Mercoledì 23 Maggio 2012
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Visto da Mosca

La Russia cerca ancora di capire perché è crollato il Muro di Berlino

6 Novembre 2009

9 novembre 1989, il crollo del muro di Berlino si scolpisce nella storia dell’Occidente. Ma non per la Russia. Quella data non è stata decisiva per la sorte del regime sovietico e ancora oggi il dibattito intellettuale in Russia non affronta la questione del muro di Berlino. 

Per quanto dettagliate, nelle ricostruzioni degli eventi che condussero all’abbattimento del Muro di Berlino l’Unione Sovietica non viene menzionata quasi mai. Eppure la decisione di erigere il Muro venne proprio da Mosca. Era il primo agosto del 1961 quando Khrushchev comunicò il progetto del Muro a Walter Ulbricht, all’epoca leader della Repubblica Democratica Tedesca. Il 19 agosto 1961, appena sei giorni dopo l’inizio dei lavori di costruzione del Muro, il presidente americano Kennedy inviò a Berlino Ovest una colonna di 1.500 militari americani che avevano lasciato la Germania federale per attraversare il territorio della Germania democratica, costantemente monitorati da “vopos” tedeschi e unità speciali sovietiche. Sembrava che il Muro, oltre a dividere le due metà di Berlino, fosse sul punto di contrapporre militarmente anche le due metà geopolitiche del pianeta.

La codificazione ideologica dell’interventismo sovietico fu sancita dalla cosiddetta dottrina Brezhnev. Rivolto al congresso del Partito Unito dei Lavoratori Polacchi, Brezhnev sostenne che “quando forze ostili al socialismo tentano di deviare lo sviluppo di paesi socialisti in direzione del capitalismo, questo diventa un problema per tutti i paesi socialisti”. Era il 13 novembre 1968, l’anno dell’invasione di Praga. La dottrina Brezhnev venne addirittura estesa al di fuori del patto di Varsavia nel 1979, con l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Solo un decennio più tardi, questo ferreo dogma della politica estera sovietica venne clamorosamente smentito proprio a Berlino. La perentoria dottrina Brezhnev fu sconfessata da una meno altisonante dottrina, quella “Sinatra”. Sulla scia delle parole della canzone “My Way”, il portavoce del ministero degli esteri russo, Gennady Gerasimov, dichiarò il 25 ottobre del 1989 al programma televisivo “Good Morning America” che “ogni Paese decide quale via seguire”. Dai grandi congressi orientali al piccolo schermo occidentale: in meno di dieci anni Mosca aveva capovolto i suoi rapporti con l’Europa Orientale, passando dall’intervento armato al disimpegno. 

Il muro di Berlino era ormai troppo lontano per Mosca. Tra il 1989 e il 1991 l’Urss attraversa il biennio più complesso della sua storia, al termine del quale la stessa Unione Sovietica non sarebbe più esistita. Il 1989 è l’anno in cui, a febbraio, Mosca si ritira sconfitta dall’Afghanistan dopo che l’Armata Rossa è finita sotto scacco della guerriglia dei mujahideen. L’addio a Kabul produce una cicatrice sulla coscienza russa, dove nasce addirittura un filone cinematografico per commemorare l’eroismo dei suoi soldati in Afghanistan – l’ultima pellicola è un grande successo del 2005: “La Nona Compagnia” che ha persino strappato l’applauso di Putin. Sempre a febbraio del 1989 nei paesi baltici esplode il nazionalismo indipendentista che Mosca proverà, senza successo, a sedare con la violenza.

Presto anche la Georgia e altre repubbliche caucasiche verranno travolte dal nazionalismo che a sua volta scatenerà guerre etniche su scala locale. E’ lì che si apre la piaga della Cecenia. Sul versante interno il regime sovietico subisce il colpo di grazia il 26 marzo 1989, la data delle prime elezioni multipartitiche nella storia dell’Urss e dalla Russia stessa. Boris Eltsin è il trionfatore. Gorbachev inizia il suo inarrestabile declino. E’ una metamorfosi politica e istituzionale dirompente per la realtà e l’identità russa. E poi la tragedia di Chernobyl, la liberazione di Sakharov e altri dissidenti, la condanna dello stalinismo, le purghe contro i dirigenti più ortodossi del Pcus e le riforme strutturali nelle istituzioni: nel 1989, prima del muro di Berlino, era già crollato il muro dell’Urss.

