Probabilmente il presidente Obama si è reso conto che la corda diplomatica con Israele stava per spezzarsi, quando ieri ha ordinato al suo plenipotenziario in Medio Oriente, Mitchell, di estendere un invito formale a Benjamin Netanyahu, che domani sarà a Washington per rattoppare le relazioni fra i due alleati dopo le tempestose dichiarazioni americane contro la decisione israeliana di costruire nuove case nella parte Est di Gerusalemme. Se l’affronto al vicepresidente Biden non è stato dimenticato, va detto che Netanyahu si era subito scusato con la Casa Bianca per l’intemperanza del suo ministro degli interni, ma non è servito; il primo ministro israeliano si è trovato di fronte a una escalation che, dopo la furiosa telefonata di tre quarti d’ora della Clinton, lo ha spinto a reagire con la stessa intransigenza, ricordando agli Usa che lo stato ebraico non prende ordini da Washington e continuerà a perseguire la politica degli insediamenti condotta negli ultimi quarant’anni.
Ma perché l’amministrazione Obama ha scelto di trasformare un momento di tensione in una vera e propria crisi diplomatica, che probabilmente determinerà il fallimento dei “proximity talks” usciti dal cilindro di Mitchell? Per una generale presunzione ideologica del Presidente verso lo stato ebraico, forse, quella “dottrina” annunciata al Cairo lo scorso anno, che ha messo la questione palestinese al centro della politica estera Usa, considerandola una soluzione complessiva di tutti i rapporti fra Occidente e mondo arabo-musulmano. Un errore diplomatico ma anche un errore politico, proprio in un momento in cui, in vista delle elezioni di medio termine, era più necessario conservare l’appoggio della comunità ebreo-americana, delle potenti lobby e dei gruppi di pressione come l’AIPAC e la ADL. Probabilmente gli ebreo-americani che votano democratico non tradiranno il loro Presidente ma potrebbero stringere i cordoni della borsa, e questo calo di consenso (e di finanziamenti) nell’elettorato Democrats sarebbe un serio problema per la Casa Bianca.
L’impressione è gli Usa non abbiano saputo tenere i nervi saldi dopo essere stati “insultati” dagli alleati, come ha detto la Clinton venerdì scorso. Hanno avuto una reazione “emotiva” – scrive John Podhoretz su Commentary, che somiglia tanto a un segno di immaturità, un'altra delle critiche che vengono rivolte più spesso a questa amministrazione. Da un sondaggio dell’Israel Project realizzato alla fine della settimana scorsa, poi, si scopre che la maggioranza degli americani continua a volere che gli Stati Uniti rimangano schierati accanto a Israele nel conflitto con i palestinesi; l’80 per cento del campione crede che i nemici degli Usa usino il conflitto israelo-palestinese come una scusa per alimentare il sentimento antiamericano nel mondo, e che la stessa disputa sugli insediamenti serva a giustificare questa ostilità verso l’America.
L’ingenuità e l’emotività dell’amministrazione Obama hanno spinto uno degli alfieri della causa palestinese, il segretario generale delle Nazioni Unite, a una visita lampo a Gaza, dove Ban Ki Moon era già stato nel gennaio del 2009 dicendo di aver assistito a scene che “spezzano il cuore”. Ieri, il boss dell’Onu è tornato a criticare il blocco israeliano che dal 2006 “causa grandi sofferenze” nella Striscia. “Il blocco è inaccettabile – ha detto nella città di Khan Younis – indebolisce i moderati e incoraggia gli estremisti. E’ frustrante vedere questa distruzione a Gaza e non essere in grado di ricostruire”, assicurando che in futuro la Unrwa continuerà a prendersi cura della popolazione araba. Moon non ha incontrato ufficialmente esponenti di Hamas, ma uno dei consiglieri di Ismail Haniyeh, il capo dell’esecutivo a Gaza, ha espresso un parere positivo sulla visita del segretario dell’Onu, “nella speranza che essa serva a rimuovere l’assedio israeliano”. Speranza che s’infrange contro i nuovi lanci di missili contro il Neghev israeliano, che nei giorni scorsi hanno ammazzato un bracciante agricolo, provocando l’immediata ritorsione dello stato ebraico (una serie di attacchi aerei che hanno provocato circa 15 feriti).
