Venerdì 10 Febbraio 2012
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Guerre senza fine

Le crisi moderne sono diventate perpetue, come risolverle?

30 Maggio 2009

Come mai le crisi ante 1945, fossero anche guerre mondiali, duravano in media due anni e quelle odierne non finiscono mai? E come mai le soluzioni delle crisi un tempo venivano adottate in tre mesi e oggi non si risolve mai niente? Le possibili cause sembrano tre, e una di queste è particolarmente inquietante.

Ma andiamo con ordine e cominciamo con le crisi di ieri.

Ricordate le guerre di indipendenza risorgimentali del 1848, 1859 e 1866? Erano campagne che si risolvevano in poche settimane. La guerra civile americana (1861-1865) durò quattro anni. In quanto alla guerra franco-tedesca del 1870-1871, durò un annetto, così come la guerra di Libia fra Regno d’Italia e Impero Ottomano nel 1911-1912 e così come le guerre balcaniche del 1912 e 1913.

La “grande guerra” del 1914-1918, per mondiale che fosse, durò quattro anni e la campagna di Abissinia per la conquista dell’Impero nel 1935-1936 non durò più di un anno e mezzo. Meno di tre anni durò la guerra civile spagnola (1936-1939), mentre la seconda guerra mondiale si protrasse per oltre cinque anni. La durata media di tutte queste crisi, tutto sommato, è di solo due anni.

Le crisi di oggi, vale a dire dal 1945 ai giorni nostri, invece, non finiscono mai. Ecco alcuni esempi. La lunga crisi indocinese cominciò subito dopo la fine della seconda guerra mondiale con la ribellione alla dominazione francese, proseguì con l’intervento americano che sostituì quello francese e si concluse con la fuga statunitense dal Vietnam nel 1975, proseguì ancora con le guerre vietnamite contro Cina e Cambogia e non terminò prima del 1980: un totale di 35 anni.

E che dire della guerra fredda (1945-1989) che durò 45 anni, della crisi indo-pakistana iniziata nel 1947 e che continua tuttora, del conflitto israelo-palestinese iniziato nel 1948 e per nulla concluso, della crisi coreana cominciata nel 1950 e che non solo dura tuttora ma si tinge pericolosamente di nucleare?

La crisi irakena, dal canto suo, non è certo cominciata 18 anni fa con l’invasione saddamita del Kuwait, perchè prima ancora è da registrare una decennale guerra contro l’Iran. E la crisi afghana non è certo iniziata nel 2001 con l’operazione “Enduring Freedom” (a proposito: la sua durata ha già superato quelle delle due guerre mondiali messe insieme), ma piuttosto nel 1979 con l’invasione sovietica, ovvero ben trent’anni fa.

Anche la crisi dell’ex Iugoslavia, iniziata in maniera cruenta all’inizio degli anni ’90, si protrae da quasi un ventennio e i suoi contraccolpi si fanno sentire ancora oggi, ad esempio con l’autoproclamata indipendenza del Kosovo che è servita da precedente per analoghe prese di posizione da parte di Abkhazia e Sud-Ossezia.

La durata media di tutte queste crisi supera i cinquant’anni, una cifra che non solo è enorme ma è destinata ad aumentare, considerato che la crisi del vicino Oriente non verrà certo risolta a breve.

Passiamo ora alla soluzione delle crisi di ieri. Se dopo le campagne napoleoniche c’era la necessità di stabilire un nuovo ordine mondiale (o di ristabilire quello vecchio) si organizzava un congresso a Vienna e in soli sette mesi a cavallo del 1814 e 1815 si decideva tutto nei minimi dettagli.

Se nel 1878 si avvertiva l’esigenza di stabilire un nuovo assetto per i Balcani, si indiceva un bel congresso a Berlino e nel giro di due mesi il problema era risolto.

Se poi si trattava di stabilire il nuovo ordine mondiale dopo la grande guerra, una conferenza di pace a Parigi era in grado di decidere tutto in soli sei mesi (magari ponendo le premesse per lo scoppio di un’ulteriore guerra mondiale da lì a vent’anni, ma questa è un’altra storia).

E se gli Alleati nel 1943 intendevano escogitare una strategia per vincere il secondo conflitto mondiale? Nulla di più semplice: si organizzava una conferenza a Teheran e nel giro di soli quattro giorni la strategia era bell’e pronta.

Se poi gli stessi Alleati nel 1945 dovevano decidere la fisionomia del globo dopo avere vinto il secondo conflitto mondiale, bastava riunirsi a Yalta e tutto veniva risolto in soli sette giorni.

Vogliamo fare altri due esempi? Se quei medesimi Alleati nel 1945 dovevano decidere le zone di occupazione della Germania sconfitta, si riunivano a Potsdam e risolvevano il problema in due settimane. E infine, se i vincitori di quel conflitto dovevano decidere il destino di chi aveva avuto la brutta idea di perdere la guerra, si organizzava un bel (si fa per dire) processo a Norimberga e nel giro di dieci mesi tutti gli imputati penzolavano da una forca (compreso Goering che si suicidò col cianuro per evitare il patibolo, ma fu ugualmente impiccato dopo morto).

La durata media di questi sette esempi di rapida soluzione delle crisi è di soli tre mesi, un arco di tempo oggi impensabile.

La soluzione delle crisi di oggi, infatti, si sa quando comincia ma non si sa quando finisce. Un esempio eclatante è quello del controllo degli armamenti e della non-proliferazione. Le grandi potenze e la comunità internazionale si sono impegnate per lunghi decenni in una sequela infinita di colloqui e trattati caratterizzati dalle più svariate sigle (CFE, ABM, START, CSBM, SALT, NPT, eccetera…), ma con quali risultati? Dire “zero” sarebbe troppo generoso, dato che i Paesi in possesso di armi di distruzione di massa non sono certo diminuiti. Al contrario, sono aumentati, e le notizie provenienti in questi giorni da Iran e Corea del Nord sono tutt’altro che rassicuranti.

Un altro esempio eloquente è quello del conflitto israelo-palestinese. Anche in questo caso le parti coinvolte e quelle mediatrici si sono riunite ripetutamente in ogni dove  (da Camp David a Taba, da Roma a Oslo, da Washington a Ginevra, da Sharm el-Sheikh ad Annapolis, …), anche in questo caso senza alcun apprezzabile risultato.

