Mercoledì 23 Maggio 2012
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La criticona

Molte domande, molte risposte, molti dubbi sul nazismo

5 Aprile 2009

Nel suo libro più bello (“Le origini culturali del Terzo Reich”) lo storico israelo-americano Georg Mosse si chiedeva di quale cultura si fosse nutrito il nazismo. Quali eventi intellettuali lo avevano preparato, quali idee gli avevano consentito di nascere? Queste domande erano legittime, ovviamente, solo se non si credeva che il nazismo fosse sorto all’improvviso e in modo inspiegabile sul suolo tedesco, come una malattia senza cause. Ricostruire le origini culturali di un evento, però, non significa automaticamente identificarne le cause: la causa è qualcosa che produce un effetto, mentre le “origini” isolano solo un momento precedente legato all’attuale da rapporti talvolta solo temporali.

Anche una ricerca che non metta in campo “cause” si interroga però necessariamente su questo quesito: in che modo si passa da una situazione “normale” a una situazione “patologica”? In che modo si passa da un regime liberaldemocratico (seppure estenuato, seppure pieno di problemi come quello di Weimar) a un regime totalitario? In che modo si coagulano in una ideologia coerente frammenti isolati già presenti nel panorama culturale di un paese? In che modo una credenza senza particolare valore e significato diventa parte di una temibile arma da guerra? In che modo, insomma, si genera quella variante – parliamo sempre del mondo della cultura – che fa sì che un attimo prima fossero presenti temi e correnti culturali e un attimo dopo si sia di fronte a una temibile e sanguinaria ideologia politica?

Demonizzare non serve a niente: il fatto che giudichiamo il nazismo un regime terribile non ci aiuta. Serve invece comprendere il modo in cui elementi sparsi si uniscono e formano una ideologia coerente, compatta anche se non monolitica, utile a produrre consenso. Gli storici su questo si sono divisi. Per alcuni i regimi totalitari non ebbero una cultura degna di questo nome: tutto ciò che essi toccarano si contaminò, e sopravvisse come cultura autentica solo ciò che era preesistente alla loro comparsa. Per altri, invece, tali regimi ebbero una loro cultura. Georges Bensoussan, nel volume Genocidio. Una passione europea, ora tradotto in italiano, ha una posizione che non si identifica né con l’una né con l’altra: a suo parere quella cultura esisteva, ma era formata da temi e correnti che preesistevano sul suolo tedesco ed erano pronti per essere utilizzati dal nazismo.

Insomma. se si dovessero esplicitare le domande che vengono poste oggi dalla storiografia sulle origini culturali dei totalitarismi europei, queste si potrebbero riassumere nelle tre seguenti: 1. quali elementi della cultura preesistente i totalitarismi insorti in Europa negli anni fra le due guerre hanno utilizzato? 2. i totalitarismi hanno elaborato una cultura o si sono limitati a utilizzare quella che già esisteva prima che essi nascessero? 3. in che modo i totalitarismi hanno risposto alle stesse domande alle quali cercavano di rispondere nella stessa epoca le liberaldemocrazie e in particolare il New Deal?

Alla domanda numero 1 si applica il testo di Bensoussan: la sua risposta è che le teorie razziste diffuse nella cultura tardo ottocentesca e primo novecentesca, un darwinismo sociale che sottolineava l’elemento della selezione del più adatto nella dinamica della società, l’esaltazione della guerra e del militarismo, il culto della virilità intrecciato alla misoginia, un diffuso antisemitismo, formavano il sostrato pronto per essere utilizzato da un regime come quello hitleriano. Notiano che tali elementi, però, erano presenti in ogni paese europeo, e perfino negli Stati Uniti. La domanda allora andrebbe riformulata in questi termini: perché in alcuni paesi, in cui erano presenti allo stesso modo che negli altri, elementi culturali favorevoli a una loro traduzione politica totalitaria, quella cultura non fu sufficiente alla instaurazione di un regime totalitario?

La questione a cui si applica Bensoussan oggi a proposito del nazismo è stata sollevata più e più volte, soprattutto in anni lontani, a proposito del fascismo italiano e della questione se il fascismo avesse elaborato una sua cultura o si fosse servito della cultura preesistente. Le risposte sono state varie, e hanno fatto un passo avanti solo dal momento in cui la ricerca ha analizzato davvero la cultura del fascismo: le riviste razziste, l’organizzazione della cultura, la partecipazione dei giovani ai Littoriali, le imprese culturali. Il fatto è che nel rispondere a quella domanda vengono impiegati due concetti diversi di cultura: uno è quello di cultura tradizionale, classica, il puro distillato di sforzi individuali, l’opera del genio; il secondo è quello di cultura di massa, di ideologia, di cultura utilizzata da una ideologia politica.

L’ideologia non snatura necessariamente la cultura, ma certo la utilizza: se ne serve per mobilitare all’azione politica o prepolitica, per suscitare consenso, per offrire giustificazioni a una politica in atto o in preparazione. Quando Norberto Bobbio affermava che il fascismo non aveva prodotto una cultura sua ma si era limitato a utilizzare la cultura precedente, che gli intellettuali - quando avevano prodotto cultura - si erano automaticamente posti fuori del fascismo, faceva riferimento alla prima delle due idee di cultura ricordate: una cultura senza contaminazioni con la politica, disinteressata e autonoma, che non poteva essere mezzo per niente di diverso da sé. Ovvio, da questo punto di vista, che la cultura fascista non potesse inserirsi in questa idea. Ma quando sono stati studiati l’Enciclopedia italiana, il culto del littorio, i GUF e il razzismo, è un’altra idea di cultura quella che è stata messa in campo: una cultura in stretta relazione con la cultura di massa, legata a doppio filo con la politica (anche se non esaurita in essa), una cultura che serve a interpretare la storia, a progettare il futuro, a darsi una identità. La risposta alla domanda numero 2 è tutta contenuta in questo nuovo modo di lavorare.