E’ molto difficile trovare un punto di vista russo sulla fine del muro di Berlino. Le energie erano già concentrate su un epocale passaggio della Russia dal regime sovietico – rivoluzione, trasformazione, transizione? Sono queste le parole chiave intorno a cui si sviluppa un dibattito proiettato alla ricerca dell’assestamento, della stabilizzazione, dell’istituzionalizzazione di questo passaggio così violento. Ecco perché la nostalgia per l’epoca comunista, così florida proprio nel mondo culturale di Berlino e dell’ex Germania democratica, è invece assente a Mosca. Nel 2006 è uscito il film del regista russo Yulii Gusman: “Park sovetskogo perioda” (il parco del periodo sovietico). La trama è intuitiva: sulla falsariga di “Jurassic Park”, nei pressi di Mosca viene ricostruito un parco divertimenti con le icone viventi della storia sovietica – una specie di remake russo di “Goodbye Lenin”.

Quest’ultimo è diventato un “cult-movie”, mentre il primo è stato un fiasco, nonostante fosse un compendio dell’intera parabola storica dell’Urss. Ormai l’identità sovietica ha rimosso i suoi legami con l’Europa Orientale. Nella zone dell’ex Berlino Est resiste la “Russen Disko”, la discoteca russa, gestita da Vladimir Kaminer, russo naturalizzato tedesco, che con estrosità e ironia dipinge ritratti musicali e narrativi della Berlino sotto occupazione sovietica. Ma anche qui i russi non riescono ad identificarsi col loro passato, considerando tutto questo un’attrazione per turisti stranieri.

Paradossalmente sono i tedeschi affetti dalla “Ostalgie”, la nostalgia dell’Est comunista, a ricercare il legame con l’Urss, e non viceversa. La Germania riunificata e l’Europa si sono rapidamente integrate. La Russia non ha superato la sua instabilità. Dopo vent’anni di esperimenti, dal riformismo di Eltsin al turbo-capitalismo degli oligarchi e al regime di Putin fino alla crisi con Medvedev, la Russia cerca ancora di capire verso quale orizzonte si sta muovendo.  

