del Reno presso Strasburgo e Kehl.

Dopo la prima guerra mondiale il trattato di Versailles assegnò Kehl alla Francia e anche dopo la Seconda Guerra mondiale la città venne riassegnata alla Francia diventando un sobborgo di Strasburgo, la popolazione tedesca ne venne espulsa e vi rientrò solo nel 1953, dopo la restituzione di Kehl alla Repubblica Federale Tedesca. Contese per secoli fra i due Paesi, dunque, oggi le due città, unite da un ponte percorribile a piedi e intitolato all’Europa, sono simbolo di convivenza civile.

Nel prossimo vertice l’Alleanza, fra i temi in agenda, dovrà considerare quello della revisione del proprio concetto strategico. E’ trascorso quasi un decennio dal vertice di Washington del 1999 in cui la NATO adottò la sua attuale strategia, e ciò che era valido dieci anni fa non può esserlo del tutto oggi, considerati i mutamenti geopolitici avvenuti nel frattempo. Ecco alcuni temi caldi che riguardano argomenti nei quali si sente il bisogno di un cambiamento.

Il primo punto riguarda le ragioni stesse dell’esistenza della NATO, che si concretizzano nella necessità del rafforzamento del legame transatlantico, autentico tessuto connettivo dell’Alleanza, e nella difesa collettiva. L’Articolo 5 del Trattato di Washington (quello che stabilisce che un attacco contro un Paese membro sarà considerato come un attacco contro tutti) continua a rappresentare le fondamenta della costruzione atlantica. Curiosamente, l’applicazione concreta di tale articolo, mai avveratasi durante la Guerra Fredda contro minacce tradizionali, si è materializzata praticamente all’inizio del XXI secolo per fronteggiare la minaccia terroristica.

Ormai dobbiamo entrare nell’ordine di idee che gli “attacchi” del futuro potranno assumere forme non convenzionali come le offese terroristiche o quelle di carattere cibernetico. Oggi anche la difesa e la sicurezza risultano sempre più informatizzate ma anche questo ha la sua vulnerabilità: l’avversario può usare gli stessi mezzi per offendere, spiare illegalmente, effettuare intrusioni e azioni di denial of service, come è già accaduto con gli attacchi cibernetici all’Estonia nel 2007 e con i massicci attacchi informatici, da parte russa, alle istituzioni georgiane prima degli scontri armati dell’agosto 2008.

La NATO non può accettare che la sua missione volta a proiettare sicurezza venga vanificata da episodi di cyber-attacks, pertanto dovrà perseguire una accorta politica di protezione dei propri sistemi, nella consapevolezza che anche un attacco informatico contro un proprio Paese membro va considerato come un attacco contro l’intera Alleanza.

Un altro argomento delicato è il compito di garantire la sicurezza energetica degli alleati. L’eventuale disarticolazione dei flussi delle risorse energetiche vitali, infatti, costituirà nel prevedibile futuro uno dei maggiori rischi per l’Alleanza e i suoi Paesi membri. Già durante la Prima Guerra mondiale, Winston Churchill fu il primo a porsi il problema dell’energy security, quando rilevò, con lungimiranza, che “per quanto riguarda il petrolio, la sicurezza e la certezza dei rifornimenti consistono esclusivamente nella diversificazione degli approvvigionamenti”.

La questione non è nuova, dunque, ma oggi diventa irrinunciabile e nel prevedibile futuro lo sarà sempre più. La NATO, pertanto, può e deve avere un ruolo nella salvaguardia delle risorse energetiche e nella protezione dei sistemi di trasporto e di trasferimento di tali risorse, nonché nella protezione delle infrastrutture critiche dedicate all’energia. Garantire la sicurezza energetica significa garantire la sicurezza marittima e, di conseguenza, affrontare e debellare la nuova-vecchia piaga della pirateria navale.

In debita considerazione andranno tenute le sfide del futuro come il riscaldamento globale (che non sarà privo di effetti geopolitici e geostrategici), come la controproliferazione delle armi di distruzione di massa e dei loro vettori di lancio (a tale proposito la difesa missilistica è da realizzare auspicabilmente insieme alla Russia e non contro di essa) e come la gestione e il controllo dello spazio, ove sono riposti assetti (si pensi ai satelliti di osservazione, meteorologia e comunicazione) fondamentali per il benessere e la sopravvivenza stessa delle nostre società.