Il caso Afghanistan non sfugge alla norma ormai consolidata delle riunioni tanto numerose e pletoriche quanto inconcludenti ed inutili. Dopo la prima riunione di Bonn nel 2001, le parti in causa si sono periodicamente riunite anno dopo anno e mese dopo mese a Roma, Londra, Tokio, Parigi, Washington, Mosca, L’Aja (e l’elenco potrebbe continuare), magari all’insaputa l’uno dell’altro e con dannose duplicazioni degli sforzi. Particolarmente significative, da questo punto di vista, la riunione indetta dall’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai a Mosca il 27 marzo scorso e quella tenutasi all’Aja quattro giorni dopo per iniziativa di NATO e ONU. Risultati? La situazione sta continuando a peggiorare sensibilmente e l’ennesima riunione in proposito, prevista a Trieste nel prossimo mese di giugno nell’ambito della presidenza italiana del G8, tutto farà fuorché scrivere la parola “fine” alla crisi afghana.

Quali sono le cause di tutto ciò? Tre ipotesi sembrano plausibili. Prima ipotesi: gli Stati moderni che si indeboliscono cedendo costantemente pezzi di sovranità alle Organizzazioni internazionali (si pensi alla legislazione europea che prevale su quelle nazionali, si pensi ai confini che spariscono, alla libertà di movimento, alle monete uniche) non sono più in grado di gestire e risolvere le crisi in tempi rapidi ed efficacemente.

Seconda ipotesi (complementare alla prima): le Organizzazioni internazionali, tuttora “in crisi di crescenza”, non hanno ancora acquisito adeguate capacità di crisis management (si pensi al “palazzo di veto” dell’ONU che non dispone di forze proprie, si pensi alla NATO alle prese con i famigerati caveat nazionali, si pensi all’Unione Europea che stenta a dotarsi di un servizio diplomatico comune e di una propria identità di difesa e sicurezza, si pensi all’OSCE che le crisi riesce meglio a crearle che a risolverle).

La terza ipotesi, che tuttavia non esclude le altre due, è la più inquietante: c’è qualcuno che ha interesse alle crisi perpetue, e che da queste crisi ci guadagna. Su queste tre ipotesi, ed in modo particolare sull’ultima, sono graditi i pareri dei lettori.

 

