Per il comparto della previdenza complementare l’anno appena trascorso è risultato di transizione, avuto riguardo alla crescita dimensionale, e di preoccupazione, soprattutto nei primi mesi, per quanto attiene agli esiti degli investimenti patrimoniali, componente centrale di un sistema tecnicamente fondato sulla capitalizzazione.
Tale preoccupazione appare del tutto ragionevole, e le motivazioni che l’hanno alimentata e l’alimentano meritano, quindi, ogni attenzione e riflessione analitica.
La grave crisi finanziaria del 2008 e la perdurante difficile congiuntura economica, accompagnata, peraltro, da un recupero dei mercati finanziari, nel corso del 2009, sono accadimenti ancora troppo recenti per consentire di compiere su di essi un’esaustiva valutazione, anche solo rimanendo nell’ottica ristretta della previdenza complementare.
Svolgendo talune considerazioni prive di sistematicità, si può, comunque, rilevare che:
- il sistema finanziario internazionale – soprattutto nello spirare del 2008 - ha corso serissimi rischi di tenuta generale e, al di là di ogni specifica considerazione su di esso, è da ritenere che dall’accaduto gli ordinamenti previdenziali possano trarre, innanzitutto, la riconferma della validità di una loro impostazione mista, “binaria”, condotta cioé su due differenziate direttrici: da un lato, un sistema pubblico di base supportato da garanzie statuali ma intrinsecamente sostenibile anche nel lunghissimo periodo, solidaristico, operante in regime di ripartizione, e, dall’altro, un sistema parallelo del primo, con funzione integrativa, a carattere privatistico ma debitamente vigilato, operante in regime di capitalizzazione, con investimento delle disponibilità patrimoniali nell’economia reale, secondo tecniche e modalità improntate alla massima sicurezza;
- sembra ragionevole prospettare un peso sostanzialmente equivalente delle due componenti, proprio per diversificare il rischio degli utenti. Appaiono però necessarie più incisive riforme del sistema finanziario internazionale, per assicurare, comunque, una maggiore stabilità al mondo globalizzato nel suo complesso. La stabilità è, infatti, la prima garanzia di tenuta tanto dei sistemi pubblici, quanto dei privati – e siffatta considerazione travalica ovviamente, l’ottica del solo settore previdenziale -;
- venendo alle vicende domestiche, la previdenza complementare italiana ha palesato buona tenuta nell’infuriare della crisi finanziaria e notevole attitudine a giovarsi della ripresa dei mercati, per recuperare prontamente le flessioni fatte inesorabilmente registrare, pendente l’acme della crisi;
- se, quindi, si può dire che “ci è andata bene”, la crisi deve comunque indurre – come giustamente fatto rilevare dalla Covip, l’autorità di vigilanza preposta al comparto – innanzitutto ad una maggiore diversificazione degli impieghi degli enti complementari. In quest’ottica, anche una ben più significativa presenza di investimenti nel comparto immobiliare (con sottoscrizione di quote di fondi comuni immobiliari), rispetto ad oggi, va certamente considerata positivamente.
Il rafforzamento delle strutture delle forme previdenziali, con accresciuti presidi volti alla valutazione dei rischi, è un’altra necessità impellente. E’ poi più che opportuno – ma il problema va affrontato dal legislatore, prima che dai fondi pensione – che anche le nuove entità previdenziali siano facoltizzate ad istituire linee di investimento a maggior grado di sicurezza e stabilità di rendimento, con utilizzo di contratti di assicurazione non solo di ramo VI (come oggi imposto dalla normativa di settore). Ciò, tenuto conto dei positivi esiti conseguiti dalle vecchie forme previdenziali (valga, per tutte, il richiamo ai lusinghieri risultati conseguiti dal Previndai, il fondo complementare della categoria dei dirigenti industriali, in lungo arco temporale), le quali sono sottratte, per l’appunto, agli obblighi testé richiamati.
In tutto il mondo, le prospettive di sviluppo, dal punto di vista dimensionale della previdenza complementare sono strettamente legate all’andamento del livello degli assegni assicurati nel tempo dai sistemi pensionistici di primo pilastro. In Italia sussiste, invece, al riguardo, ancora una sorta di diffuso strabismo, per il quale, con ogni celerità, occorre individuare sistemi di correzione.
A dire il vero, l’assetto nostrano della pensione di base risulta di qualche complessità e non è, quindi, facilmente percepibile da parte dei non addetti ai lavori.