In quanto ai nuovi Paesi membri e partners, la politica della “porta aperta”, in ossequio alla lettera e allo spirito del Trattato di Washington del 1949, dovrà mantenere immutata la propria validità. Con le significative ondate di allargamento realizzatesi a cavallo fra il XX e il XXI secolo, la NATO si sta avviando verso il completamento della propria missione di proiezione di stabilità nei Balcani, nell’Europa orientale e nel Caucaso. Con l’inclusione di tutti i Paesi balcanici, est-europei e caucasici che ambiscono alla membership, l’opera dell’Alleanza volta ad incentivare la sicurezza internazionale riceverà nuovo impulso.

La Russia resta un partner irrinunciabile della NATO, senza il quale non è possibile realizzare compiutamente ed efficacemente la sicurezza europea. L’Alleanza, dunque, dovrà continuare a lavorare insieme alla Russia nei fori multilaterali appositamente istituiti per ottimizzare la sicurezza reciproca, fermo restando che nessuna iniziativa dell’Alleanza (come l’allargamento o la difesa missilistica) è diretta contro la Russia e fermo restando che nessun Paese possiede il diritto di veto sulle libere decisioni degli altri Paesi in termini di scelta del sistema di sicurezza cui appartenere.

Il multilateralismo del futuro, più che fra gli Stati, si svilupperà fra le Organizzazioni Internazionali. Ecco dunque che assumeranno importanza sempre più rilevante le relazioni sinergiche da coltivare fra la NATO e l’Unione Europea e quelle fra l’Alleanza e l’ONU. Un settore dove risulterebbe conveniente ed opportuno stabilire una cooperazione diretta fra NATO e ONU è quello del training, dove l’esperienza e le lessons learned della NATO possono fornire un valore aggiunto nella formazione ed addestramento dei caschi blu e dei peacekeepers delle Nazioni Unite.

Altrettanto importanti saranno i rapporti da instaurare e coltivare con altre organizzazioni internazionali come l’Unione Africana (UA), l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), la Lega Araba (LA), il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), l’Associazione dei Paesi del Sudest Asiatico (ASEAN) o l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO). In particolare, i vantaggi di un futuro dialogo strutturato fra NATO e SCO saranno molteplici e innegabili: la possibilità di aumentare la conoscenza reciproca, la trasparenza e la fiducia, lo scambio di informazioni sulle comuni minacce globali come il terrorismo e l’estremismo e l’opportunità di incentivare la stabilità eurasiatica.

Per quanto riguarda il funzionamento interno, il processo decisionale basato sulla procedura del consenso ha rappresentato per sei decenni una garanzia di coesione per l’intera Alleanza e pertanto dovrà essere mantenuta valida al più alto livello della catena di comando, il Consiglio del Nord Atlantico. Ma ciò non dovrà impedire di adottare la procedura delle decisioni a maggioranza ai livelli più bassi, come nel caso dei numerosi comitati e gruppi di lavoro dell’Alleanza, cosa che renderebbe i lavori molto più agevoli e spediti, soprattutto in considerazione del numero sempre più elevato di Paesi membri.

Per ciò che attiene, infine, al finanziamento delle operazioni, durante il XX secolo era stato applicato il principio, valido solo apparentemente e in stretta teoria, secondo cui “costs lie where they fall”: chi partecipa, paga. L’esperienza pratica, però, ha reso evidenti i limiti di questo principio che si è rivelato iniquo e penalizzante proprio per quei Paesi che maggiormente si impegnano nelle operazioni. L’Alleanza, pertanto, dovrà ricorrere sempre più, per il finanziamento delle operazioni, ai fondi comuni, ed è significativo e sintomatico che anche l’Unione Europea si stia orientando nella stessa direzione. L’Alleanza Atlantica, a differenza di altre organizzazioni internazionali, ha sempre saputo mantenersi al passo con i tempi; riuscirà a farlo a Strasburgo-Kehl e anche dopo.

