Assieme ai numerosi segnali di ripresa che iniziano a caratterizzare ormai regolarmente i dibattiti e le pagine dei quotidiani economici si va diffondendo l’apprezzamento del ruolo decisivo assunto dalle Banche localistiche, o del territorio, nel sostenere il tessuto produttivo del Paese dando la possibilità, a milioni di PMI, di sopravvivere alle fasi più critiche della congiuntura, nonché di porre le basi per un sostanziale recupero di efficienza e produttività.
Il Credito Popolare, principale elemento del localismo bancario in Italia, ha registrato, per tutto l’arco del biennio “di crisi”, andamenti crescenti degli affidamenti, il cui tasso di crescita non è mai sceso al di sotto del 5%, e della raccolta, che ha registrato incrementi “record” non solo per lo spostamento dei fondi dai mercati finanziari ai più sicuri prodotti bancari, ma, anche e soprattutto, per la maggiore fiducia accordata dai risparmiatori ad aziende nate e cresciute accanto a loro. Lo dimostra, tra l’altro, l’aumento dei clienti delle Banche Popolari, stimato in circa 300 mila unità nel solo 2008, e proseguito con analoga intensità nel 2009: un dato strutturale che non lascia spazio ad interpretazioni “congiunturali” che possano classificare il fenomeno come “temporaneo”.
Al di là dell’evidenza quantitativa di tali risultati è però importante chiedersi le motivazioni di una realtà che andava ad acquisire sostanza, nel silenzio dei “mass media”, tutti impegnati a spiegare il perché della crisi finanziaria. Perché, da un lato, le Banche Popolari e gli altri istituti bancari a forte connotazione territoriale siano stati l’ancora di salvezza delle nostre imprese e perché, d’altra parte, le comunità locali abbiano immediatamente individuato in queste aziende l’interlocutore di riferimento con il quale dialogare e cooperare per fare fronte alle loro difficoltà.
E’ possibile rispondere a questi interrogativi con almeno due ordini di argomentazioni, che, peraltro, risultano, ex post, strettamente interconnessi.
La prima spiegazione fa riferimento alla teoria economica e poggia sulla distinzione tra modelli di business che differenzia le politiche creditizie di tipo “relazionale” da quelle a matrice “transazionale”. Secondo questo secondo approccio, caratteristico delle banche di investimento, l’operatività della banca si fonda sull’erogazione di crediti destinati ad essere poi inseriti in strumenti cartolari (le ormai famigerate, asset backed securities) da trasferire ad altri intermediari specializzati. Diversa è la filosofia del “relationship banking”, modello caratteristico delle Banche Popolari, secondo il quale l’operatività della banca trova realizzazione in rapporti solidi e duraturi tra affidante e affidato: il credito resta nel portafoglio della banca e diviene elemento di un mutuo sostegno i cui aspetti fondamentali sono la conoscenza e la fiducia reciproche. E’ una situazione resa possibile dalla peculiare forma societaria, cooperativa, di queste banche, che rende soggetti (e proprietari) della banca i soci, i clienti, i dipendenti ovvero la comunità locale nel suo complesso.
Questo elemento è il “trait d’union” con un’interpretazione teorica più ampia e approfondita, che completa il quadro esplicativo fin qui delineato con considerazioni di carattere sociale. E’, infatti, il concetto di capitale sociale alla base di un approccio che intende unire alle considerazioni prettamente economiche una visione multidisciplinare, estesa a tutte le scienze sociali. L’importanza di tale orientamento è stata sottolineata pochi mesi fa dall’assegnazione ad Oliver Williamson del premio Nobel 2009 per l’Economia.
Secondo questa interpretazione, la Banca Popolare può essere considerata come uno dei poli cardine dell’infrastruttura immateriale rappresentata dalla rete di relazioni, orizzontali e verticali, che una comunità è in grado di costruire e consolidare nel tempo, una rete di relazioni che, per le sue caratteristiche, è parte integrante della dotazione di capitale della comunità stessa. La relazione tra banca e impresa non è più, quindi, un rapporto “neutro” tra operatori economici con esigenze contrapposte e che sono entrati in contatto per caso, ma diviene dialogo tra elementi di una rete coesa fondata sulla condivisione di valori ed esperienze comuni. Grazie a questa chiave interpretativa è allora ancor più semplice comprendere perché è la “qualità” delle relazioni a fare la differenza, riducendo, ad esempio, l’incentivo a comportamenti opportunistici e migliorando la capacità delle Banche Popolari di comprendere ed utilizzare informazioni extra bilancio, spesso ignorate da agenti esterni al territorio, per migliorare l’allocazione del credito, indipendentemente dalle fasi espansive o recessive del ciclo economico. In ultima analisi, quindi, il modello di business delle Banche Popolari, la fiducia che in esso hanno riposto le comunità locali ed i positivi risultati scaturiti da questa interazione dipendono dalla natura e dalla mission di queste aziende: chi non guarda esclusivamente al capitale economico ma si rende agente attivo di sviluppo del capitale sociale sarà sempre punto di riferimento e risorsa irrinunciabile per la comunità.
* Segretario Generale, Associazione Nazionale fra le Banche Popolari


