Nei primi anni del secolo scorso girano per Firenze tre personaggi che sono, nonostante la “tenera” età, delle star nel panorama intellettuale nostrano. Hanno fra i venti e i trent’anni, sono giovani e geniali. Si chiamano Giovanni Papini (per Giampiero Mughini, “una specie di sessantottino che digrignava i denti e diceva male di tutti”), Ardengo Soffici e Giuseppe Prezzolini. I primi due (Prezzolini nel 1908 ha fondato e dirige La Voce) hanno in mente la pubblicazione di una rivista a lungo progettata, Lacerba.
Siamo alla fine del 1912. I soldi scarseggiano, la coppia vuole risparmiare e cerca così uno stampatore che faccia loro il prezzo più conveniente. In via Nazionale c’è un bugigattolo nel quale lavora “qualcosa di mezzo fra l’operaio emancipato e il poeta romantico”, ricorderà successivamente Papini. Si chiama Attilio Vallecchi. Nasce da quel momento un sodalizio che renderà Firenze la tappa obbligata dell’intellighenzia nazionale. Vero è che un po’ più su, a Milano, c’è Filippo Tommaso Marinetti che con la sua truppa futurista ha mandato a gambe per aria tante radicate mode letterarie, pittoriche, musicali, arrivando persino a mettere il becco in fatto di arte culinaria. Epperò, dopo l’iniziale diffidenza, i due gruppi si saldano, convivono, collaborano.
Lacerba è un prodotto corsaro, fuori dagli schemi, innovativo. Vende ventimila copie a numero nel primo anno. Poi il successo scema, si corrode, declina. Nel frattempo, il tipografo Vallecchi comincia a stampare anche alcuni libri con la sigla “Lacerba” e lentamente si avvia a diventare un editore. Passo che compie dopo avere acquisito le quote dell’editrice prezzoliniana, in difficoltà finanziaria. Nel 1919 vede la luce la Vallecchi editore Firenze. Il primo titolo è una pietra miliare della poesia italiana, “Allegria di naufragi” di Giuseppe Ungaretti. Da quel momento, è un susseguirsi di nomi illustri. Eccone alcuni, del 1920: “Viaggi nel tempo” di Cardarelli, “Trucioli” di Camillo Sbarbaro, “Pesci rossi” di Emilio Cecchi. E via di questo passo.
Nel 1935, mentre Mussolini raggiunge il punto più alto della sua propaganda, la Vallecchi è nel momento migliore. Fascista convinto, Attilio negli anni della dittatura pubblica tuttavia scritti che, come ricorda Mughini, “avrebbero minato il consenso al fascismo”: da Landolfi a Gatto, da Bilenchi a Luzi, da Caproni a Pratolini. Muore nel 1946. A prendere in mano le redini dell’attività sarà il figlio Enrico, ma dopo la guerra cominciano a emergere gli scrittori legati alla sinistra che raccontano la Resistenza e che pubblicano per Einaudi: Calvino, Pavese, Fenoglio… Inizia così per la casa editrice fiorentina un lento declino. Dal 1962, e per dieci anni, i Vallecchi sono estromessi dalla gestione della casa editrice, dove domina Geno Pampaloni. Nel 1983 l’ottantenne Enrico riscatta le quote e rilancia la sfida. Muore nel ’90. Ancora oggi il marchio resiste, anche se con tutt’altra fisionomia e tutt’altro catalogo. Ma rimane un passato glorioso, da vera star delle lettere italiane.