Commenti
Roberto
30/11/08 15:19
Revisioni necessarie...
Ho letto con molto interesse il suo articolo, ci sono state tante e tali evoluzioni negli avvenimenti mondiali in questi 10 anni che non si può non tenerne conto, specialmente da parte di chi deve prevedere piani di sicurezza. Viviamo in un periodo storico dove tutto cambia molto rapidamente. Ho trovato perciò molto valide e approfondite le sue osservazioni sulla necessità di rivedere certi punti del concetto strategico ormai superati dall’evoluzione degli equilibri geopolitici.
Mariagiovanna
30/11/08 15:28
Finanziamento delle missioni
Molto interessante. Sono rimasta molto stupita leggendo l’ultimo punto, quello sul finanziamento delle missioni. Trovo assurdo che ora sia solo a carico di chi partecipa alle operazioni e non diviso equamente con tutti gli stati membri. L'interesse non è forse di tutti? Non c'è un fondo a cui possa attingere chi partecipa alle operazioni decise dalla Nato? Perché dobbiamo allora mandare i nostri soldati a difendere qualcosa che non ci interessa direttamente e in più spendere soldi che potrebbero essere impiegati diversamente, mentre altri paesi si astengono? Con che criterio un Paese partecipa alle operazioni e un altro no? Le sarei molto grata se mi potesse dare risposta a queste mie domande. Grazie
Fabia
30/11/08 15:52
Riscaldamento globale ed effetti geopolitici...
Mi incuriosisce l'affermazione secondo cui il riscaldamento globale avrà effetti geopolitici. Che legame ci può essere? Mi piacerebbe sapere qualcosa di più. Grazie.
G. Marizza
30/11/08 19:19
Rispondo a Roberto
Fortunatamente la NATO sa adeguarsi ai mutati scenari. Peccato che l’ONU non sappia fare altrettanto. Diceva Amintore Fanfani nel 1965: “Solo una terza guerra mondiale, Dio ce ne scampi, potrebbe far mutare la composizione del Consiglio di Sicurezza”. 43 anni dopo, ha ancora ragione. Ma aggiornare la Carta delle Nazioni Unite dovrebbe essere semplice. E invece è rimasta ferma al 1945, senza la minima variante. Secondo quella Carta, Germania, Giappone e Italia sono ancora “potenze nemiche”.
G. Marizza
30/11/08 19:21
Rispondo a Mariagiovanna
La partecipazione è volontaria: i Paesi membri sono sovrani e decidono in quale forma partecipare. Questo è teoricamente ineccepibile ma può presentare lati curiosi, se non assurdi. Ad esempio un Paese che decide di non inviare truppe mantiene ugualmente il diritto di parlare, discutere, magari bloccare un certo provvedimento. Il buon senso vorrebbe, invece, che chi non partecipa stesse almeno zitto. Non solo, ma si verifica anche il fatto che alcuni Paesi “amici” si dimostrano talvolta più alleati degli alleati. Vuole un esempio? Alla missione in Afghanistan partecipano Paesi che aspirano ad entrare nell’Alleanza ma non ne sono ancora membri come Albania, Croazia, Georgia, Macedonia, Ucraina e addirittura Paesi che non sono membri come Azerbaijan, Finlandia, Irlanda e Svezia o non lo saranno mai, come Australia, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Nuova Zelanda e Singapore. Il contributo, anche in termini di vite umane, di questi Paesi è spesso molto più consistente di quello di certi Paesi membri.
G. Marizza
30/11/08 19:22
Rispondo a Fabia
L’argomento meriterebbe una trattazione a parte: mi riprometto di approfondirlo con un articolo ad hoc. Per il momento, pensi soltanto al possibile scioglimento delle calotte polari. Prima conseguenza, pacifica: apertura di nuove rotte commerciali ora precluse. Seconda, meno pacifica: lo scatenarsi di contenziosi per l’accaparramento delle risorse petrolifere sottomarine. Terza, ambientale: l’innalzamento del livello del mare (si parla di mezzo metro nel 2050) e la sparizione sott’acqua di diversi Stati dell’Oceano Pacifico, con tutte le conseguenze sociali, economiche e politiche: milioni di “profughi climatici” da sistemare altrove, crescente disparità e attriti fra Paesi ricchi e poveri. Pensando al peggio, Tuvalu (Stato insulare del Pacifico) ha già chiesto fin d’ora ad Australia e Nuova Zelanda di farsi carico dei propri abitanti, quando l’arcipelago scomparirà sott’acqua.
Peppe
30/11/08 19:33
nato strategy
