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Operai sulle gru

Caso Innse, cogestione, antagonismo: lo strano accordo tra Cremaschi e Tremonti

1 Settembre 2009

Domanda: cosa accomuna il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti e l’esponente dell’ala dura della FIOM Giorgio Cremaschi? Risposta: l’amore per i nuovi luddisti.

Entrambi infatti non hanno perso occasione, nelle settimane scorse, per beatificare gli operai della INNSE (e presumo anche i “gladiatori” arrampicati sul Colosseo) per giorni in bilico su una gru interna alla loro officina, fino a quando un imprenditore ex-sindacalista, non si è impegnato a rilevare l’azienda. Da un lato il Ministro la definisce la storia più bella dell’estate, degna addiruttura di una sceneggiatura cinematografica, dall’altro il sindacalista la prende a modello per una nuova stagione di scontri sociali, possibilmente antagonisti, per un ritorno alla mai dimenticata lotta di classe.

Ma cosa è successo in realtà? Un’azienda (la INNSE appunto) prossima al fallimento è stata rilevata due anni fa da un imprenditore che non aveva purtroppo fatto i conti con la voglia di autogestione delle RSU aziendali. Qualcuno vada a controllare le assenze per malattia negli ultimi 24 mesi alla INNSE o si faccia spiegare dai manager (sempre che lo vogliano fare visto che quando provavano a dire qualcosa si trovavano le proprie maccine rigate nei parcheggi dell’officina) quali erano le dinamiche operative dell’attività e qualcuno chieda all’imprenditore, perché a lui è stato impedito di acquistare l’area circostante i capannoni, mentre il nuovo imprenditore-salvatore, Attilio Camozzi, ha trovato l’accordo in un battibaleno e probabilmente, a un prezzo non propriamente di mercato. Camozzi dice di avere un piano ambizioso di rilancio, tipica frase usata in passato varie volte, per esempio, nelle innumerevoli vertenze sindacali e relativi piani di sviluppo di Alitalia. Onestamente mi auguro sia così, ma esperienze passate simili non promettono nulla di buono.

Cosa ci sia di bello in tutto ciò, non riesco proprio a comprenderlo: cinque operai sono saliti a svariati metri di altezza mettendo a rischio la loro incolumità (dove sono le prefiche che predicano bene e, evidentemente, razzolano male sulla sicurezza sul lavoro??), hanno spettacolarizzato un problema serio, intavolando una trattativa con presupposti ricattatori, demandando ogni processo delle relazioni industriali agli interlocutori più svariati che ovviamente hanno ciascuno strumentalizzato per i propri interessi particolari e consegnando il tutto alle leggi della giungla.

E intanto un altro azienda decotta continua ad esistere, provate ad immaginare con i soldi di chi? Ne riparliamo fra un paio di anni.

In questo senso ha più ragione Cremaschi dal suo punto di vista antagonista, perché, come lui auspica, ora ciascuno si sentirà in diritto di ricattore sotto ogni forma, chichessia in nome di un posto di lavoro che non c’è.

Autorevoli commentatori (che in fabbrica evidentemente non sono mai stati e trattative sindacali non hanno mai fatto) supportano il concetto tremontiano di bellezza estetica di questa protesta, dicendo che la conclusione positiva della vicenda INNSE è un segnale dell’incontro positivo tra capitale e lavoro finalmente non più antagonisti e in questa direzione auspicano scenari di cogestione.

Questa balla del presunto antagonismo tra capitale e lavoro è stato ed è uno dei cancri più invasivi della nostra economia e delle nostre relazioni industriali. Esso è infatti solo servito negli anni alle organizzazioni sindacali e alla sinistra per legittimare se stessi e i propri privilegi e alle grandi aziende, supportate spesso da Confindustria, per spuntare aiutini di Stato, puntualmente poi finiti, pare, alle isole Cayman.

I distacchi sindacali retribuiti hanno ormai permesso ai sindacalisti di non frequentare le fabbriche e le aziende. Se lo facessero, capirabbero che capitale e lavoro sono la faccia della stessa medaglia, le braccia e le gambe dello stesso corpo e che parlare di partecipazione agli utili dei lavoratori, significa scoprire l’acqua calda. In un’azienda che funziona, ridistribuire le risorse a ciascuno secondo il proprio contributo è una cosa normale, che già esiste, e per cortesia nessuno s’azzardi a regolamentarla.

E’ tutto già scritto, chi ha capitale di rischio da mettere in azienda può già farlo e per quanto riguarda la cogestione, chi ha la capacità di contribuire positivamente alla gestioni di un’azienda, se veramente lo merita, già lo fa e sicuramente non stando appeso ad una gru e tantomeno in distacco sindacale retribuito.

 

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Commenti
Giorgio Frabetti
01/09/09 10:15
L'ALTRA FACCIA DELL'OLTRANZISMO SINDACALE: GLI AIUTI DI STATO
Concordo pienamente. Il testo riscontra perfettamente quanto già detto da Pietro Ichino in 'A cosa serve il sindacato'? (Mondadori 2005). Con la demagogia sindacale non si aiuta l'economia; si legittima solo la droga degli 'Aiuti di Stato', e delle casse integrazioni infinitamente in deroga (e fiscalizzate dallo Stato: non è solo storia dei recenti' decreti anti-crisi), incontrando così la corrività di molti grossi industriali che non chiedono altro di essere protetti dalla concorrenza europea e globale. Comprendo la frustrazione e la paura di molti operai di perdere il lavoro: ma se si vuole giocare per avere 'chances di vita', si deve accettare la prova e la difficoltà del momento in una più ampia prospettiva di ricostruzione del tessuto produttivo e compiere tutte le riforme necessarie affinchè il processo distruttivo del sistema economico mantenga sempre alla fine il suo esito ... creativo (vedi Aron).
Fabio Massimo Fabrizio
01/09/09 10:59
Caro Giorgio...
... quello che Lei scrive è condivisibile. Tuttavia mi chiedo se ha capito dove vuole andare a parare Milton con questo articolo. Ovvero in un attacco a Tremonti, giudicato "troppo a sinistra" per determinati commentatori. Punto e basta. Ah, Milton, Lei dice che "per quanto riguarda la cogestione, chi ha la capacità di contribuire positivamente alla gestioni di un’azienda, se veramente lo merita, già lo fa e sicuramente". Onestamente, vivendo in Toscana, io di questo non me ne sono mai accorto. Anzi, dirò di più: abbozzare un minimo di regolamentazione (che però rimanda sempre e solo alla singola contrattazione aziendale) in proposito, significa proprio - al contrario di quello che pensa Lei - segare le gambe ai ricatti sindacali.
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