Commenti
Anonimo
30/05/09 07:17
Le crisi !
Sicuramente in molti ci guadagnano, probabilmente le parti da conciliare sono molte più di prima e la parte economica transnazionale (petrolio e multinazionali ) comanda su quella politica. Altro grande problema i media,prima se si doveva eliminare un problema bellico si eliminava basti pensare ad i bombardamenti e quanti civili morivano oggi è inpensabile. Sui tetti di Bagdad c'erano più giornalisti che contraerea ! Se si fosse nel 1945 Gaza sarebbe stata rasa al suolo per sicurezza nazionale ! Non parliamo dell'Africa che è lo scandalo di tutti buone coscienze in prima fila!Le ideologie sono finite ed i politici vanno al potere solo per il potere come un industriale prova a guadagnare sempre di più, per questi è palese mentre i primi ci prendono per i fondelli e vanno sempre a giro in barca a vela e con la scorta.......
lorena
30/05/09 08:09
autorevolezza
mi permetterei di aggiungere alla sua analisi una considerazione personale: probabilmente, la difficoltà nell'uscire dalle crisi attuali non è data tanto dal fatto che gli stati abbiano abdicato funzioni loro proprie alle organizzazioni internazionali, quanto piuttosto che a questi "nuovi" protagonisti non viene attribuita sufficiente autorevolezza. ne deriva che le decisioni assunte in contesti multilaterali vengano spesso disattese e rimpiazzate da quelle di ulteriori organizzazioni internazionali, conferenze e consessi decisionali internazionali di vario genere.... si può parlare di crisi anche nell'attribuzione di ruoli e nella credibilità dei diversi attori internazionali? complimenti per l'articolo: interessante, esauriente, lucido!
Pierpaolo
30/05/09 09:20
La crisi della ex Iugoslavia
Sostenere che la crisi dell’ex Iugoslavia sia iniziata in maniera cruenta all’inizio degli anni ’90 da dimostrazione di una visione più che limitata - direi "paraocchiuta" - dei fatti. La crisi cruenta dei Balcani è scoppiata con l'atto terroristico di Gavrilo Princip il 28 giugno del 1914 ed è proseguita, senza soluzioni di continuità, ma solo con momentanee soste, dalla Ia attraverso la IIa Guerra Mondiale (che nei Balcani è stata sempre la stessa), dalla formazione di uno Stato artificioso come la Iugoslavia attraverso il suo cruento smembramento, fino ad arrivare ai giorni nostri, in sostanziale attesa di un regolamento dei conti nel Kosovo e nella ex Macedonia. Questo è facile che sfugga all'osservazione italiana, ove la cultura nazionale suggerisce sempre di finire a tarallucci e vino, ma non avrebbe dovuto sfuggire ad un Generale Marizza ove avesse un minimo di conoscenza della cultura, della mentalità, dei valori delle popolazioni dei Balcani. Ciò premesso, se un parere può interessare, sottolineo quanto altamente arbitrario sarebbe porre le tre ipotesi avanzate come fossero tra di loro in contraddizione. Se la terza, definita "la più inquietante", fosse anche la più attendibile, essa giustificherebbe comodamente anche la prima come pure la seconda. Chi ha interesse alle crisi perpetue si premura, per tempo, a scippare il potere degli Stati nazionali che avrebbero la forza politica per risolverle, con l'espediente di consegnarlo ad enti burocratici, sulla carta potenti, ma accuratamente privi di quell'anima che è la volontà popolare.
30/05/09 10:27
Le crisi moderne sono diventate perpetue, come risolverle?
Aggiungerei anche la paura di vincere le guerre che impedisce che ci sia una vera e totale sconfitta di una delle parti, la ragione di questa paura?? Forse sta in un certo atteggiamento dei media dei paesi democratici?? Se si tratta della semplice alternativa fra vincere o morire, la scelta non si pone, ma morire per Saigon viene percepito in modo diverso. Chi ha interesse ad impedire la soluzione dei conflitti? Tutti, e' piu facile distruggere che costruire, il terrorismo insegna, si ottengono grandi risultati semplicemente creando tensioni o esaltandole nel campo avverso
Roberto
30/05/09 11:33
Dubito che le crisi del
Dubito che le crisi del passato durassero in media solo due anni. Se ben ricordo, c'è stata la guerra dei Sette anni, quella dei Trent'anni e addirittura quella dei Cent'anni...
Alice
30/05/09 11:35
Complimenti all'Occidentale
Complimenti all'Occidentale per la scelta dell'immagine a corredo dell'articolo di Marizza, è molto significativa.
Danilo Candellero
30/05/09 11:54
Guerra e pace
Illustre Generale, il suo articolo risulta inquietante, soprattutto alla terza domanda, anche se non posso credere all'ipotesi del Grande Vecchio. Di certo alcune crisi del passato hanno avuto tempi biblici: la Guerra dei 100 anni ad esempio. Per risolvere le guerre di religione in Europa si dovette creare una nuova categoria di pensiero: la Tolleranza. Forse potrebbe essere questa una delle chiavi di volta? Da una parte la Tolleranza oggi non funziona (vedi Palestina/Israele). Sul fronte opposto la tolleranza ha portato alla nascita dei valori "umanitari" (vedi Grozio), scordando che il principio primo di ogni guerra è il Terrore (o forse qui sbaglio?). Mi pare che oggi il più forte non possa più esercitare la propria terribile forza fino in fondo, così come fu fatto per chiudere la seconda guerra mondiale (uso dell'atomica e azzeramento di intere città). Possiamo rinunciare ai valori umanitari? La Tolleranza non funziona più? Gli USA hanno reintrodotto la tortura nei confronti dei prigionieri... Mi fermo qui e non vorrei soprattutto essere frainteso: amo come i più - non tutti di certo - la pace e mi impegno per i valori umanitari. Ma non trovo risposte alle domande. Attendo una sua riflessione in merito. Un cordiale saluto, a presto, Danilo Candellero.
claudio
30/05/09 12:48
Sicuramente il business
Sicuramente il business della sicurezza è uno dei più redditizi al mondo. Pensate alle lobby dell'industria bellica e all'impero della "sicurezza privata"(mercenariato paramilitare). Esiste un concreto interesse a mantenere teatri di guerra "a bassa intensità",che garantisce un continuo consumo di armamenti/munizioni e distrugge ogni cosa ricostruita,favorendo l'afflusso di denaro/contratti per la ricostruzione (vedi Iraq,Afghan.e Palestina).Inoltre manca una nuova concez.delle attività militari.E' disgustoso che un num.così alto di civili muoia per i bombardam,e li si chiami "danni collaterali", o si mascherino le stragi dicendo che gli altri si fanno scudo con la gente.Qui non è moralismo,è questione di guardarsi dentro.La guerra è diversa,si fa anche tra i civili, bisogna evitare che muoiano,dobbiamo migliorare le ns.tecniche.Dovremmo ripensare tecniche,metodi e strategie,perché queste crisi non sono più esercito contro esercito,ma forze di stabilizzaz.contro nemici invisibili,spesso supportati nella logistica dai civili.Quindi meglio creare corpi di polizia militare/intelligence specifica,che vadano "a piedi" a caccia di obiettivi,ingaggiando conflitti faccia a faccia, anziché mollare bombe sulle case da cui ti hanno sparato.Dimostrino di meritare i soldi e l'onore di chi ha scelto di combattere,vadano a caccia dei nemici dopo averli individuati,risparmiando i civili...creino nuove strategie...e se il problema è solo che si rischia troppo la pelle...perché è più facile sganciare due bombe sulla gente,beh,bravi per il coraggio, potevano scegliere un altro lavoro!
