Verso la fine di quest’anno è uscito inaspettatamente l’ultimo romanzo di Niccolò Ammaniti, Che la festa cominci. E dico inaspettatamente non perché sia un sensitivo e sappia come e quando le opere stiano per venire alla luce, ma perché generalmente i grandi bestseller vengono anticipati da recensioni, anteprime e quant’altro, mentre non è stata questa la sorte toccata all’ultimo lavoro dello scrittore romano. Eppure, nel 2007, con Come dio comanda, Ammaniti aveva vinto il Premio Strega.
Ma forse è proprio questo il punto. Dopo una serie di prove narrative spumeggianti, tra l’assurdo e il fantastico, che avevano evidenziato una penna promettentissima nonostante trame quantomeno spiazzanti, Ammaniti ha infilato tre capolavori di grande successo, Ti prendo e ti porto via, Io non ho paura e lo stesso Come dio comanda.
Allora, forse, dopo tanto ottimo lavoro, riconoscimenti e film ispirati ai suoi libri, Ammaniti ha voluto tornare a scrivere per divertirsi, ed è tornato a farlo scrivendo di eventi tragicomici che virano verso l’apocalittico: Che la festa cominci è una storia che si svolge in poco più di 48 ore, piene di coincidenze incredibili, missioni sataniche (ridicole), safari sahariani in una “ex” villa comunale capitolina e chi più ne ha ne metta. Un po’ sullo stile di Branchie, il suo libro d’esordio, anche se con uno stile molto più maturo ed un tema molto più attuale. Già, perché nonostante tutto, nella sua surrealtà, Che la festa cominci prende le mosse da un’Italia vera, messa a nudo e ridicolizzata: i due protagonisti, Saverio Moneta, capo spirituale della setta satanica Le Belve di Abaddon, composta da quattro sfigati (lui compreso) di Oriolo Romano, e Fabrizio Ciba, uno scrittore belloccio sulla quarantina (autore del più grande bestseller degli ultimi anni ma attualmente in crisi creativa), alla fine risultano simpatici al lettore, che ci si affeziona e in qualche modo “tifa per loro”... Ma in realtà non sono quello che si dice delle "belle persone".
Lo stesso Sasà Chiatti, palazzinaro mafioso arricchitosi in modo spropositato, tanto da aver comprato Villa Ada a Roma ed averci organizzato una festa incredibile (che finirà in tragedia), quando parla in prima persona, e non attraverso gli occhi di Ciba o di Moneta, risulta anch’egli simpatico: una persona "semplice", con le sue credenze, che ripensa ai consigli di mammà, e che si uccide da solo a colpi di mitragliatrice e lanciafiamme. Un pazzo esaltato ma simpatico. E nel mezzo di veline, calciatori, attori, politici e tutto il resto, così veri, ma così ridicoli, spunta un sorriso amaro. Perché i personaggi di Ammaniti fanno ridere ma anche riflettere. In conclusione, al di là dello spessore del libro, Ammaniti è capace di tenerti incollato ai suoi romanzi dall’inizio alla fine, e questa è la dote più importante per uno scrittore: conquistare il lettore e mantenere viva la sua attenzione nel corso di tutta l’opera. Alla fine di ogni capitolo si freme dalla voglia di sapere che succederà nel successivo, e come andrà a finire la storia. E, state sicuri, andrà a finire in un’altra storia, e così via, perché in fondo la dote migliore di Ammaniti è saper costruire trame ed intrecci che ci accompagnano fino alla fine dei suoi libri.


Finalmente un altro articolo