Venerdì 10 Febbraio 2012
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Il Pil torna a crescere

E' quando l'economia si stabilizza che va difesa ancora di più l'occupazione

16 Novembre 2009

Dopo una caduta durata 15 mesi il Pil è tornato a crescere. Il terzo trimestre dell’anno in corso ha registrato un incremento dello 0,6%. Tale segnale positivo non significa che i problemi siano finiti, poiché la flessione alla fine del 2009 sarà pari al 4,8%; ma nessuno un anno fa avrebbe scommesso un soldo bucato sul dato di oggi.

Negli ultimi mesi del 2008 i Governi erano impegnati nel mettere a punto piani di salvataggio delle banche (in sostanza si trattava di garantire ai risparmiatori che gli istituti di credito non sarebbero falliti), dopo che nelle settimane precedenti erano venuti da Oltreoceano segnali molto inquietanti.

Il 7 settembre l’Amministrazione Usa aveva nazionalizzato Fannie Mae e Freddie Mac, il 15 settembre era fallita la Lehman Brothers, il 17 settembre la Fed era intervenuta con un prestito ingente alla Aig, il giorno dopo era stato varato il piano Paulson (Emercency economic stabilization act).

Poi la crisi aveva varcato l’Atlantico: l’8 ottobre le principali banche europee avevano concertato una riduzione dei tassi d’interesse. Il resto lo conosciamo. All’improvviso era iniziato il black out dei mercati e degli ordinativi. Le banche avevano chiesto il rientro delle linee di credito; l’apparato produttivo aveva subito, all’improvviso, un crollo dell’attività a due cifre e a parecchie decine.

Si potrà sicuramente criticare l’azione del Governo, ma sarebbe disonesto non riconoscergli di aver avuto le idee chiare. A volerli indicare sinteticamente, i punti fermi dell’azione dell’esecutivo sono stati i seguenti:

a) evitare il più possibile ripercussioni negative sui conti pubblici tali da peggiorare ulteriormente il deficit e il debito e creare difficoltà alla sottoscrizione dei titoli di Stato in scadenza;

b) adottare politiche just in time con le scarse risorse disponibili intervenendo di volta in volta sui punti di crisi, ora sui settori più disagiati della popolazione, ora a favore delle imprese;

c) consentire alle aziende di mantenere il più lungo possibile il rapporto con i propri dipendenti prima di prendere decisioni irreversibili sul versante degli organici;

d) tutelare il lavoratore adulto, perno economico della sua famiglia, prima che il giovane che deve ancora inserirsi stabilmente nel mondo del lavoro (ai collaboratori in regime di monocommittenza è stata però riconosciuta, per la prima volta, un’indennità di reinserimento sia pure come erogazione una tantum). 

Prese alla sprovvista da una crisi inedita, che non reagiva alle terapie consuete, le imprese avevano bisogno di poter disporre immediatamente di garanzie che consentissero di accantonare per il tempo necessario il problema degli esuberi di manodopera, in un contesto in cui, a regime vigente, i principali ammortizzatori sociali erano riservati ad una quota di popolazione inferiore alla metà di quella occupata. Il Governo ha ritenuto che la strada migliore da seguire fosse quella di un massiccio intervento della Cassa integrazione in deroga, il solo strumento in grado di consentire quella flessibilità ritenuta necessaria in quella fase. Basti pensare che a tale istituto nel disegno di legge n.1441-quater approvato dalla Camera erano stati stanziati, inizialmente, solo 400 milioni di euro, a prova del fatto che non erano state immaginate conseguenze tanto gravi della crisi. Poco tempo dopo, a cavallo tra la fine del 2008 e l’inizio dell’anno in corso, il Governo, d’intesa con le Regioni, è riuscito a stanziare ben 8 miliardi di euro, a valere nel biennio 2009-2010, per il finanziamento della Cig in deroga. Tale scelta di estendere l'intervento a protezione del reddito anche ai settori del lavoro dipendente, fino a quel momento sprovvisti si è rivelata giusta ed adeguata alle circostanze.