Non si può negare che singoli rappresentanti della Knesset e membri dell'attuale maggioranza israeliana abbiano avanzato proposte di legge discutibili, come quegli emendamenti che mirano a revocare la cittadinanza a chi compie atti sleali verso lo stato o la reclusione a chi nega il carattere “ebraico” dello stato israeliano, tagliando i finanziamenti agli enti statali e alle Ong che remano contro il governo. Ma credere che l’esperienza del governo Netanyahu si riduca a questo, come sembrano aver fatto Obama e Ban Ki Moon, con le loro polemiche dichiarazioni pubbliche su Gaza e gli insediamenti a Gerusalemme Est, vuol dire essere ciechi o pregiudizialmente opposti all'esecutivo israeliano.
Fino alla metà dello scorso gennaio, infatti, i camion con i viveri e i rifornimenti israeliani hanno continuato ad attraversare i valichi della Striscia, portando aiuto alla popolazione palestinese. Si calcola che dal gennaio 2009 a quello 2010, oltre settecentomila tonnellate di aiuti umanitari provenienti dallo stato ebraico siano entrati a Gaza, con un incremento del 900 per cento rispetto al 2008. Il governo israeliano ha autorizzato il trasferimento di 6,7 milioni di dollari ai residenti di Gaza che hanno diritto al welfare e alla pensione avendo lavorato e vissuto in Israele negli anni precedenti. Il piano per le minoranze approvato dalla Knesset prevede 8oo milioni di shekel per circa 400.000 persone, arabi e beduini, che vivono in Israele – edilizia, occupazione, assistenza sanitaria e istruzione. “Servono uguali opportunità economiche – ha detto Netanyahu – anche per il settore non ebraico”.
A differenza di quanto vuol farci credere il segretario generale dell’Onu, tutto lascia sperare che Israele continui a perseguire la politica portata avanti nell’ultimo anno e mezzo, che ha permesso una crescita dell’economia nella West Bank (+8 per cento, 2 punti in meno nel tasso di disoccupazione, un forte aumento delle entrate legate al turismo) e una maggiore libertà di movimento dei palestinesi. Nel 2009 Israele ha smantellato 150 posti di blocco in Cisgiordania e rimosso 27 checkpoint tra il 2008 e l’anno successivo; attualmente, rimangono attivi solo 14 checkpoint. Ieri, però, due palestinesi che si stavano avvicinando con dei forconi al ceckpoint di Nablus sono stati uccidi dai soldati israeliani. Ci sono stati dei passi avanti nella sicurezza interna (nessun kamikaze ha colpito Israele nel 2009) e nella formazione di efficienti forze di sicurezza palestinesi.
Il 10 marzo, il ministro degli interni Eli Yishai si è formalmente scusato per l’avventata dichiarazione sulla costruzione delle nuove 1.600 unità abitative nel sobborgo di Ramat Shlomo, a nord di Gerusalemme, annesso con i territori circostanti da Israele dopo la Guerra dei Sei Giorni, combattuta per difendersi da un attacco multiplo sferrato dagli stati arabi. L’approvazione del piano edilizio era un passaggio tecnico già prestabilito e non un modo per insultare Biden. Qualche giorno prima, il 2 marzo, il sindaco di Gerusalemme annunciava di aver rimandato il piano da 100 milioni di dollari per rivitalizzare una delle zone storiche della Città Santa, Al Bustan (il “Giardino dei Re”, secondo gli ebrei) situata nei quartieri arabi di Silwan, per venire incontro a una richiesta di Netanyahu, che in questo modo intende evitare nuove tensioni create – ha detto il primo ministro – da quegli “elementi” interessati ad alimentare la discordia e a diffondere una immagine distorta di Israele nel mondo. Il sindaco di Gerusalemme, da parte sua, ha detto di voler riprendere il dialogo con gli abitanti del luogo per arrivare ad un accordo condiviso. Chissà se martedì prossimo, accogliendo il premier israeliano, Obama si ricorderà anche di tutto questo.
Dopo l’incontro di Mosca, Blair e i suoi colleghi del "Quartetto" hanno chiesto ancora una volta il congelamento degli insediamenti israeliani per altri due anni. “Il Quartetto continua a sostenere il piano dell’ANP per la formazione di uno Stato palestinese entro 24 mesi – ha detto Ban Ki-Moon – E’ la dimostrazione di un impegno serio da parte palestinese per uno stato indipendente che fornisca una buona opportunità di governare, di garantire giustizia e sicurezza a questo popolo”. Ma secondo uno dei portavoce dell’ANP: “Le iniziative israeliane determineranno il fallimento degli sforzi della amministrazione Usa per arrivare a dei negoziati di pace”.