Daniela
30/05/09 13:23
Complimenti Generale
grazie per questa sintesi lucida sul disordine globale a cui non si vede soluzione. E' vero la Guerra dei Trent'anni,la più lunga e devastante in Europa fino al '45, riuscì con la pace di Westfalia a tenere l'ordine fino al 1918, fino alla caduta degli Imperi centrali. La rivoluzione francese si suicidò da sola e Napoleone abolì il Sacro Romano Impero, ma fu una meteora, liquidata con una coalizione politico-militare comprendente dall'Inghilterra alla Russia, alla Germania all'Austria. Era l'Europa che faceva la storia del mondo seriamente: si riuniva un congresso a Vienna e in pochi mesi si rimetteva tutto in ordine. Allora c'erano i confini, gli stati, gli imperi: era un Europa che conosceva la politica e la guerra. Dal '45 il mondo è stato diviso tra due imperi in guerra fredda tra loro. Usa e Urss si sono divisi il mondo, hanno messo negli stati vassalli sistemi simili che erano capaci di controllare, ma, come vediamo, nelle attuali guerre mediorientali il caos è totale. Vediamo l'Afghanistan: si licenza Mushraff, si invia la Bhutto, viene uccisa, si elegge il vedovo della Bhutto, che fa un accordo con i talebani, perché il nemico principale del Pakistan è l'India e ha bisogno dei talebani ( gli ex mujadihin che combattevano in Afghanistan contro i russi) per minacciare le regioni confinanti con l'India. Zardari è andato a Londra, si è fatto dare denaro per le sue lobby e in cambio ha promesso di fare fuori i talebani. Robe pazzesche. I talebani andranno in Afghanistan ora, senza contare il problema di milioni profughi, che certo filoamericani non diventaranno ( almeno secondo l'Economist). In Medioriente attualmente non accadono cose diverse da quelle accadute in Europa durante la guerra fredda o in Asia, durante la guerra del Vietnam. Le nazioni non sono morte, tentano di fare i loro interessi, naturalmente giurando fedeltà all'imperatore di turno. Le varie organizzazioni sovranazionali non risolvono niente, fanno incontri, foto opportunity, fanno scrivere i giornali. Certamente c'è chi ha interesse alle crisi perpetue: i costruttori di armi, i laboratori che sfornano gingillini come i droni...Non dimentichiamo il budget della Difesa americana. The business must go on!
Franco Cazzaniga
30/05/09 13:44
Innanzi tutto bisognerebbe
Innanzi tutto bisognerebbe mettersi d'accordo sul significato del termine "crisi". Infatti, in un certo qual modo, la politica internazionale assomiglia un po' alla tettonica a placche, e le crisi sono solo le manifestazioni ultime di fenomeni più profondi.
Prendiamo per esempio le crisi balcaniche, che ricorrono da centinaia di anni e sono il frutto dello scontro fra tre grandi aree di influenza, quella germanica, quella turca e quella russa, scontro che si è puntualmente ripetuto nelle guerre post-yugoslave degli anni '90, con gli sloveni e i croati filo-occidentali alleati ai musulmani da un lato e i serbi filorussi dall'altro.
Tralasciando la terza ipotesi, che appartiene alla fantapolitica e non alla realtà, mi pare che l'impostazione di tutto l'articolo soffra di un eccessivo ottimismo nei confronti della capacità della diplomazia di governare il mondo e di un eccessivo pessimismo nei confronti della volontà della stessa di farlo.
Come hanno già fatto notare altri lettori, le crisi più gravi del passato (per esempio le due guerre mondiali) sono state risolte solo per mezzo di un uso illimitato della forza militare, mentre quelle più maneggevoli (per esempio la crisi di Fashoda) erano in gran misura solo il frutto di scontri diplomatico-militari privi di radici davvero profonde a livello nazionale. Da qui si arriva alla prima ipotesi, che, così come è posta, mi pare del tutto sbagliata, contraddetta com'è dall'esempio dell'Europa, dapprima solo per la parte occidentale ed ora per quasi tutta, dove proprio la limitazione di sovranità e la libertà di movimento hanno creato un'isola di stabilità in quella che era una delle aree più calde del globo.
Infine (circa l'ipotesi 2), bisognerebbe tener conto che il "palazzo di veto", pur con tutti i suoi limiti, è pur sempre un luogo dove la discussione diplomatica ha una notevole utilità e una funzione importante. Infatti, anche ammettendo che sia vero che le crisi postbelliche sono mediamente più lunghe di quelle del passato, è innegabile il fatto che più raramente si tramutano in guerre vere. E anche le eccezioni, che non mancano, sono tanto più gravi quanto più la diplomazia e l'opinione pubblica internazionale sono divise o indifferenti.
domenico
30/05/09 15:01
La durata delle Crisi
Un filosofo greco, Protagora, se non erro, coniò il famoso detto:"l'uomo misura di tutte le cose", che conserva ancora oggi tutta la sua intrinseca validità. Cosi come noi diciamo che un oggetto o un animale è piccolo o grande in genere proporzionandolo alle nostre dimensioni, cosi con il tempo, noi tendiamo a sovradimensionare il tempo nella nostra epoca, ed a rimpicciolire invece i tempi di periodi storici a noi comunque lontani: emblematico il fatto che nei vari programmi scolastici nello studio delle varie materie (storia,filosofia) nei primi anni si abbraccino addirittura millenni, poi secoli e nell'ultimo anno solo 100 anni. L'estensore dell'articolo sembra ricadere nello stesso errore di prospettiva: le crisi nel passato, non credo che durassero meno di quelle contemporanee, solo che noi li percepiamo più brevi in quanto più lontani nel tempo; in ciò aiutati dal fatto che ricadendo nella cronaca, noi delle crisi recenti disponiamo di molte più notizie, rispetto a quelle che la memoria storica ci ha trasmesso delle crisi del passato. In genere una crisi nasce quando la storia, figlia della geografia, innesca delle tensioni fra dei gruppi per varie e molteplici ragioni ed in genere dura per periodi più o meno lunghi, sia pure inframmezzati da periodi di stasi, in cui il conflitto cova allo stato latente, fino a quando comunque non vengono risolte le cause del conflitto stesso. Per fare qualche esempio, la crisi dell'Alsazia e della Lorena contese fra