Rispondo a M.Giovanna e a Fabia. MG: ogni paese partecipante alla NATO "mette sul piatto" lapropria disponibilità in termini di uomini e truppe in maniera totalemente autonoma. La delegazione permanente presso la NATO che ha un ambasciatore "contratta" la partecipazione dei nostri militari in accordo e secondo le disponibilità che il MD ed il MAE (Difesa ed Esteri) stabiliscono. Evidentemente più si offre e più si riceverà ( in termini di prestgio e "potere contrattuale") per l'affermazione della nostra politica estera. F: le impicazioni di natura climatica costituiscono uno dei punti cardine dello studio di "analisi geopolitica" dell'intero sistema "mondo". Vedi Fabia, se all'interno di un paese muta in via permanente il clima cambierà anche la politica energetica del paese stesso e ciò, di per se, contribuirà in maniera perentoria a delle ripercussioni di natura sociale ( vedi l'incremento/decremento demografico) economica che potrebbe provocare conseguenze drastiche chiaramente connesse alle condizioni iniziali dove si è verificato tale muatmento. Spero di essere stato esaustivo e chiedo scusa all'autore se "gli ho rubato il posto!".
Anonimo
30/11/08 21:37
La NATO verso un nuovo concetto strategico
Gentilissimo, con gran interesse ho letto l'articolo. Lo trovo molto interessante dal punto di vista attuale ed anche per quanto riquarda il futuro prosspetivo. Sopra tutto e'interessante il parte del nuovi Paesi membri ed partner. La politica della ''porta aperta'' ha dato i risultati buoni per quanto riquarda di paesi balkanici, del Europa del est ed speriamo anche dei paesi caucasici. Nel vertice futuro '09. tedesco/francese sarebbe bello continuare nella stessa maniera. La sicurezza ed stabilita' internazionale (pensando sempre nei stessi Balcani) dipende molto di continuita della politica NATO di ''porta aperta''. Sempre fa bene dare la possibilita'dei nuovi paesi di avvicinarsi nella famiglia stabile di NATO. Per i nuovi paesi e' una ocassione di confermare la scelta di stabilita' ed processi democratici ancora forse un po fragili ma sempre nella via di svilupo. Cari saluti!
Michael Lenton
01/12/08 11:28
Verso una partnership globale
Ho letto con grande interesse l'articolo. Condivido molte delle osservazioni. Mi chiedo però, se i drivers per ripensare il concetto strategico della NATO riflettano la realtà forse ancora più mutata di quanto sia contemplato nell’articolo. La BRIC, l’associazione di paesi in via di sviluppo rapido, rappresenta solo il 10% del PIL mondiale ma ben il 40% della popolazione. Questo prima del recente Credit Crunch. A valle di quell’evento è probabile che quel 10% sia notevolmente superiore essendo le economie dei suddetti paesi, a differenza di quelle dei paesi NATO, maggiormente basate su asset reali (ancorchè limitati) di industria, agricoltura e risorse primarie in espansione. Anche se finora le attività collegiali dei Ministri degli esteri dei paesi BRIC sono state limitate ed impostate sulla retorica della contrapposizione, è indubbio che con il tempo quell’alleanza potrà acquisire maggior visibilità ed impatto. Non velocemente, ma nemmeno le strategie della NATO cambiano velocemente. La BRIC dimostra un paio di punti: che la vicinanza geografica non è una grossa considerazione. Già l’Asse della seconda Guerra mondiale lo dimostrò anche se la logistica rimase una debolezza. Forse la NATO deve cominciare ad adottare una visione più globale di partnership aprendo maggiormente a nazioni “fidate” come Sud Africa, Singapore, Australia, Nuova Zelanda e Giappone poi oltre – chissà, India stessa...L’altro punto è che esiste una volontà reale di contrastare l’egemonia americana. Non è una novità, ma in una realtà tanto dominata dagli Stati Uniti qual’è la NATO proseguire senza esplorare possibili equilibri diversi e nuovi potrebbe essere tanto miope e illusorio quanto l’ottimismo bieco dei guru di Lehman Bros.
Pietro Cappellari
01/12/08 14:15
Occidentali od Europei?
