Di ritorno da una missione a Kiev ho avuto modo di conoscere – da fonti della nostra Ambasciata in Ucraina – alcuni dettagli sulla recente crisi energetica, che ha messo e potrebbe mettere ancora in serio pericolo il nostro approvvigionamento: il problema sembra essere quello di un autentico mercato unico dell’energia a livello comunitario.
Non solo è cresciuta la preoccupazione per gli alti prezzi del petrolio e del gas naturale e per la dipendenza dei paesi dell’Unione europea dalle importazioni di idrocarburi provenienti da un numero limitato di paesi e per il riscaldamento del pianeta, ma l’Unione sembra voler puntare a una diversificazione delle forniture con l’obiettivo di ridurre la dipendenza di molti stati membri da un unico produttore, la Russia (ciò vale soprattutto per le forniture di gas). A questo scopo, l’UE ha intavolato ‘dialoghi regionali’ con vari paesi.
Tuttavia, la tendenza degli stati membri a privilegiare i rapporti bilaterali con i paesi fornitori di energia limita la capacità d’azione dell’Unione. Le difficoltà che l’UE incontra nel dotarsi di una politica energetica comune dipendono anche dall’assenza di un autentico mercato unico dell’energia.
La Commissione ha fatto numerosi sforzi in questo senso, concentrandosi in particolare sul problema della separazione delle attività di produzione da quelle di distribuzione (il cosiddetto unbundling). Le sue proposte hanno però incontrato la forte resistenza di alcuni stati membri, soprattutto Francia e Germania, che spingono per soluzioni meno drastiche. Le politiche energetiche europee sono legate alle politiche ambientali a filo doppio.
L’Unione sostiene con forza la necessità di introdurre limiti vincolanti alle emissioni di CO2 anche senza analoghi impegni da parte di altri paesi produttori di gas inquinanti. Ha però incontrato crescenti difficoltà a conciliare le sue alte ambizioni in tema ambientale con le esigenze di crescita dell’industria europea. Quest’ultima lamenta il rischio di perdere competitività a vantaggio di industrie di altri paesi su cui non gravano restrizioni simili. La grave crisi economica in corso, riducendo i margini di investimento delle imprese, ha ulteriormente complicato le cose. L’accordo raggiunto al vertice europeo dell’11-12 dicembre, che fa ampie concessioni all’industria per quanto riguarda le emissioni, riflette queste difficoltà.
L’UE ha sviluppato una fitta rete di dialoghi bilaterali e regionali con i paesi produttori di energia, i paesi consumatori e di transito. Tra questi, la relazione più importante rimane indubbiamente quella con la Russia, principale fornitore di idrocarburi per molti paesi europei. Il dialogo UE-Russia sull’energia è stato lanciato nel 2000 con obiettivi molto ambiziosi: la sicurezza delle forniture e della domanda, una maggiore apertura del mercato russo dell’energia, la costruzione di infrastrutture per il trasporto e il collegamento di reti elettriche, la creazione di un ambiente favorevole agli investimenti in Russia, la cooperazione sul riscaldamento climatico, il risparmio di energia e la sicurezza nucleare. Il dialogo UE-Russia ha avuto un certo successo nell’ambito delle infrastrutture e dell’efficienza energetica ma non è stato in grado di incoraggiare in modo sostanziale gli investimenti delle compagnie europee nei giacimenti russi. Mosca si rifiuta di ratificare la Carta dell’Energia, un accordo che disciplina la cooperazione energetica tra i paesi europei e gli altri paesi industrializzati1, e continua a proteggere con determinazione le proprie risorse da quella che percepisce come un’impropria influenza straniera. Una politica che rischia però di essere controproducente perché scoraggia gli investimenti esteri, laddove la Russia ha bisogno di ingenti capitali stranieri per poter sostenere i livelli attuali di produzione.
L’UE pur continuando ad appoggiare progetti che contribuirebbero ad una maggiore diversificazione delle fonti di approvvigionamento non sembra però in grado di coordinare le politiche energetiche dei suoi membri in un disegno coerente. Significativo, in questo senso, è il sostegno dell’UE al gasdotto ‘Nabucco’ che dovrebbe portare in Europa il gas della regione del Mar Caspio senza attraversare il territorio della Russia (la quale detiene il quasi monopolio del transito anche degli idrocarburi provenienti dall’Asia centrale e dal Caucaso). Il gasdotto Nabucco è in aperta competizione con il progettato gasdotto South Stream promosso invece dal gigante del gas russo Gazprom in cooperazione con l’italiana ENI. Tuttavia, le difficoltà dell’Unione a creare una politica energetica comune ne indebolisce il potere negoziale e fa si che la persistenza di un approccio prevalentemente nazionale da parte degli stati membri continui a gestire le proprie relazioni energetiche coi paesi produttori su base bilaterale. Ma il rischio sembra veramente alto.


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delle valide alternative
Non possiamo dipendere
Ottima analisi ma, anche ora