Correttamente il Governo ha resistito, non solo per motivi di finanza pubblica, ma anche come scelta strategica di politica del lavoro, all’ipotesi di estendere l'indennità di disoccupazione a tutti i lavoratori come richiedeva l’opposizione. Se accolta, un’indicazione siffatta, assunta all’inizio dell’anno nel mezzo della crisi in fase acuta, sarebbe stato per le imprese una indicazione devastante: un invito a licenziare. I dati hanno riconosciuto che il Governo ha compiuto la scelta giusta nel fronteggiare l’emergenza.

Le statistiche sull’occupazione evidenziano le criticità in cui si è trovato ad operare il sistema Paese nel suo complesso; nel primo semestre del 2009 il tasso di occupazione complessivo, rispetto al primo semestre dell’anno precedente, è diminuito di 1 punto. Al netto dell’occupazione straniera che continua ad aver un trend, grazie anche alle misure di regolarizzazione adottate dal Governo (il settore dei servizi alla persona ha avuto un incremento del 7,8%) gli occupati italiani risultano in calo di 494mila unità, mentre continua a crescere l’occupazione straniera (+92mila uomini; +110mila donne). Particolarmente accentuata è la contrazione degli occupati nelle regioni del Sud dove si concentra il 60% delle perdita complessiva di lavoro, a prova di una condizione economica e sociale svantaggiata che il Governo sta affrontando, anche tenendo conto delle proposte avanzate dai gruppi parlamentari. Il tasso di disoccupazione del Paese è attestato al 7,4%, ad un livello, cioè, significativamente inferiore a quello medio della Ue.

Mettendo a confronto i dati della disoccupazione con quelli della Cassa integrazione e degli altri strumenti di sostegno del reddito emerge con chiarezza quanto sia stato importante il notevole sforzo sostenuto dal Governo per salvaguardare l’apparato produttivo e per mantenere il più a lungo possibile il rapporto di lavoro tra le aziende costrette a fare ricorso agli ammortizzatori sociali e i loro dipendenti; ne è testimone il trend della Cassa integrazione, ordinaria e straordinaria, che ha registrato un aumento, in termini di valori cumulati sino al mese di ottobre 2009, del 380%. Nel valutare questi dati occorre tener conto del fatto che, grazie alle politiche del Governo, si è avuto un ampliamento della platea degli interessanti allargando gli interventi a quanti non ne fruivano in precedenza.

La Cig in deroga, infatti, nell’ottobre 2009 rispetto al medesimo mese dell’anno scorso, è aumentata del 700% (in valori assoluti 68 milioni di ore autorizzate a tutto ottobre contro i 18 milioni del 2008). Va segnalato che vi è uno scostamento tra le ore autorizzate e quelle effettivamente utilizzate dalle aziende (che costituiscono poco più del 60% del totale). Va altresì evidenziato un trend decrescente dell’uso della Cig, in termini che si avviano ad essere costanti. In sostanza, i dati denotano un’evidente sproporzione tra l’uso della Cig, ordinaria, straordinaria e in deroga, e l’incremento della disoccupazione. Ciò prova che le politiche adottate dal Governo hanno impedito o quanto meno rinviato il ricorso ai licenziamenti. Ma la situazione è destinata a cambiare, proprio se l’economia andrà stabilizzandosi.

Le aziende saranno chiamate a "dimensionarsi": ovvero a ragguagliare l’assetto degli organici ai nuovi volumi produttivi in netta flessione. Si porranno allora maggiori problemi per quanti perderanno il posto, che rimarranno più a lungo in una condizione di disoccupazione.