Non posso non apprezzare quanto scritto dal Gen. Marizza, sicuramente uno dei migliori Generali dell'Esercito Italiano. Tuttavia, un commento politico deve essere fatto come contributo alla discussione. La NATO nacque per un esigenza di contrapposizione - passiamo anche il terimine "difesa" - nei confronti dell'URSS. Si concretizzò nell'allineamento completo delle Nazioni europee alle direttive statunitensi, secondo le quali, in caso di contrasto USA-URSS, il teatro di battaglia non sarebbe dovuto essere assolutamente il territorio statunitense ma, bensì, l'Europa. In poche parole, la guerra avrebbe - prima di tutto - devastato l'Europa, salvando gli Americani. Ora, quando si parla di colonialismo, tutto ciò ha un senso: spesso le colonie (francese ed inglesi) sono state "sacrificate" al posto della Madre Patria. Quando, però, il colonialismo è mascherato dal termine "solidarietà nordatlantica" o "solidarietà occidentale", si assiste ad un raccapricciante gioco, secondo il quale lo "schiavo" deve anche ringraziare il suo "padrone". Che esistano degli interessi nordatlantici comuni sarebbe tutto da dimostrare. L'Europa è un continente a sè, con propri interessi, con propri bisogni che NECESSARIAMENTE NON COLLIMANO con gli interessi della politica internazionale americana. In caso di interessi divergenti, in questi ultimi 60 anni, gli Stati europei - come se fossere dei veri e propri protettorati, se non vogliamo usare il termine di colonie - si sono semplicemnte allineati al volere USA, rinunciando a proprie spese - quelle dei cittadini europei intendiamo! - alle proprie prerogativi di Stati indipendenti. Venuta meno l'URSS, di conseguenza sarebbe dovuta venir meno anche la NATO. Ciò, per gli evidenti motivi sopraesposti, non è avvenuto. L'Europa non può far da scudo - evitiamo altri termini più volgari! - agli USA, semplicemente perchè i nemici che gli Stati Uniti SI SONO ANDATI A CERCARE in questi ultimi vent'anni di politica aggressiva e spregiudicata, NON SONO NECESSARIAMENTE I NEMICI DELL'EUROPA. Sarebbe allora il caso di parlare di scioglimento della NATO, sganciandoci da quel carrozzone traballante che ormai sono gli USA, per costruire un'Europa UNITA, ARMATA,INDIPENDENTE. Come ITALIANO e come Ufficiale riservista dell'Esercito Italiano questo scelgo.
G. Marizza
01/12/08 22:05
Rispondo a Peppe
Caro Peppe, se sei chi penso io, sei un grande esperto dell’Alleanza per averla vissuta sia dall'interno, sia sul campo, quindi i tuoi commenti sono i benvenuti.
G. Marizza
01/12/08 22:07
Rispondo all'Anonimo
Caro Zlatko, so che scrivi da Spalato, Dalmazia e so che la Croazia, a partire dal vertice di Strasburgo-Kehl, sarà ufficialmente, insieme all’Albania, un nuovo Paese membro: benvenuto nella comunità atlantica!
G. Marizza
01/12/08 22:09
Rispondo a Michael
Caro Michael, hai perfettamente ragione: la “partnership globale” è proprio ciò che la NATO sta già perseguendo mediante le relazioni speciali con quelle che vengono definite “contact countries”. Questi Paesi (come Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Corea del Sud, Argentina, Cile), pur essendo geograficamente distanti dal cuore della comunità euroatlantica, hanno notevoli aspetti in comune con i principi cui la NATO si ispira, tant’è vero che alcuni di essi partecipano attivamente alla missione ISAF (International Security and Assistance Force) in Afghanistan. Pur senza arrivare alla vera e propria membership, i programmi comuni e le attività di cooperazione con questi Paesi sono destinati ad ampliarsi e ad approfondirsi.
peppe
02/12/08 19:11
chiarimento
mi dispiace signor generale ma non sono chi Lei pensa , sono solo un umile maggiore dei bersaglieri in servizio al 6 rgt di trapani; ho però tanta, tantissima passione per la geopolitica ma ahi me non posso esprimere le mie "presunte" potenzialità. Per altro ho scoperto solo dopo (avere cliccato su google) chi fosse lei, cioè l'autore del pezzo in oggetto. Le sarei grato comunque se, qualora possibile, potessi essere contattato da Lei al fine di potere eventualmente propormi per una collaborazione e/o ruolo in un "mondo" che amo ma, al momento, non sono in grado di "vivere" professionalmente. Cordiali saluti. Magg. Giuseppe DE BLASI Via XV Maggio 37 Alcamo 329.0542576
macchianera
03/12/08 01:48
I commenti "politici" di Cappellari