Francia e Germania è stato definitivamente risolto con il progredire del processo d'integrazione europea che di fatto ha diluito fino a dissolverlo qualsiasi problema di identità nazionale delle due regioni. La stessa cosa non può dirsi della crisi delle varie entità delle popolazioni della Bosnia Erzegovina, perche comunque quel conflitto affonda le sue radici nel corso dei secoli e le cause che lo hanno ingenerato sono tuttora presenti. Per una rivisitazione storica di tale conflitto suggerisco la lettura de "Il ponte sulla Drina" di Ivo Andric, che in un lungo lasso di tempo che va dal 1500 alla prima Guerra Mondiale, narra di una Bosnia "romantica" con le sue molteplici e tormentate vicende storiche. Stessa cosa può dirsi per il conflitto russo-ceceno; all'uopo provate a leggere "Hadgi Murat" di Tolstoj , per rendervi conto che la crisi cecena, negli ultimi secoli, non ha fatto molti progressi sulla strada della soluzione. Quindi, per concludere questo intervento un po troppo lungo, si può dire che le crisi si risolvono solo con il venir meno delle cause che le hanno originate, altrimenti rimangono là, anche se talvolta allo stato latente, come cambiali in bianco e di cui la storia si occuperà periodicamente di presentare il conto con i relativi interessi.
G. Marizza
30/05/09 15:13
Rispondo a Pierpaolo
Caro Pierpaolo, Lei mi accusa di limitatezza e paraocchiutaggine per avere sostenuto che “la crisi dell’ex Iugoslavia sia iniziata in maniera cruenta all’inizio degli anni ’90” anziché nel 1914. E vuole che non lo sappia? Lei piuttosto ha fatto caso a come iniziava il paragrafo incriminato? Glielo dico io: iniziava con le parole “Le crisi di oggi, vale a dire dal 1945 ai giorni nostri…” Proprio così: è evidente che in quel paragrafo (se non lo si legge coi paraocchi) si parla del post-1945. E allora? E’ sempre convinto di ciò che ha detto oppure le Sue parole meritano una piccola precisazione da parte Sua?
G. Marizza
30/05/09 15:15
Rispondo a Roberto
Caro Roberto, per carità, non metta in conto anche le guerre contro la povertà, la fame, l’ignoranza e la prostituzione, che durano –con alterne vicende- rispettivamente da mille, duemila, tremila e quattromila anni, altrimenti la mia teoria va a farsi benedire. A parte gli scherzi, io ho citato solo alcuni esempi relativamente recenti, dal Risorgimento in poi, vale a dire dal consolidamento degli Stati nazionali in poi, con tutto ciò che di positivo e –soprattutto- di negativo gli Stati hanno comportato. Ritengo che prima supereremo questa fase di transizione fra il dominio degli Stati nazionali e quello delle Organizzazioni internazionali, meglio sarà. In fin dei conti Stati nazionali significa scontro, attrito, insicurezza, guerra, mentre Organizzazioni internazionali significa condivisione, cooperazione, sicurezza, pace.
pietroskg
30/05/09 15:47
Crisi perpetue: colpa di ONU e 68
Secondo me il motivo è di carattere umanitario/militare. Nelle crisi pre 1945 non c'erano associazioni umanitarie, non c'era stato (lapalissiano) il 1968 e il coneseguente pacifismo a priori. Quindi tutti si impegnavano per vincerle, le crisi, senza eccessivi sofismi. Il Giappone non si arrende? Allora, a ragione secondo me, si usa l'atomica risparmiando tempo e vite (sia Americane, ma forse anche giapponesi; immaginate una Ivo Jima per ogni città giapponese...) Ora, se Israele inizia una rappresaglia dopo essere stato bersagliato di missili, subito gli si da del genocida, poi comincia il coro pacifista pro-palestina/Hamas e alla fine anche i leader israeliani, figli del loro tempo, cedono. Mi ricordo che nella prima guerra del golfo il comandante in capo Swarzchopf (o simili) ottenne da Bush padre di poter usare tutta la forza necessaria (tranne che nucleare) e liberò rapidamente il Kuwait, ma anche allora subito l'ONU corse in soccorso di Saddam (ormai finito); Bush si fermò e poi ci siamo sciroppati il rais iracheno per altri 11 anni (con decine di migliaia di morti Sciti e Curdi)
Anonimo
30/05/09 23:47
guerra e soldi
secondo me le guerre aumentano in quanto ci sono più "concorrenti" sul mercato della guerra. se prima erano usa (israele) e urrs (cina) ora si stanno affacciando nel business anche nazioni che una volta contavano di meno, vedi paesi arabi, india e pakistan. quando ci sono più stati che hanno degli interessi è più difficile trovare degli accordi. se israele ed hamas perdessero la loro potenza forse il quell'area del mondo non si comincerebbero a prendere delle decisioni a favore della gente? quindi sarei ben contento che gli stati abbiamo meno influenza di cento anni fa perchè del resto sono solo delle organizzazioni. secondo me se ci sono più guerre è perchè ci sono più stati che non la smettono di perseguire gli stessi obiettivi di cento anni fa, cioè sfruttare economicamente il prossimo.
guido lenzi
31/05/09 17:34
crisi perpetue
il fatto, caro Giovanni, è che di crisi appunto si tratta e non di guerre aperte fra due o più schieramenti ordinati, disciplinati in campo aperto. Di antagonismi striscianti fra una miriade di attori eterogenei, statali e non, nei quali non si può vincere decisivamente, e chi non perde vince. Che siano magari meglio delle battaglie campali, tanto più sanguinose e devastanti? Bisogna comunque affrontarle con un misto di strumenti militari e civili, in quell'opera di sedimentazione che contraddistingue la nostra civiltà, tra alti e bassi, da yanti secoli. Nell'intento di gestire il disordine, incanalarlo. Pazientemente, e senza perdere di vista lo scopo ideale. Guido
Arturo Gabriel Bandini
01/06/09 11:08
La "sconfitta assoluta del nemico"
Ai tre motivi indicati dal Generale Marizza aggiungerei un quarto. Porre fine a una crisi credo significhi vincere la guerra, e vincere la guerra (che è poi anche vincere la pace) significa la “sconfitta assoluta del nemico”. Contro Hitler, Roosvelt and Churchill non parlavano certo di tregua, accordo per il cessate il fuoco, protezione dei civili eccetera, già a soli due giorni dall'inizio del conflitto. Tutto il resto è conseguenza... La guerra a Gaza tra Israele e Hamas è esemplificativa. Israele ha certamente inferto un duro colpo all’organizzazione di Hamas, ma ha ancora una volta lasciato il lavoro incompiuto, non andando fino in fondo nello sradicamento totale del nemico. Hamas, allora, ha ragione quando dichiara di aver vinto la guerra. Il nemico è davvero sconfitto quando ogni traccia della sua esistenza viene spazzata via, quando non c’è più nulla che ne attesti l’esistenza in vita. Di Hamas non solo è rimasta la voce che dichiarava vittoria – e di per sé già questa è una vittoria –, ma sono rimasti in vita tutti i leader principali, chi perché