Venerdì 10 Febbraio 2012
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Dissenso informato

Una legge sul "fine vita" che non difende la vita è inaccettabile

intervista ad Alfredo Mantovano di

Cristiana Vivenzio

30 Gennaio 2009
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“Lei scrive tutto, vero?”

Certo Onorevole.

“Bene, allora mi dica”.

Alfredo Mantovano, che è deputato del Pdl e sottosegretario al ministero degli Interni, in questi ultimi giorni non ha mai dissimulato le sue posizioni sulla legge di fine vita presentata dalla maggioranza in Commissione Sanità del Senato. Non è d’accordo, tutto qua. E, a quanto pare, non è intenzionato a seguire alcuna logica di partito nel riaffermare le proprie posizioni. Vale la pena capire perché.

“Glielo spiego subito, facendo una breve premessa: si è parlato di necessità di una legge sul testamento biologico dopo che i giudici hanno preteso di risolvere situazioni che competono il legislatore. Dopo che, cioè la giustizia, ha risolto a modo suo due casi, come quello di Welby e di Eluana, e li ha risolti in un unico senso: quello favorevole alla morte. Eluana è stata di fatto ripetutamente e in vari gradi di giudizio condannata a morte così come l’assoluzione di Riccio ha risolto il caso di Piergiorgio Welby in nome di un principio di morte e non di vita”.

E questo, onorevole, che c’entra col testo del relatore di maggioranza, Calabrò?

“C’entra eccome, perché quel testo rischia di ribaltare le buone intenzioni del relatore – che non nego ci sono – in pessimi atti pratici. E in quanto tale è inaccettabile”.

Ciò significa che lei così com’è non lo voterà mai?

“Così il testo è inaccettabile”.

Significa che non lo voterà mai. Ma dov’è il problema?

“Nella struttura e nei contenuti. Nella premessa al ddl Calabrò sono contenuti principi assolutamente condivisibili, come il divieto di eutanasia e l’autonomia del medico col riconoscimento della sua professionalità, che vengono però contraddetti da molte delle enunciazioni normative contenute nel testo della legge vero e proprio”.

Mi spiega meglio?

Quella di Calabrò rischia di essere una legge double-face, che dice tutto e il suo contrario. Prendiamo le Dat, le dichiarazioni anticipate di trattamento, uno dei punti, a mio avviso, più controversi. E nel dirlo – ci tengo a precisarlo - non mi fa velo alcuna visione ideologica, moralistica o confessionale. Come si fa a stabilire che una volontà che vale in un contesto possa essere la stessa in contesti completamente diversi?

La materia è complicata. Mi faccia un esempio...

Io oggi godo di piena salute ma sono atterrito dall’idea di poter avere un cancro. Redigo una Dat col mio medico in cui sostengo di non voler essere sottoposto in nessun caso ad alcun trattamento chemioterapico, quindi anche nel caso in cui mi trovi in condizioni di incoscienza. Il medico mi informa nel dettaglio di tutte le conseguenze cui incorro, ci rechiamo dal notaio ed è fatta. Ma siamo sicuri che dopo tre anni io rimanga dello stesso avviso, e che, se anche mi trovassi nella incapacità di intendere, non voglia piuttosto aggrapparmi ad ogni residuo possibile e solo mio di vita?

Questo che vuol dire che è meglio non fare Dichiarazioni anticipate di trattamento.

Vuol dire, prima di tutto, che la vita è un bene inviolabile, non è negoziabile, direbbe Benedetto XVI. Vuol dire che oltre ad essere inviolabile è irrinunciabile. Io non posso delegare qualcuno a decidere della mia vita perché anche un medico animato dalle migliori intenzioni potrebbe essere indotto a decidere in termini di morte. E, tutti d’accordo sul riconoscere autonomia e professionalità  ai dottori, ma se viene lasciata loro l’ultima parola anche un bene indisponibile come la vita viene sottoposto ad una amplissima discrezionalità altrui.

Quindi niente Dat.

La soluzione non sono le Dat, ma il consenso informato. Devo essere in grado di poter decidere in piena coscienza quel che deve essere della mia vita. E poi c’è un altro aspetto del testo Calabrò ad essere inaccettabile, forse ancora di più del precedente.

E cioè?

La definizione che Calabrò fa di “accanimento terapeutico”. Il testo, cito, “si intende vietare ogni forma di accanimento terapeutico, sottoponendo il soggetto a trattamenti futili, sproporzionati, rischiosi o invasivi”, lei legge da qualche parte che ci si riferisce a situazioni di morte imminente?
Se passa la concezione di accanimento terapeutico contenuta nel ddl  del relatore di maggioranza addirittura si rischia di avallare situazioni in cui non c’è alcun bisogno del consenso informato o dello stato di morte imminente se il medico si convince che siamo in presenza di forme di accanimento terapeutico. La sa una cosa?

Cosa?

Che con questa legge Eluana Englaro sarebbe morta.

Morta?

Non solo perché Beppino Englaro avrebbe potuto trovare nelle maglie legislative gli estremi – ecco la “doppia faccia” di cui parlavo prima – per appellarsi alla magistratura. Ma anche perché ci sono tutti i presupposti per poter ritenere alimentazione e idratazione forme di accanimento terapeutico. Ci pensi bene: Eluana non è malata terminale ma considerando che senza il sondino nasogastrico che la alimenta sarebbe morta da anni anche quello può essere considerato un “trattamento sproporzionato o invasivo”.

L’eterogenesi dei fini.

Chi siede in Parlamento non può non porsi il problema di cosa succede quando un testo di legge su una materia così delicata si presta a equivoci. Ecco nella migliore delle ipotesi questo è un testo equivoco.

Ma questo è un testo, diciamo così, di compromesso. Da un punto più o meno mediano bisognava partire per avviare il dialogo tra i laici e i cattolici. O no?

La vita c’è o non c’è. Si difende o non si difende. Se mi muovo nella logica del compromesso non parlo da posizioni irrinunciabili.

Ma come, onorevole, questa è una legge che è piaciuta persino alla Chiesa, che fino a pochi mesi fa non voleva neanche sentir parlare di legge sul fine vita…

Veramente ho letto i documenti ufficiali della Cei, le prolusioni di Bagnasco, e non mi pare vi sia da nessuna parte un appoggio a Calabrò.  Se poi si riferisce a qualche esternazione di singoli, quella non è la posizione ufficiale della Chiesa.

Quindi?

Se questa è la legge, meglio nessuna legge. Perché non cambia nulla rispetto al passato. Ma anzi aggiunge se vogliamo un rischio.

Quale rischio?

Che non si riesca a porre più alcun argine alla deriva di morte. Che a prevalere sia una logica di sistema, orientata sempre – e sempre più – ad una tendenziale difesa del diritto a morire piuttosto che di quello a vivere.

Ma, onorevole, l’unità del partito?

Non mi pare che si sia una posizione definita dal Pdl sul testo Calabrò so invece che nel programma con cui abbiamo vinto le elezioni c’è il ripudio dell’eutanasia. Lascio a lei le considerazioni che conseguono.

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