Già oggi i dati mettono in evideza un trend preoccupante. Su base annua l’occupazione alle dipendenze è diminuita dello 0,3%. Tale esito è il risultato dell’incremento dello 0,9% dell’occupazione permanente e della diminuzione dell’8,3% di quella a tempo determinato (in cui sono coinvolti soprattutto i giovani fino a 34 anni, che costituiscono il 75% delle perdite di lavoro). E’ aumentata di 130mila unità l’occupazione degli over 50 (grazie anche alle nuove regole in materia di pensioni). Sul primo trimestre del 2008, alla fine del secondo trimestre vi sono stati 240mila lavoratori autonomi in meno (di questi 86mila sono cocopro). Ben 474mila lavoratori al di sotto dei 35 anni hanno perduto il lavoro rispetto al 2008, di cui 145mila per mancato rinnovo dei contratti a termine. Il minor numero di assunzioni e le maggiori difficoltà nel rinnovo dei contratti temporanei si sono riflessi sul tasso di disoccupazione dei giovani fino a 24 anni (pari al 25,2% con un incremento del 4,3%).

E’ dunque questa – come risulta dai dati Istat del secondo trimestre e da quelli Inps fino ad ottobre – il quadro di riferimento in cui il Governo dovrà agire, nel momento in cui l’economia ripartirà. La migliore ricetta è quella di difendere l’occupazione mediante il lavoro, avvalendosi delle misure assistenziali e di sostegno al reddito per il tempo necessario, ma puntando a ridurre il più possibile – attraverso le politiche attive dell’impiego - il tempo durante il quale un lavoratore che perde il posto deve attendere prima di trovarne un altro.

 

Commenti
Luciano Cecchini
16/11/09 18:42
Ma come ripartiamo ?
Bene. Ma , ma guardiamo avanti e chiediamoci: nell’auspicata ripresa economica ed occupazionale, come riparte l’Italia ? Con la stessa struttura di prima, cioè senza aver compiuto – a mia conoscenza- ristrutturazioni significative di imprese e settori. In Europa ripartiamo quasi tutti come eravamo prima della crisi cioè, in estrema sintesi, con le economie che si affacciano sul Mediterraneo (ivi inclusa, con qualche eccezione, l’Italia) ancora largamente specializzate in produzioni a più basso valore aggiunto (tessile e abbigliamento, cuoio e calzature, mobili), con i paesi dell’Europa continentale che erano e restano forti nell’industria meccanica e chimica mentre nei paesi nordici dominava e domina il settore delle telecomunicazioni. Con questa struttura e con l’inarrestabile avanzata delle economie a basso costo del lavoro, il futuro pare segnato: l’Italia perderà inevitabilmente altre quote di mercato (e, in conseguenza, occupazione). Secondo una recente indagine, la produttività del lavoro in Italia è diminuita dell’8,4 % tra il 1988 e il 2006. In un campione di 15 paesi avanzati, la produttività del lavoro è invece aumentata del 25 % sullo stesso periodo; in soli tre casi si è registrata una diminuzione della produzione del lavoro: in Spagna (15 %), Portogallo (11 %) ed Italia. L’Istat conferma che in Italia, negli anni 1995-2007, in seguito alla ripresa della dinamica delle ore lavorate e alla crescita più contenuta del valore aggiunto, la produttività del lavoro ha subito un deciso rallentamento (0,4 per cento in media d’anno) ! Del resto, la produttività del lavoro può aumentare solo se si è in grado di cogliere i vantaggi offerti dall’innovazione e dall’ampia diffusione delle nuove tecnologie. E la crisi era, sempre a mio parere, il momento giusto per intervenire. Bastava avere coraggio ed idee chiare. Il Governo –si dice- ha ammortizzato socialmente la crisi con la CIG “in deroga”. Certamente ha fatto bene dal punto di vista del lavoratore, ma ha fatto male (forse ?) dal punto di vista delle prospettive d’impresa. Manca, mi sembra, un piano globale che tracci le linee guida e, sopratutto, finalmente avvii profonde riforme strutturali dell’economia. Brunetta ci sta provando con la P.A. ma per il settore privato non ho notizie di interventi (con investimenti) significativi che obblighino settori e singole imprese a programmare un futuro diverso. Perché solo così si sostiene, nel medio lungo periodo, l’occupazione ed il reddito.
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