è a Damasco protetto dal regime terrorista di Assad, chi perché si è vilmente nascosto negli ospedali per sfuggire all’intervento israeliano. Adesso che cosa succederà? Succederà che Hamas in qualche modo si riorganizzerà, sarà sdoganata politicamente una volta per tutte (ci sono segnali evidenti) e verrà invitata come ospite d’onore agli inutili tavoli (multilaterali) della pace. Intanto, razzi dalla Striscia hanno già ripreso a piovere su Israele. Fra qualche tempo (c’è chi parla di un anno), Israele sarà costretta a intervenire nuovamente contro Hamas, provocando nuove “vittime civili” e distruzioni che si andranno ad assommare a quelle provocate dal precedente intervento. E se anche in questo caso Israele dovesse lasciare il lavoro incompiuto? Si riproporranno periodicamente le stesse circostanze, per un lasso indefinito di tempo, e la quantità di morti e sofferenze verranno diluite nel tempo. Non era meglio da un punto di vista umanitario, oltre che strategico, chiudere la partita lo scorso gennaio annientando Hamas definitivamente? Non sarebbe stato giusto fare fuoco sugli ospedali dove avevano trovato rifugio i leader di Hamas? I bambini e i malati la cui vita è stata risparmiata oggi moriranno domani e in numero ancora maggiore. Lasciare le guerre a metà ha dunque costi altissimi, determina il perdurare indefinito delle crisi e il loro ingigantimento. In Occidente, per una serie di deviazioni e inganni culturali, abbiamo la perso la nozione della “sconfitta assoluta del nemico”. Non è mai troppo tardi per recuperarla, anche perché, se continua così, saremo costretti a farlo.
Arturo Gabriel Bandini
01/06/09 11:11
La "sconfitta assoluta del nemico"
Ai tre motivi indicati dal Generale Marizza aggiungerei un quarto: Porre fine a una crisi credo significhi vincere la guerra, e vincere la guerra (che è poi anche vincere la pace) significa la “sconfitta assoluta del nemico”. Contro Hitler, Roosvelt and Churchill non parlavano certo di tregua, accordo per il cessate il fuoco, protezione dei civili eccetera, già a soli due giorni dall'inizio del conflitto. Tutto il resto è conseguenza... La guerra a Gaza tra Israele e Hamas è esemplificativa. Israele ha certamente inferto un duro colpo all’organizzazione di Hamas, ma ha ancora una volta lasciato il lavoro incompiuto, non andando fino in fondo nello sradicamento totale del nemico. Hamas, allora, ha ragione quando dichiara di aver vinto la guerra. Il nemico è davvero sconfitto quando ogni traccia della sua esistenza viene spazzata via, quando non c’è più nulla che ne attesti l’esistenza in vita. Di Hamas non solo è rimasta la voce che dichiarava vittoria – e di per sé già questa è una vittoria –, ma sono rimasti in vita tutti i leader principali, chi perché è a Damasco protetto dal regime terrorista di Assad, chi perché si è vilmente nascosto negli ospedali per sfuggire all’intervento israeliano. Adesso che cosa succederà? Succederà che Hamas in qualche modo si riorganizzerà, sarà sdoganata politicamente una volta per tutte (ci sono segnali evidenti) e verrà invitata come ospite d’onore agli inutili tavoli (multilaterali) della pace. Intanto, razzi dalla Striscia hanno già ripreso a piovere su Israele. Fra qualche tempo (c’è chi parla di un anno), Israele sarà costretta a intervenire nuovamente contro Hamas, provocando nuove “vittime civili” e distruzioni che si andranno ad assommare a quelle provocate dal precedente intervento. E se anche in questo caso Israele dovesse lasciare il lavoro incompiuto? Si riproporranno periodicamente le stesse circostanze, per un lasso indefinito di tempo, e la quantità di morti e sofferenze verranno diluite nel tempo. Non era meglio da un punto di vista umanitario, oltre che strategico, chiudere la partita lo scorso gennaio annientando Hamas definitivamente? Non sarebbe stato giusto fare fuoco sugli ospedali dove avevano trovato rifugio i leader di Hamas? I bambini e i malati la cui vita è stata risparmiata oggi moriranno domani e in numero ancora maggiore. Lasciare le guerre a metà ha dunque costi altissimi, determina il perdurare indefinito delle crisi e il loro ingigantimento. In Occidente, per una serie di deviazioni e inganni culturali, abbiamo la perso la nozione della “sconfitta assoluta del nemico”. Non è mai troppo tardi per recuperarla, anche perché, se continua così, saremo costretti a farlo.
G. Marizza
02/06/09 07:16
Rispondo a Lorena
In sostanza, mi sembra che Lei adotti la seconda soluzione: il motivo della lunghezza delle crisi sta nella transizione fra il potere statale e quello delle Organizzazioni internazionali. Per risolvere le crisi, dunque, va attribuita maggiore autorevolezza agli enti sopranazionali. Concordo.
G. Marizza
02/06/09 07:18
Rispondo a Pierpaolo
Lei mi accusa di limitatezza e paraocchiutaggine per avere sostenuto che “la crisi dell’ex Iugoslavia sia iniziata in maniera cruenta solo all’inizio degli anni ’90” anziché nel 1914. E vuole che non lo sappia? Lei piuttosto ha fatto caso a come iniziava il paragrafo incriminato? Lo rilegga con calma e vedrà che iniziava con le parole “Le crisi di oggi, vale a dire dal 1945 ai giorni nostri…” Proprio così: in quel paragrafo si parla del post-1945. Ebbene, è sempre convinto di ciò che ha detto?
G. Marizza
02/06/09 07:19
Rispondo a Franco
Concordo sulla paura di vincere. Certe procedure moderne (bombardamenti aerei da alta quota senza sporcarsi le mani, impiego di velivoli senza pilota, guerra a “zero morti”) lo dimostrano. Concordo anche sull’influenza dei media, già rilevato ed evidenziato da due lettori, Anonimo e Franco.
G. Marizza
02/06/09 07:20
Rispondo a Roberto
Caro Roberto, per carità, non metta in conto anche le guerre contro la povertà, la fame, l’ignoranza e la prostituzione, che durano –con alterne vicende- rispettivamente da mille, duemila, tremila e quattromila anni, altrimenti la mia teoria va a farsi benedire. A parte gli scherzi, io ho citato solo alcuni esempi relativamente recenti, dal Risorgimento in poi, vale a dire dal consolidamento degli Stati nazionali in poi, con tutto ciò che di positivo e –soprattutto- di negativo gli Stati hanno comportato. Ritengo che prima supereremo questa fase di transizione fra il dominio degli Stati nazionali e quello delle Organizzazioni internazionali, meglio sarà. In fin dei conti Stati nazionali significa scontro, attrito, insicurezza, guerra, mentre Organizzazioni internazionali significa condivisione, cooperazione, sicurezza, pace.
G. Marizza
02/06/09 07:22
Rispondo a Danilo