I commentatori "politici" talora si rivelano oltremodo fedeli alle finalità cha hanno sposato e per esse possono tradire la verità e compiere qualche peccato. Come quelli di omissione compiuti da Cappellari quando sembra non ricordare che l'Alleanza Atlantica nacque quasi 60 anni fa su un progetto innanzitutto politico e quindi di difesa, con il quale nazioni sino a pochi mesi prima in guerra fra loro si impegnavano a risolvere le proprie dispute con mezzi pacifici (art.1) a collaborare fra di esse anche economicamente (art. 2) a consultarsi sui problemi di sicurezza (art. 4) e a difendersi in maniera solidale in caso di attacco armato (art. 5). Nell'Alleanza Atlantica non vi sono mai stati paesi "allineati" ed ogni decisione è adottata con il "consensus" di ogni singolo paese membro. Gli USA hanno sempre svolto un propositivo ruolo di "primus inter pares" ed il colonialismo che eventualmente gli europei dovrebbero riconoscergli è quello dell'occupazione di aree come quelle del cimitero di Nettuno, ove riposano gli americani caduti per la libertà del nostro paese. Se i comuni valori non bastassero a "dimostrare che esistono degli interessi nordatlantici comuni" si potrebbe ricordare che gli investimenti USA nella sola Germania superano per ammontare quelli compiuti nell'intera America del Sud e che in Europa 6 milioni di europei lavorano per società USA mentre negli USA 4 milioni di americani sono impiegati in società europee. La NATO non è come il defunto Patto di Varsavia, ovvero un'artefatta organizzazione militare di stati allineati. Il tessuto connettivo dell'Alleanza Atlantica è, invero, formato da quei comuni valori e principi di libertà, democrazia e rispetto delle regole del diritto, intorno ai quali le libere nazioni dell'Occidente si ritrovarono a Washington il 4 aprile del 1949 per una scelta che ha consentito all'Occidente e all'Italia di crescere e prosperare in pace. La scelta di allora appare ancor più valida oggi, allorquando i nostri valori sono minacciati da un terrorismo senza volto e da nuove sfide e instabilità. Un'Europa della difesa più forte, coesa e responsabile è una necessità che "Ike" Eisenhower auspicava già nel 1951. Tuttavia, se nel far ciò recidessimomo il legame transatlantico con gli USA, è l'Europa che andrebbe alla deriva. Infine, un commento mi trova concorde con Cappellari ed è quello che ha espresso nelle prime righe.
gianvito
04/12/08 18:53
Può la Russia essere realmente un partner dell'Alleanza?
Io sarei interessato, vista l'importanza geostrategica dell'area, di sapere se si potrà in futuro pensare di coinvolgere realmente la Russia nei programmi dell'Alleanza nell'Euro-Asia, visto che ad oggi l'atteggiamento di Mosca dopo l'ipotesi di un via libera della NATO ad accettare come membri sia la Georgia che l'Ucraina non è stato, a mio avviso, un grande successo.
G. Marizza
04/12/08 21:38
Rispondo a Gianvito
La Russia, nonostante tutte le apparenze, è già un solido partner della NATO. La Russia ha una rappresentanza permanente a Bruxelles guidata da un ambasciatore, è membro del Consiglio Euro-Atlantico di Cooperazione e soprattutto siede insieme ai Paesi dell’Alleanza nel Consiglio NATO-Russia, l’organo di importanza storica che è stato istituito a Pratica di Mare nel 2002. In teoria la cooperazione fra NATO e Russia è già avviata su robuste e promettenti basi, ma in pratica, purtroppo, è la politica interna e mettere i bastoni fra le ruote. Le classi dirigenti della Casa Bianca e del Cremlino (soprattutto quest’ultima, per la verità) hanno un obiettivo fondamentale: il potere, cioè restare il più a lungo possibile alla Casa Bianca e al Cremlino. Ecco perché la candidata repubblicana alla vicepresidenza degli USA in campagna elettorale agita lo spettro di un’ipotetica nuova guerra fredda: per convincere l’elettorato a scegliere il candidato presidente più anziano e più esperto, colui che meglio ricoprirebbe il ruolo di Commander-in-chief delle forze armate. Ed ecco perché Putin e Medvedev si agitano contro le installazioni antimissile americane in Europa centrale gridando che si tratta di una minaccia alla Russia. Lo sanno perfettamente che il sistema americano non è offensivo ma difensivo, che guarda verso l’Iran e non verso la Russia e che mai e poi mai