Mercoledì 23 Maggio 2012
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Ma c'è un pasticcio cucinato nel 2007

La polemica sul Tfr in Finanziaria è inutile: la liquidazione non corre rischi

11 Dicembre 2009

Che cosa succederà al tfr dei lavoratori che hanno scelto di non versare le quote "maturande" ad una forma di previdenza complementare (fondo chiuso, fondo aperto, piano individuale di previdenza), dopo la Finanziaria per il 2010? Nulla di quanto non fosse già previsto. E soprattutto nessuno perderà la sua liquidazione, dal momento che a doverla erogare - quando verrà risolto il rapporto di impiego – resta il datore di lavoro, il quale potrà avvalersi del relativo conguaglio nei confronti dell’Inps.

E’ bene però raccontare questa storia dall’inizio. Bisogna risalire alla riforma delle pensioni predisposta dal ministro Roberto Maroni (legge n.243 del 2004) in cui era disposto l’utilizzo del tfr ‘maturando’ dal 1° gennaio 2007 per finanziare le posizioni individuali di previdenza complementare. I lavoratori potevano aderire, non solo mediante un atto volontario esplicito, ma anche attraverso modalità implicite grazie alla procedura del c.d. silenzio-assenso. Nel qual caso la legge indicava, in scala gerarchica, quali fossero le forme pensionistiche a cui il datore avrebbe dovuto versare le somme corrispondenti al rateo di tfr. Come destinazione residuale (qualora non fosse stato possibile individuarne un’altra di carattere prioritario) le risorse sarebbero confluite in un apposito fondo pensione istituito presso l’Inps e gestito secondo le normali regole vigenti in materia (prima fra tutte, la capitalizzazione individuale).

Il governo Prodi ereditò tale impianto, ma volle metterci del suo. Facendo dei danni risultati irreparabili, almeno per il mondo delle imprese.

Nella Finanziaria 2007, fu stabilito, infatti, che le quote di trattamento di fine rapporto ‘maturando’, rimaste presso il datore di lavoro per esplicita scelta dei dipendenti (che rifiutavano così di destinarle alla loro previdenza integrativa), fossero versate ad un nuovo e diverso "Fondo Tesoro" gestito dall’Inps. Inizialmente si trattava del 50% di tutti gli accantonamenti; ben presto, però, il Governo - sommerso dalle proteste delle piccole imprese che vedevano venir meno un’importante fonte di autofinanziamento - limitò l’operazione alle aziende con un numero di dipendenti superiore a 49, allargando però l’esproprio al 100% dell’intero ammontare. La Confindustria tacque (come ha fatto spesso nei confronti degli esecutivi di centro-sinistra) e tutto andò per il verso ipotizzato: il budget del Fondo Tesoro venne cifrato, su base annua, in sei miliardi, da destinare ad opere pubbliche e a politiche infrastrutturali.

Come già ricordato, la legge volle tutelare anche i lavoratori, sancendo che, a rispondere del loro tfr, non sarebbe stato il Fondo, ma i singoli datori di lavoro, i quali avrebbero avuto la possibilità di conguagliare le erogazioni effettuate, a titolo di tfr, con le poste e i versamenti per altri motivi dovuti all’Inps. Le previsioni si sono rivelate corrette: così, al netto degli impieghi destinati alla corresponsione delle liquidazioni (per circa la metà delle entrate al Fondo Tesoro), lo Stato ha avuto a disposizione, annualmente, dai 3,1 ai 3,5 miliardi da destinare agli investimenti previsti (in particolare alla Tav, alle Ferrovie dello Stato e ad alcune voci a favore del sistema delle imprese). E’ bene ricordare che già nella passata legislatura il Governo aveva previsto che questa destinazione venisse meno a partire dal 2010. Mentre le quote non impiegate indirettamente per l’erogazione del tfr sarebbero state destinate a normali saldi di finanza pubblica. Non a caso, quando all’inizio dell’anno, alla Camera fu presentato da due deputati della maggioranza un ordine del giorno con la proposta di sospendere, nel 2009, il versamento del tfr al Fondo Tesoro in considerazione della grave situazione delle imprese, il Governo ne impose il ritiro allo scopo di scongiurare un "buco" di notevole dimensioni nelle entrate.

Adesso, quelle risorse, al netto delle quote che vanno indirettamente a finanziare le prestazioni, saranno destinate alla copertura del ‘patto per la salute’ (ovvero andranno alle Regioni a sostegno della spesa sanitaria). Nel pacchetto sono previsti pure interventi in conto capitale; ma in larga misura si tratta di fare fronte al fabbisogno di spesa corrente e ad interventi meritevoli di considerazione.

Va da sé, allora, che molto difficilmente l’idrovora della sanità potrà, in futuro, rinunciare a questi impieghi, che, in mancanza di riforme,  assumeranno un carattere strutturale. I sindacati hanno protestato. Ad essi e all’opposizione, il Governo ha risposto che non è cambiato nulla e che il tfr dei lavoratori non corre alcun pericolo.  E’ sicuramente così.

Tremonti avrebbe potuto aggiungere che il pasticcio era stato cucinato nel 2007, quando l’attuale maggioranza era all’opposizione e i sindacati fungevano da "azionisti di riferimento" dell’esecutivo di centro-sinistra (quello che voleva far piangere i ricchi). Come a dire: chi è causa del suo mal………

 

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