Da una parte la tolleranza oggi non funziona (Lei porta giustamente l’esempio del conflitto nel Vicino Oriente), ma d’altra parte funziona fin troppo ed è applicata anche nei confronti di chi non se la merita. Ad esempio, voler risolvere la questione della pirateria sul mare con la tolleranza significa soltanto fare un favore ai pirati e perpetuare la pirateria stessa.
G. Marizza
02/06/09 07:24
Rispondo ad Anonimo
Credo che Lei abbia centrato il problema: gli Stati hanno meno influenza di cento anni fa e d’altra parte le Organizzazioni internazionali non hanno ancora assunto la necessaria autorevolezza (si veda in proposito il commento di Lorena). Se l’Europa, dopo avere scatenato decine di conflitti fra cui due guerre mondiali, è diventata il continente più stabile al mondo è grazie alla presenza di organizzazioni internazionali stabilizzatrici (NATO, Unione Europea, OSCE, Consiglio d’Europa). E se il Medio Oriente è l’area più tumultuosa del pianeta è proprio a causa della carenza totale di organizzazioni regionali e di iniziative multilaterali come i mercati comuni o le monete comuni.
G. Marizza
02/06/09 07:27
Rispondo ad Arturo Gabriel
Analisi corretta, la Sua. La “paura di vincere” era già emersa dai commenti di altri lettori, ma Lei la analizza molto compiutamente. E’ vero: se la coalizione internazionale avesse rovesciato il regime di Saddam nel 1991 anziché lasciare le cose a metà, con ogni probabilità non ci sarebbe stata l’invasione del 2003. Talvolta, però, alla “paura di vincere” si aggiunge l’ “impossibilità di vincere”, come nel caso dei movimenti di guerriglia che dispongono di santuari sicuri in Paesi limitrofi (come è accaduto coi vietcong e come accade coi talebani) o, peggio ancora, si confondono con la popolazione locale (come fanno Hezbollah e Hamas). Comunque temo che sia esatta la Sua previsione su un prossimo conflitto Israele-Hamas in conseguenza della ripresa dei lanci di razzi dalla Striscia. E allora assisteremo ai soliti cori di protesta. Contro Hamas che lancia i razzi? No, contro Israele che viola i diritti umani. A proposito della Striscia: fra il 1948 e il 1967 la potenza occupante a Gaza era l’Egitto. Cosa avrebbe fatto il Cairo se dalla Striscia di Gaza fossero partiti razzi contro il suo territorio?
macchianera
03/06/09 04:12
Machiavelli
Era già chiaro al Principe (cap. III, 13) che non si debbe mai lasciare seguire uno disordine per fuggire una guerra, perché la non si fugge ma si differisce a tuo disavvantaggio.
G. Marizza
03/06/09 08:11
Rispondo a Macchianera
Machiavelli e Macchianera gareggiano in saggezza: talvolta dovremmo imparare di più dagli antichi maestri.
gianvito
03/06/09 09:37
Il fenomeno "Lobbying" nelle crisi moderne.
Se al fenomeno del monopolio mediatico da parte di qualcuno che è stato già menzionato nei commenti precedenti si aggiunge il fenomeno in oggetto a mio avviso la miscela diventa esplosiva. Premesso che non sono un esperto in materia, vorrei portare all'attenzione dei lettori il libro scritto dall'ex presidente USA Jimmy Carter intitolato "Palestine Peace Not Apartheid" dove viene sottolineato in maniera molto chiara e sopratutto critica l'influenza del fenomeno lobbying pro-israele in USA nella politica estera americana in Medio Oriente. A questo punto forse c'è da pensare veramente che sia una volontà e non un casualità il non trovare soluzioni oggettive a crisi che direttamente o indirettamente coinvolgono intere aree geografiche sia dal punto di vista politico che economico.
Patrizia
06/06/09 10:46
E l'Africa?
Interessante, il tema proposto, e stimolanti le considerazioni dei lettori. Forse, però, farei un passettino indietro. Il Generale Marizza osserva giustamente che la soluzione delle crisi di ieri non si dilatava all’infinito – come è invece accaduto dal dopoguerra in poi – e che le decisioni necessarie venivano prese in un lasso di tempo piuttosto breve. Forse troppo breve? Mi domando se i sette giorni di Yalta e le due settimane di Potsdam non siano stati eccessivamente sbrigativi. È comprensibile che tutti fossero stanchi del conflitto, ma siamo sicuri che i grandi di allora non si siano comportati in certo qual modo come quelle massaie che, stanche delle solite faccende, aspettando ospiti e desiderando allo stesso tempo avere la casa in ordine, si limitano a spazzare la polvere sotto il tappeto, dicendo “ci penserò poi”? Inoltre non dimentichiamo che le maggiori potenze all’epoca avevano colonie: basti pensare all’Africa, suddivisa e spezzettata a beneficio di Inglesi, Francesi, Portoghesi, Belgi e Italiani (i Tedeschi persero tutte le loro colonie in seguito al Trattato di Versailles, che le ridistribuì tra gli Stati vincitori della Prima Guerra Mondiale). Il processo che ha portato all’indipendenza di tutte queste colonie non è certo stato indolore. Alcuni conflitti etnici – in apparenza sopiti dalla dominazione coloniale – si sono riaccesi al momento della tanto sospirata indipendenza. In alcuni casi, le potenze europee hanno contribuito ad acutizzare attriti e contrasti. Un esempio: al Belgio – dopo il Trattato di Versailles – vennero affidati il Ruanda e il Burundi, in precedenza colonie tedesche. La popolazione di questi due paesi era composta da tre etnie – hutu, tutsi e twa – con una fortissima maggioranza hutu. Il Belgio favorì sempre i tutsi, a discapito degli hutu. Prima di allora le diverse etnie avevano svolto ruoli complementari nella società, ma nel 1934-35 tutsi e hutu furono ufficialmente distinti e, mentre i primi vennero ritenuti degni di fiducia e integrati nell’amministrazione coloniale, ai secondi toccò vivere ai margini della società. Con le conseguenze terribili che conosciamo (genocidio ruandese del 1994). Il ruolo dell’ONU nella vicenda fu poco esaltante. UNAMIR – United Nations Assistance MIssion for Ruanda – fu creata con regolare risoluzione, la 872, il 5 ottobre 1993, allo scopo di calmare le tensioni etniche nel paese e garantirne la sicurezza. Le regole di ingaggio non furono mai chiarissime e, addirittura, nel momento peggiore rimase sul posto solo un contingente esiguo (270 militari canadesi, guidati dal Generale Roméo Dallaire) che, nonostante l’impegno e gli sforzi, non riuscì a evitare i terribili 100 giorni, durante i quali si calcola siano state massacrate da 800.000 a 1.100.000 persone, in massima parte tutsi e hutu moderati. Le ripercussioni di tutto questo hanno portato, pochi anni dopo alle due guerre del Congo. La Seconda Guerra del Congo ha visto il coinvolgimento di otto nazioni africane e di un gran numero di gruppi armati e si ritiene sia stato il conflitto più cruento dopo la Seconda Guerra Mondiale. Anche se tale conflitto è ufficialmente terminato nel 2003, la regione è tuttora molto instabile e la situazione complessa. La missione MONUC – Mission de l’Organisation des Nations Unies en Republique Democratique du Congo – fatica nel suo compito di peacekeeping. Magari anche per il fatto che i giacimenti congolesi di coltan, materia prima utilissima per la produzione di telefoni cellulari, fanno gola a molti. Per tornare al quesito del Generale Marizza e alle tre ipotesi da lui proposte, non sono in grado di dare una risposta. Credo però che, quando si scatena una crisi, di qualunque portata essa sia, la tendenza degli schieramenti opposti sia quella di cercare alleati a proprio sostegno. E un’alleanza, se in un primo momento può essere vantaggiosa, alla lunga si rivela scomoda. Perché ogni alleanza prevede una contropartita, secondo la logica sempre valida del do ut des.