potrebbe rappresentare una minaccia per Mosca. Ma fingono di non saperlo e minacciano di schierare sistemi missilistici offensivi a Kaliningrad (questa sì, che sarebbe una minaccia per l’Europa). E Mosca sa anche perfettamente che l’Ucraina e la Georgia (che entreranno comunque nella NATO e nessuno potrà impedirglielo) non saranno una minaccia per la Russia, ma sbraita per evitarlo. Perché? Perché gli conviene mantenere “un nemico” esterno, a costo di inventarlo. Un nemico fuori casa, anche se immaginario, aiuta a mantenere il potere in casa. Pertanto, circa la sua domanda se NATO e Russia potranno mai essere partners affidabili che guardano entrambi nella medesima direzione, rispondo: sì, lo diventeranno quando troveranno un nemico comune. Per la verità, quel nemico ha già colpito sia NATO che Russia alle Torri gemelle, al teatro Dubrovka, alla metropolitana di Londra e in quella di Madrid. Evidentemente, non è bastato ancora.
Patrizia
05/12/08 08:20
Energy security
Leggo sempre con interesse gli articoli del Generale Marizza: hanno il pregio enorme di rendere accessibili anche ai non addetti (come la sottoscritta) argomenti complessi. Nel caso specifico, mi interessa sapere qualcosa di più sull'energy security. Di recente, in una trasmissione televisiva (purtroppo non ricordo più quale) si affermava il pericolo sempre maggiore di attacchi non convenzionali e la conseguente necessità di avere un'intelligence sempre più preparata nell'individuazione e risoluzione di problemi legati all'energy security. Mi sembra uno spunto interessante, e mi piacerebbe sapere se e come interagiscono le varie intelligence in ambito NATO. Grazie.
G. Marizza
05/12/08 19:17
Rispondo a Patrizia
Cara Patrizia, questione delicata, l’energy security. Le rotte petrolifere che ci assicurano l’“energy” talvolta sono carenti di “security” non solo per possibili minacce non convenzionali, ma anche a causa della più convenzionale e antica delle minacce sui mari: la pirateria. Su questo mi riservo di intervenire con un apposito articolo quanto prima. Circa il principale antidoto idoneo a prevenire le minacce, vale a dire l’intelligence, purtroppo in ambito NATO è invalso il principio secondo cui ogni Paese membro è responsabile della propria intelligence. Veramente è stato fatto qualche timido sforzo volto a creare qualche assetto comune, ma i risultati sono ancora scarsi. In pratica siamo rimasti ai tempi di Mata Hari: ogni Paese alleato ha le proprie agenzie di intelligence e c'è da scommetterci che si spiino anche fra di loro. Ogni Paese raccoglie le proprie informazioni, le custodisce gelosamente, le nasconde agli altri e, se proprio le deve cedere a terzi, lo fa solo in base al principio “do ut des”. Risultato: talvolta cadiamo vittime del fuoco amico. Il mondo cambia in fretta ma l’intelligence resta indietro. In tempi di guerra globale al terrorismo le informazioni, fra alleati, vanno condivise, non nascoste.
Franz
13/12/08 14:45
Difesa antimissile coi russi?
Mi chiarisca, se vuole: come ottenere (e perchè?) l'approvazione russa al sistema di difesa antimissile? I loro interessi sono diametralmente opposti, i sistemi inconciliabili, la necessità non la vedo.
G. Marizza
13/12/08 16:37
Rispondo a Franz
Non c’è bisogno di adoperarsi tanto per ottenere l’approvazione russa nel campo della difesa antimissile. Già fatto. È già tutto scritto nel trattato istitutivo del Consiglio NATO-Russia firmato a Pratica di Mare nel 2002. Fra i vari campi di cooperazione fra NATO e Russia il più interessante è proprio quello della difesa missilistica: basterebbe applicarlo. Per la verità, gli USA hanno proposto alla Russia la costruzione di un sistema difensivo comune, ma Mosca ha risposto dapprima con l’offerta dell’utilizzo di un sistema radar obsoleto già presente in Azerbaigian, e poi insistendo sullo smantellamento delle strutture basate in Europa. E pensare che un sistema comune farebbe comodo a tutti, dato che i missili di Teheran, una volta operativi, minacceranno non solo Washington ma anche Roma, Londra, Berlino e Mosca. Peccato che la politica interna talvolta si metta di traverso.
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