Inaugurando – lo scorso 20 dicembre a Bologna – un circolo culturale intestato a Marco Biagi, il ministro Maurizio Sacconi ha annunciato per la seconda parte della legislatura (quella che inizierà dopo il giro di boa dell’emergenza) un ricco programma di riforme. E’ in cantiere lo “statuto dei lavori” l’atto che dovrebbe individuare i soggetti delle nuove tutele e che sarà varato insieme ad un nuovo assetto degli ammortizzatori sociali riferito proprio a questi nuovi soggetti. L’obiettivo di Sacconi – peraltro già impostato nei provvedimenti assunti durante l’emergenza – prende le mosse da un’intuizione del professor Biagi, ad avviso del quale occorreva superare le tradizionali classificazioni del lavoro (dipendenti, indipendenti, parasubordinati) per accomunare in unico contesto di diritti e protezione sociale i lavoratori effettivamente alle altrui dipendenze sul piano economico, relegando gli altri profili nell’ambito del lavoro autonomo. Peraltro, il “collegato Lavoro” (AC 1441-quater B) che la Camera, varerà in terza lettura entro la fine del prossimo gennaio, contiene una norma di delega attinente proprio alla riforma degli ammortizzatori sociali.
Ma il disegno riformatore può fermarsi a queste materie? E che dire della sanità? Ormai la spesa pubblica corre tanto da creare parecchi problemi alle Regioni, che sono titolari ormai del Servizio sanitario e al Governo che, volente o nolente, è periodicamente costretto a coprire il fabbisogno e i debiti. Nella Finanziaria 2010, ad esempio, si è dovuto ricorrere alle risorse del tfr (versato dalle aziende con più di 49 dipendenti al Fondo Tesoro) per finanziare il c.d. patto della salute. E’ più che evidente, ormai, che la questione sanità è diventata talmente grave da creare problemi anche all’avvio del federalismo fiscale, in quanto le Regioni non si avventureranno mai lungo un percorso di autonomia di bilancio e di responsabilità finanziaria se non saranno completamente garantite (ma è una sorta di quadratura del cerchio) sul versante della piena copertura dei costi dell’assistenza sanitaria. Per uscire dall’attuale cul de sac bisognerebbe avvalersi della situazione esistente e trasformarla in un’opportunità. Vediamo come.
Il peso della sanità pubblica sul Pil è da tempo superiore al 6%. Ma le famiglie italiane acquistano out of pocket servizi e prestazioni sanitarie sul mercato privato per un ammontare superiore al 2% del Pil. E lo fanno in modo prevalentemente individuale, essendo poco diffuse sia l’adesione a fondi sanitari integrativi sia la sottoscrizione di polizze sanitarie individuali. Fin qui tutto bene, se non fosse per una particolare circostanza: la famiglie acquistano privatamente – a parte le cure odontoiatriche – più o meno le medesime prestazioni e gli stessi servizi erogati dal sistema pubblico, che sono così pagati ben due volte: con le tasse e con le risorse fresche delle famiglie. Ecco perché occorrerebbe tracciare una linea di demarcazione tra l’assistenza che dovrebbe restare a carico del Servizio pubblico e quelle tipologie che potrebbero essere affidate al mercato privato, favorendo ed ampliando il ruolo dei fondi di previdenza sanitaria integrativa. In questo modo, a taluni soggetti in particolari condizioni disagiate di reddito, di età e di salute verrebbero assicurate tutte le prestazioni dal sistema pubblico; ad altri, solo quelle essenziali e i grandi rischi, mentre per l’attività ordinaria sarebbero incentivati a trovare soluzioni privato-collettive (avvalendosi di benefici fiscali). Così una parte consistente della spesa privata – oggi doppia e ripetitiva – concorrerebbe all’acquisto di un pacchetto di prestazioni e servizi ritenuti essenziali al benessere psicofisico dei cittadini e complementari a quelli garantiti dal sistema pubblico.
E che cosa dire delle pensioni? Il senatore Tiziano Treu ed io (lui è primo firmatario a Palazzo Madama, chi scrive a Montecitorio) abbiamo presentato – più per aprire un dibattito che per avviare un percorso legislativo a breve - una proposta di legge bipartisan rivolta ad assicurare un trattamento pensionistico dignitoso ai giovani. Contrariamente a quanto si crede, non sarà il sistema di calcolo contributivo a penalizzare le nuove generazioni, bensì un presente ed un futuro lavorativo caratterizzati da momenti di discontinuità, da transiti in differenti tipologie di lavoro (dipendente, indipendente, parasubordinato) e da periodi più o meno lunghi di precarietà. Tale situazione potrà essere migliorata con misure di protezione sociale a tutela del reddito e del lavoro. Nulla, però, potrà mai restituire quella condizione – stabile e continuativa – del rapporto d’impiego dei nonni e dei padri, essendo una maggiore flessibilità del lavoro imposta dalle nuove regole dell’economia. Sarà, dunque, la storia lavorativa e contributiva a condizionare la qualità dei trattamenti pensionistici.
La proposta di legge Cazzola-Treu va diritta alla questione di fondo, prevedendo – per i nuovi occupati, dipendenti, autonomi e collaboratori, che entreranno nel mercato del lavoro dal 2011 - l’istituzione di una pensione di base finanziata dalla fiscalità generale e di importo uguale all’assegno sociale (attualmente pari a 400 euro mensili circa). A tale ‘soglia’ solidaristica si aggiungerebbe la pensione contributiva in ragione di quanto versato da ciascuno mediante un’aliquota contributiva che sarà gradualmente unificata al 26% per tutti i tipi di lavoro (sul livello e i criteri dell’aliquota è ancora aperta una riflessione). Così - oltre a favorire l’occupazione dei giovani riducendone il costo - sarebbe superato anche quel "divario contributivo" che oggi contribuisce al dualismo del mercato del lavoro. A favore degli attuali collaboratori verrebbe prevista una rivalutazione del 20% del montante accreditato. Per tutti coloro che stanno nel sistema contributivo o misto opererebbe un modello di pensionamento flessibile meglio corrispondente alle esigenze delle persone. Per i pensionati viene proposta la revisione dei criteri di perequazione automatica delle prestazioni attraverso l'introduzione di forme di indicizzazione miste, riferite tanto all'andamento del costo della vita, quanto alla dinamica delle retribuzioni reali dei lavoratori attivi.


La riforma che sta più a