Commenti
Anonimo
06/11/09 12:18
crollo muro di Berlino
Festeggiamo i 20 anni della caduta del muro di Berlino che ha sancito la crisi del comunismo. La recente crisi economica perchè non sancisce la fine del capitalismo. Meditate!
Autores
06/11/09 14:47
Aldila'della contraddizione
c'e'un centro sicuro in ogni cosa che si afferma anche se e'contradittorio,proprio come ogni cosa.Purtroppo molte cose sono parlate e sembrano non volute effettivamente ma e'il contrario dentro la persona che suscita l'effetto che si realizza e materializza per la propria volonta'.
Anonimo
06/11/09 15:19
muro di berlino
Siamo sicuri che tutti se ne siano accorti della caduta del "muro"? Ho l`impressione che no. Bisognerebbe avvisare molta gente che ancora non sa o fa finta di non sapere.
luca
06/11/09 16:30
Piuttosto interessante il
Piuttosto interessante il commento dell'anonimo che si chiede perchè non si festeggi anche la crisi del capitalismo.La crisi è finita, infatti comincia proprio ora. E' la fine di una civiltà, soprattutto occcidentale, una civiltà sempre più vorace che non più che autodistruggersi.
08/11/09 20:16
20 anni dalla caduta.... L’uomo che ha cambiato la storia…
(spunto per rivedere un vecchio lavoro di collage) “La storia non si fa in un giorno e una data precisa non potrei indicarla. Il crollo del Muro di Berlino, in effetti, fu solo l’atto finale, il culmine di un processo che andava avanti da tanto tempo." (Mikhail Gorbaciov). il Muro di Berlino crolla e sancisce la fine di un’epoca non solo per la Germania, ma anche per l’Europa e il mondo intero. La fine della guerra fredda, un nuovo vento di cambiamento, la caduta dei regimi. (Collages giornale e cartoline originali, 50x80 1990). Per vedere la foto: galleria FESTIVAL MONDIALE DELLA GIOVENTU' E DEGLI STUDENTI BERLINO su: http://www.artmajeur.com/catanquader Il collage rappresenta la svolta: dal rosso delle bandiere e dei drappi che fungevano da coreografia e addobbavano ogni luogo, che nell'immaginario collettivo veniva enfatizzato al culto comunista, al rosso del logo della CocaCola, metafora, emblema del consumismo capitalista. Passare dal rigido sistema dello stato socialista ( la CocaCola veniva dichiarata il sintomo della decadenza statunitense) , alla leggenda della americanissima multinazionale “The Coca Cola Company”, il mito dell'immaginario collettivo. Questo per rimarcare che la globalizzazione, ha travolto tutte le barriere e le ideologie che intralciano la formazione di un unico mercato mondiale, e la sua espansione. Nel 1990 a Mosca, la prima e visibile "pubblicità" sparsa per tutta la città, su immensi cartelloni, bus, ristoranti, metropolitana ecc..era il logo della Coca-Cola. Il 15 marzo del 1990 il Congresso dei rappresentanti del popolo dell'URSS (il primo parlamento costituito sulla base di libere elezioni nella storia del Paese) elegge Gorbaciov ( rappresentante della nuova generazione) presidente dell'Unione Sovietica. L'articolo riporta il primo discorso di Gorbaciov (23 Marzo 1990) che sucessivamente nomina Presidente del Praesidium del Soviet Supremo della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, Boris Eltsin e Ministro degli Esteri Shevardnadze. Il 15 ottobre dello stesso anno, grazie alla sua fama di riformatore e leader politico mondiale, nonché al contributo fatto per cambiare in meglio le sorti della guerra fredda, gli viene assegnato il Premio Nobel per la Pace. Mi ero fatto spedire da una amica di Mosca, una copia del quotidiano "CObetckar Poccnr" (Notizie Sovietiche) quotidiano politico dell' URSS, più importante della "Pravda." Un pò ingiallito, ma dà un certo brivido alla memoria vedere un giornale originale dell'epoca, che riporta in prima pagina la foto ed il discorso di Mikhail Gorbaciov nella grandiosa (e lugubre) sala delle cerimonie del Cremlino, (con ancora la vecchia nomenklatura del Politbjurò) che segnato la svolta epocale del secolo passato, quattro mesi prima, grazie a lui era crollato il muro di Berlino. Gia nel 1985 quando fu eletto segretario del PCUS identificò una nuova attitudine a non celare le difficoltà, a discutere liberamente "in modo trasparente" di qui la "perestrojka" e "glasnost" cioè: introdurre trasparenza nel dibattito politico e nella società civile Sovietica, ed il tentativo di ricostruire lo Stato (c'era la convinzione che il sistema sovietico non fosse riformabile). La rivoluzione di Gorbaciov cominciò da quella che, ancora oggi, rappresenta la maggiore acquisizione dall'epoca di Stalin, ovvero la libertà di espressione. Diventava perciò possibile avere ragione sul Partito, la cui parola cessava di essere verità assoluta. La censura centralizzata iniziò ad indebolirsi, per ridurre il suo ruolo al controllo delle informazioni sui segreti di stato. A partire dal 1990 venne permessa anche la critica su Lenin. Questa trasparenza non aveva però portato a miglioramenti concreti delle condizioni di vita. Dal punto di vista economico infatti, gli anni della gestione Gorbaciov furono disastrosi: il livello di vita dei sovietici è andato sempre peggiorando, togliendo credibilità agli occhi della popolazione alle numerose riforme economiche ed al nuovo dispositivo giuridico. La perestrojka sconvolse un'economia basata su coercizione e corruzione, inoltre la mancata creazione di istituzioni giuridiche affidabili che fossero in grado di garantire il diritto di proprietà e la stipulazione di contratti regolari, che assicurassero la soluzione di contenziosi e l'esecuzione delle decisioni, impedivano l'instaurazione del libero mercato. La fine dell’Unione Sovietica e dei paesi satelliti è poi storia, quella dei due tentativi di golpe, Gorbaciov (nel frattempo sequestrato nella sua dacia in Crimea), dallo smantellamento di Eltisn, a Vladimir Putin, oggi, impegnato in un'ombrosa e ambigua operazione per ridare credibilità e un nuovo ruolo internazionale alla Russia.
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