G. Marizza
09/06/09 09:45
Rispondo a Claudio.
Concordo pienamente quando Claudio dice “meglio creare corpi di polizia militare/intelligence specifica, che vadano a piedi a caccia di obiettivi, ingaggiando conflitti faccia a faccia…”. Gli strumenti militari odierni sono tecnologicamente avanzati ma intellettualmente obsoleti. E’ passato il tempo della fanteria, della cavalleria e dell’artiglieria ma non tutti se ne sono accorti. Oggigiorno bisognerebbe privilegiare da una parte le unità specializzate nel supporto logistico, nelle comunicazioni e nelle attività di ricostruzione e dall’altra, come sostiene Claudio, nelle forze speciali. E invece si continua a investire in carri armati, obici e cannoni, come se con questi mezzi si potessero affrontare i Talebani o Al Qaeda.
G. Marizza
09/06/09 09:47
Rispondo a Daniela.
A proposito della caduta degli Imperi Centrali: ha fatto caso che da allora in poi ogni guerra è servita soltanto a risolvere un problema sostituendolo con un problema ancora più grave? Per eliminare gli Imperi Centrali (ma che male facevano?) li abbiamo sostituiti col totalitarismo nazifascista. Per sconfiggere quest’ultimo abbiamo favorito il totalitarismo comunista. Per debellare il comunismo abbiamo gettato i semi del terrorismo. E per sconfiggere il terrorismo, cosa mai inventeremo? Viene quasi da dire “Aridatece gli Imperi Centrali!”
Peppe.
13/06/09 17:45
accendiamo la terza.
caro Generale, non ho il minimo dubbio che la terza ipotesi sia quella che meglio spiega perchè le crisi non si risolvono...e non mi pare sia così inquitante...il settore di produzione delle armi non va mai in crisi...mai!!! I tavoli dove prendono posto i notabili delle diplomazie mondiali, dietro una pletorica ipocrisia, non fanno hanno che tradurre in "real politik" le "vaire" esigenze nazionali (vds. USA dove la lobby delle armi è la più potente in assoluto di tutte le lobbies seconda forse alla massoneria!)...per il resto cosa posso aggiungere...l'ONU è una scatola vuota da cui , solo talvolta vds. LIBANO o stai africano di secondo piano, si "sveglia" dal suo torpore e si inventa una "missione di pk!". I partiti vivono di finanziamenti privati (pubblici in Italia...031 milioni negli ultimi sette anni)...i partiti esprimono le classi dirigenti dei paesi: 2+2:4! Peppe.
Fabio "starfighter"
16/06/09 19:02
Balcani e nuove guerre
Vorrei commentare, in maniera del tutto intempestiva peraltro, quanto detto in materia di Balcani da pierpaolo. Se di crisi vogliamo parlare, ma forse è più corretto parlare di endemica conflittualità, non è certo nel regicidio di Sarajevo che si può identificare un inizio. Pochi anni prima ci furono le guerrè balcaniche ma andando a ritroso si può arrivare alla lotta di Skandeberg contro i Turchi e le secolari lotte dei serbi contro la dominazione ottomana. Chiunque conosca bene quelle lande sa che le radici dell'instabilità hanno radici lontane, che non si fermano certo al 1914. Poi un pensiero su quanto affermato dal generale: fanteria, cavalleria ecc. obosolete? S&R e Forze Speciali saranno la chiave del futuro? Mi puzza un pò di "dottrina Rumsfeld"...sulla quale oltreoceano c'è ben più di un ripensamento. In Afghanistan, i recentissimi eventi dimostrano ancora una volta che la cara vecchia "firepower", coniugata con la manovra delle unità sul terreno, non può non essere ancora una volta la buona ricetta per vincere le battaglie a livello tattico. Poi..siamo sicuri che queste "nuove guerre asimmetriche di 4^ generazione" siano davvero cosi "nuove"? Ma non è che dai tempi delle legioni romane in giudea, passando per gli eserciti di Napoleone in Spagna, fino ad arrivare, nel secondo dopoguerra, alla Birmania, al Kenia, all'Algeria, per non scomodare addirittura il Vietnam, da sempre gli eserciti si siano dovuti misurare con guerre insurrezionali contro forze di guerriglia? Non è che per caso..la storia (militare) ancora una volta si ripete? Cordialmente
Yanez
08/08/09 12:13
Commento in ritardo
L'articolo del Generale (che scopro solo ora e mi permetto di commentare i gran ritardo) è convincente nell'interpretazione dei dati, ma un poco fallace nell'esposizione degli stessi. Per esempio, se la storia dell'Iraq viene trattata come un'unica crisi dalla guerra Iraq-Iran degli anni '80 a oggi, allora con lo stesso titolo si potrebbe parlare di un'unica, lunghissima "crisi italiana" che comincia nel 1848 e finisce con la conquista di Trieste nel 1918... E in Germania, fu proprio uno di quei "rapidi" trattati che il Generale loda a gettare le basi del revanscismo nazista e della Seconda Guerra Mondiale, in questo senso vista come una tardiva a cruenta prosecuzione della Prima (la durata della "crisi" sarebbe dunque dal 1914 al 1945)... Comunque, è vero che le capacità decisionali degli organismi cui abbiamo demandato il compito di governare il mondo sono penose. In merito, mi azzardo ad aggiungere una quarta ipotesi a quelle prospettate del Generale: io punterei sulla qualità del personale politico e diplomatico, capace di riunirsi all'infinito ma non di elaborare e sostenere progetti di largo respiro.
G. Marizza
14/08/09 07:47
Rispondo a Yanez
Caro Yanez, nessun ritardo, per carità: stiamo parlando del 1914, quindi siamo sempre in tempo. E poi, i commenti sono sempre i benvenuti. La sua ipotesi, che mi sembra molto valida, mi riporta alla mente la storiella di quel famoso avvocato che, volendo prendere un po’ di ferie, lasciò l’ufficio nelle mani del figlio, anch’egli apprendista avvocato. Costui trovò in un cassetto una pratica molto datata, e la risolse nel giro di pochi giorni. Tornato il padre, il giovane gli comunicò trionfante il suo successo, ma il vecchio gli rispose: “Nooo, cosa hai fatto!?! Io con quella pratica avrei tirato avanti ancora almeno dieci anni!” Quindi la Sua ipotesi della qualità del personale politico e diplomatico, che non sa o -meglio ancora- non vuole risolvere i problemi, è più che sensata.
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