A fronte del progredire del tasso di invecchiamento della popolazione, il modificarsi automatico, a cadenza triennale (ai sensi della riforma Prodi del 2007), dei coefficienti di conversione del montante contributivo individuale virtuale, proprio del meccanismo di determinazione dei trattamenti pensionistici in regime “contributivo”, dovrebbe progressivamente accentuare la necessità di affiancare alla pensione di base un assegno complementare, così da ottenere un unico trattamento, adeguato alle esigenze della vecchiaia. Va notato, tuttavia, che l’effetto di modifica periodica dei coefficienti è ora da ritenersi in larga misura corretto dal crescere, parimenti automatico, della soglia anagrafica minima per maturare il diritto a pensione. Se, infatti, i coefficienti diventeranno progressivamente più severi, ma le coorti di popolazione interessata saranno costrette ad andare in pensione sempre più tardi, si verificherà una sorta di fenomeno di compensazione: si andrà obbligatoriamente a fruire di coefficienti più alti, in ragione della maggiore età di pensionamento. Si può ritenere, pertanto, che, con la riforma assai opportunamente condotta nell’estate del 2009 dal Ministro Sacconi, il nostro ordinamento di base sia stabilmente indirizzato ad assicurare, nel tempo (al momento della liquidazione dell’assegno), mediamente, un trattamento pensionistico pubblico ragguagliabile a circa il 50 – 55% dell’ultimo reddito lavorativo (per i lavoratori subordinati. Per gli autonomi il livello di sostituzione della pensione risulterà decisamente inferiore, ma essi versano meno contributi di quanto, complessivamente, facciano i dipendenti). Se, quindi, la pensione pubblica non è destinata ad un inarrestabile (e difficilmente ovviabile, a livello individuale) abbassamento progressivo di livello quantitativo, essa appare, comunque, di per sé insufficiente a garantire un valido sostegno economico all’età anziana.
Il problema che si pone è di rendere capillarmente diffusa la previdenza complementare, per i soggetti destinatari, in tutto o in parte, del calcolo contributivo dei trattamenti di base (le coorti dei destinatari esclusivamente del – più generoso - metodo retributivo, con il trascorrere del tempo, si vanno fisiologicamente assottigliando). Se si escludono forme (dirompenti) di obbligatorietà di adesione ex lege, la strada della previdenza complementare, a partecipazione rigorosamente volontaria/individuale, è, indubbiamente, assai “in salita”, come dimostra l’esperienza di oltre tre lustri di vigenza dell’ordinamento organico di settore (formatosi nell’ormai lontano 1993). Sembra dunque doversi invocare un mirato, nuovo, intervento del legislatore.
A livello normativo, oltre a consentire l’utilizzo da parte di tutti i fondi pensione delle “tradizionali” polizze assicurative, come si è detto in precedenza, appare ragionevole cancellare o, comunque, attenuare il sopra richiamato principio di adesione volontaria/individuale alla previdenza complementare. In tal modo, per il mondo del lavoro subordinato, sarebbe possibile porre nuovamente in essere, come praticato nel passato, forme di adesione a piani di previdenza complementare stabilite in via collettiva.
A fronte della cogenza contrattuale, quale contrappeso, andrebbe rafforzata la facoltà soggettiva di trasferimento della posizione individuale, con continuità del diritto a beneficiare della contribuzione datoriale. E’appena il caso di evidenziare, poi, che sarebbe auspicabile anche un miglioramento della disciplina fiscale: l’abolizione del prelievo dell’11% sul risultato annuo di gestione e una deducibilità degli apporti contributivi, oltre che in cifra fissa, anche, alternativamente, secondo una misura percentuale, si configurano certamente quali interventi da compiere, non appena uno spiraglio nella finanza pubblica lo consenta.
In ogni caso, anche procedure di adesione a piani di previdenza complementare più o meno cogenti e, a maggior ragione, l’attuale situazione volontaristica presuppongono la consapevolezza della popolazione delle proprie necessità pensionistiche future, consapevolezza che può maturare solo muovendo dalla conoscenza dell’ammontare dell’assegno pensionistico di base atteso. Occorre, poi, far percepire l’indispensabilità del monitoraggio individuale del piano pensionistico complementare.
Quelli indicati non sono davvero obiettivi di poco momento.
Sistematiche campagne di educazione previdenziale (ma anche finanziaria) condotte nelle scuole superiori, iniziative pubbliche di sensibilizzazione generale, un forte impegno informativo degli utenti da parte degli enti previdenziali di base, un’accresciuta capacità comunicativa dei fondi pensione, forme di partecipazione “educativa” e di sostegno ad opera delle regioni, corretta e costante attenzione alla materia da parte dei media sono tutti fattori da attivare, per conseguire quello sviluppo della previdenza complementare che appare indispensabile per il futuro assetto di welfare del Paese.

