Nelle scorse settimane si sono lette molte dichiarazioni e commenti sui motivi che hanno portato all’aggressione a Berlusconi. Analisi che cercavano di trovare un collegamento tra il gesto di uno psicolabile e il clima politico che si respira da mesi. Per evitare diagnosi affrettate, o funzionali solo alla polemica immediata, sarà opportuno tornare sull’argomento tentando di fissare – senza indulgere alla sociologia spicciola – alcuni elementi strutturali che costituiscono il terreno di cultura dell’antiberlusconismo, al fine di misurarne in modo più nitido la portata.
In primo luogo va considerata la diffidenza verso il self-made man. L’attuale presidente del consiglio è un uomo che, partendo da una condizione di modesta agiatezza, è diventato milionario. Una traiettoria che confligge con l’immaginario della sinistra forgiato in lunghi anni di sforzo egemonico. Ad aggravare questa incompatibilità si aggiungono due altri fattori. Berlusconi non è un industriale, non opera nel campo della produzione, ma lavora nel settore dei servizi. Mediaset è un’impresa familiare che vende servizi alle famiglie. Ciò configura una situazione che appare lontanissima dal tradizionale conflitto di classe come spiegato nei classici del marxismo. Inoltre è un homo novus, un parvenu nel "salotto di famiglia del capitalismo italiano". Circostanze che rendono il personaggio meno rassicurante non solo nella sinistra, ma nell’ambito del tradizionale establishment economico-finanziario.
In secondo luogo occorre porre mente ad una conseguenza negativa originata dalla crisi del sistema politico. La scomparsa dei partiti storici, avvenuta in modo quasi repentino tra il 1992 ed il 1993, ha spesso fatto trascurare che essa era stata preceduta da una lunga sclerosi. Già da qualche decennio, infatti, i partiti non erano più in grado di reclutare una classe politica adeguata, capace di orientare l’opinione. Questo ha prodotto un vuoto che è stato riempito da una pericolosa deriva scandalistica. Qualche mese addietro Angelo Panebianco ricordava come «a forza di campagne moralistiche, nel corso dei decenni, si è messa larga parte delle nuove generazioni nell'impossibilità di capire alcunché di politica. Le si è addestrate a pensare la politica nei termini infantili e menzogneri della lotta fra il bene e il male, le si è condannate a non vedere la complessità del mondo».
In sostanza, una volta chi voleva darsi un minimo di formazione politica leggeva autori di riferimento (ad esempio Mounier o Maritain per i democristiani, Gramsci o Marx per i comunisti e via dicendo). Oggi le letture obbligate sono i libri di Travaglio e soci. Un genere letterario deteriore che assembla acriticamente una massa di documenti giudiziari, senza nessuna cognizione del retroterra storico in cui si collocano. Il risultato è una sorta di analfabetismo politico di massa.
Entrambi questi fenomeni si possono fronteggiare nel medio periodo. Da un lato diffondendo una visione liberale della vita, valorizzando l’iniziativa individuale in ogni settore della società. Dall’altro operando sul piano della formazione politica attraverso le fondazioni e i think tank, che non sono da considerare dei fiori all’occhiello, bensì degli indispensabili complementi all’azione politica propriamente intesa.
Esiste, però, un altro elemento che occorre prendere in considerazione. La fine della guerra fredda ha segnato un tornante decisivo anche sul versante dell’opinione pubblica. Questa si è fatta meno accomodante. Finché l’URSS si stagliava minacciosa all’orizzonte, l’universo politico italiano era immobile, con il partito di maggioranza relativa al governo da tempo immemorabile. Ancora alla fine degli anni ottanta del secolo scorso la mediocrissima classe dirigente dell’ultima DC, i De Mita, gli Andreotti, non venivano considerati (come è giusto considerarli) gli arroganti gestori di ex grande partito, privi di un progetto che non fosse la gestione dell’esistente, ma sembravano incarnare la quintessenza di un’arte politica italiana.
Con la caduta del muro di Berlino e poi con la fine dell’URSS mutava di colpo il clima e la percezione della realtà. Si creava così una situazione paradossale. Tanti cittadini, che avevano vissuto come normale la leadership degradata del crepuscolo scudo crociato, si inquietavano di fronte all’atipica leadership dell’imprenditore milanese.
Contrastare questa avversione non è facile. Lo si può fare solo con una paziente opera di chiarificazione storica in grado di spiegare come un ventennio addietro esisteva un insanabile conflitto d’interessi tra la Democrazia cristiana e l’Italia, che stava consegnando il paese a un pugno di magistrati ambiziosi. Nell’attesa che la chiarificazione produca i suoi frutti, ci si può consolare pensando che la diffidenza verso i governanti è sempre un elemento di ricchezza per una democrazia.


antiberlusconismo
Credo che, in effetti, gli
Deo gratias: un giudizio senza corrività
CAUSE PROSSIME E CAUSE REMOTE DELL’ANTIBERLUSCONISMO