Venerdì 10 Febbraio 2012
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Alta tensione

Le luci delle Olimpiadi oscurano la repressione in Tibet e Xinjiang

22 Agosto 2008
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Il Dalai Lama in Francia con il ministro degli Esteri Bernard Kouchner

Le autorità cinesi non potevano aspettarsi di meglio alla vigilia delle Olimpiadi di Pechino. Le scintillanti falcate di Usain Bolt e le poderose bracciate di Michael Phelps sono riuscite dove la diplomazia dell’ex Impero di Mezzo negli ultimi mesi aveva fallito: distogliere gli occhi dell’opinione pubblica mondiale (occidentale) da quanto accade ancora oggi in Tibet e nel Xinjiang. Dall’inizio dei Giochi, infatti, il regime comunista della Repubblica Popolare cinese ha potuto agire indisturbato in queste due regioni autonome cinesi, attraversate da forti pulsioni autonomiste e separatiste. Una volta calato il sipario sulla ribalta olimpica, poi, Pechino potrà presentare il conto a tutte quelle forze che hanno cercato di sabotare l’immagine ‘a cinque cerchi’ del Paese.

A prescindere dalle affermazioni del Dalai Lama, contenute in una sua intervista pubblicata ieri su Le Monde e subito smentite dal suo stesso entourage, riguardo l’uccisione lunedì scorso di 140 tibetani inermi da parte delle forze di sicurezza cinesi nella zona di Kham (Tibet sud-orientale), sono diverse settimane che la stampa specializzata in Asia segnala il rafforzamento delle misure di sicurezza in Tibet e nel Xinjiang. Una mossa che troverebbe spiegazione negli attuali equilibri interni al Partito comunista cinese (Pcc). La fazione che fa capo al presidente cinese Hu Jintao sarebbe infatti in difficoltà, accusata di non esser riuscita a prevenire e stroncare le azioni della dissidenza tibetana e di quella uighura (la minoranza turcofona di religione islamica, insediata storicamente nel Xinjiang), che negli ultimi mesi hanno fortemente minacciato la stabilità del Paese. Basti ricordare i tre attentati che nel mese di agosto hanno scosso lo Xinjiang, costati la vita a 20 poliziotti cinesi.

In particolare, sotto accusa sono finiti Zhang Qingli, segretario del Partito in Tibet, e il suo omologo nel Xinjiang, Wang Liqun. Zhang e Wang, nonostante siano entrambi uomini di Hu, rischiano la rimozione, e per salvare la loro poltrona sarebbero pronti a intraprendere azioni ancora più dure contro i movimenti separatisti e indipendentisti delle rispettive regioni autonome. Una politica appoggiata dal presidente cinese (che deve le sue fortune politiche proprio al ruolo di segretario del Pcc in Tibet alla fine degli anni Ottanta), ormai convinto che per ‘pacificare’ queste due regioni bisogna abbandonare ogni ipotesi di appeasement con le minoranze autoctone. Dopo aver sconfitto la ‘cricca di Shanghai’ (la fazione di Jiang Zemin, suo predecessore ai vertici del Partito e dello Stato) nella battaglia per il controllo del Pcc, Hu è ora ben attento a non fornire ai suoi avversari il destro per rimettere in discussione le attuali gerarchie di potere. 

Il Tibet è ancora oggi chiuso ai giornalisti stranieri, a cinque mesi dalle cronache di sangue di Lhasa. Lunedì scorso, l’organizzazione umanitaria Free Tibet Campaign aveva denunciato un nuovo deterioramento della situazione nella regione, dove le forze di sicurezza cinesi sarebbero impegnate in operazioni di represione per prevenire possibili proteste in concomitanza con la kermesse olimpica. Il Dalai Lama, in visita in Francia in questi giorni, ha parlato ai media francesi di arresti arbitrari e torture di civili innocenti. Ha posto l’accento sulla colonizzazione militare e civile cinese, con Pechino intenzionata a costruire nuove postazioni militari nella parte orientale del Tibet (Kham e Amdo) e a insediare un milione di cinesi han (come generalmente è definita l’etnia maggioritaria in Cina) per modificare ulteriormente la composizione etnica della regione, a scapito della comunità tibetana.

Il quotidiano Asia Sentinel, citando fonti diplomatiche a Pechino, ha rivelato la scorsa settimana il contenuto di una direttiva datata 13 agosto, con la quale il Politburo cinese ordina a tutte le forze di sicurezza di stanza nel Xinjiang (in particolare, Esercito e Polizia armata del popolo) di prepararsi a una guerra a tutto campo contro il terrorismo, il separatismo etnico e l’estremismo religioso. Allo scopo saranno trasferite truppe e mezzi aggiuntivi (come jet da combattimento) nella Regione militare di Lanzhou, che ha la responsabilità del Xinjiang, della Regione autonoma del Ningxia e della provincia del Gansu. I rinforzi giungeranno da alcune divisioni dislocate in origine ai bordi del confine con la Russia e, data la recente distensione delle relazioni con il governo nazionalista di Taipei, dalla Regione militare di Nanning, responsabile della difesa militare lungo lo Stretto di Taiwan.  

Il presidente cinese avrebbe ordinato le operazioni contro i separatisti tibetani e uighuri persuaso che le loro ripercussioni internazionali saranno minime, e questo nonostante i richiami al rispetto dei diritti umani in Cina fatti dal presidente americano George W. Bush alla vigilia dei Giochi. In effetti, in passato, gli Usa hanno spesso chiuso gli occhi di fronte alle operazioni ‘antiterrorismo’ cinesi nel Xinjiang, e nel 2002 hanno persino inserito un gruppo islamista uighuro (il Movimento islamico del Turkestan orientale, Etim) nella lista delle organizzazioni terroristiche del dipartimento di Stato. In cambio Washington ha ottenuto l’aiuto di Pechino nella guerra al terrore.

Il recente conflitto nel Caucaso, con l’Europa e gli Usa incapaci di elaborare una efficace e coordinata risposta al blitzkrieg russo contro la Georgia, rischia inoltre di rafforzare la convinzione della Cina di godere mano libera nelle sue due regioni autonome occidentali. Paradossalmente, dunque, una contesa internazionale centrata in apparenza sui temi del separatismo e dell’indipendentismo su base etnica, che dovrebbe in realtà agitare i sonni di Pechino, si potrebbe trasformare per i cinesi in una importante occasione da sfruttare a fini interni.      

 

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