Nella risposta alla domanda numero 2 (ma, come vedremo subito, anche alla numero 3) l’opera “La nazionalizzazione delle masse” di Georg Mosse ha svolto un ruolo influente. Ha utilizzato un’idea di cultura e di ideologia diversa da quelle che si erano fino ad allora usate in prevalenza: si trattava di feste, adunate, comizi, celebrazioni pubbliche, monumenti, targhe, lapidi, addobbi cittadini. Attraverso tutto questo si attivava la “nazionalizzazione delle masse”. Ma che cosa era esattamente la nazionalizzazione delle masse? In una frase, era  l’inclusione delle masse nello Stato nazionale per mezzo della costruzione di una opportuna memoria storica. Il risultato ultimo era politico, ma i suoi atti preparatori non lo erano. Il nesso fra cultura e politica si poneva dunque in Mosse in modo peculiare: non esisteva né separazione totale fra questi due termini (come nella concezione che voleva la cultura e i totalitarismi come due  elementi che non avevano niente a che fare l’uno con l’altro) né legame indissolubile e quasi identificazione.

Resta la domanda numero 3: in che misura si assomigliano e differiscono fra loro esperienze liberaldemocratiche e totalitarie negli anni fra le due guerre rispetto a temi comuni, a problemi identici, a percorsi paralleli legati tutti all’inclusione delle masse nello stato nazionale? La strada di Mosse e di altri storici  permetteva (e in questa direzione venne usata anche in Italia) di affermare un parallelismo stretto fra i due tipi di esperienze dal segno politico differente: tutte (in particolare fascismo e nazismo da una parte, New Deal dall’altra) avevano cercato di nazionalizzare le masse che erano il risultato dello sviluppo industriale e sociale. Ciò era avvenuto attraverso l’intervento dello Stato nell’economia, la creazione di una simbologia nuova, l’estetica della politica, l’idea che la modernizzazione dovesse essere accolta nel proprio progetto politico, una forma non identica ma comparabile di leaderismo carismatico. Di simile i due tipi di regimi hanno anche un grande lavoro sull’identità nazionale, la selezione nel passato di una memoria storica in funzione dell’immagine attuale di se stessi. Peccato che il paragone tra Stati Uniti e Germania, così come le altre indicazioni contenute nelle prime opere di Mosse, sia divenuto ben presto (e prima di tutti per lo stesso autore) una moda storiografica invece di tradursi in ricerca.

Della domanda numero 3 Bensoussan non si cura affatto (e invece, come vedremo, gli sarebbe stato utile), mentre ovvia è la sua risposta alla domanda numero 2: il nazismo utilizzò la cultura presente nel paese per farne la sua cultura. Al punto che a suo parere il nazismo si spiega tutto con elementi preesistenti: il pessimismo storico, l’opposizione alla modernità, la critica dell’industrialismo e dei suoi effetti, l’eugenetica, il darwinismo sociale, il razzismo. Quegli elementi però, utilizzati tutti insieme, costituirono la cultura del nazismo.

Quanto all’antisemitismo, Bensoussan ne nota la presenza massiccia in Germania ben prima del 1933, e riconduce la persecuzione dell’ebreo alla necessità di un capro espiatorio per i problemi della modernità in un’epoca di completa secolarizzazione. L’obiezione che si potrebbe rivolgergli è questa: se l’ebreo è una creazione che serve a cristallizzare le inquietudini che riguardano un mondo in trasformazione e secolarizzato, perché si ebbe la Shoah solo in Germania? Non erano nelle stesse condizioni tutti i paesi sviluppati? Non si rende ragione in questo modo del “perché proprio lì”.

Della cultura che prepara il nazismo, Bensoussan sottolinea il biologismo e l’antisemitismo. Conseguentemente, le origini del Terzo Reich sono rintracciate nella cultura razzista, nel darwinismo sociale, nell’antisemitismo diffuso. Ma l’ideologia nazista non era solo questo: comprendeva in modo essenziale l’idea del destino storico della Germania e della sua necessaria espansione a scapito degli altri paesi. E, d’altra parte, razzismo, darwinismo sociale, antisemitismo erano diffusi ben oltre la sola Germania: è su questo che una comparazione con regimi diversi da quello nazista sarebbe stata illuminante. L’autore si rende conto della difficoltà, e tira in ballo due altri elementi: la convinzione tedesca di essere una nazione a parte superiore alle altre, convinzione largamente presente dal medioevo al 1933, e l’antimodernismo. Quanto al primo elemento, appare difficile poter ridurre tutta la cultura tedesca a un nazionalismo di questo tipo. Quanto al secondo, notiamo che anche il nazismo conteneva una parte filomoderna che si traduceva nella esaltazione dell’industria tedesca e della sua macchina da guerra. E, peraltro, è difficile pensare che la deprecazione delle città e dei guasti dell’industria possa, di per sé, condurre ai lager. Bensoussan sostiene che l’antimodernismo ha prodotto regimi di una violenza estrema: ma lo stalinismo credeva nella modernità, così come una parte del fascismo italiano, e lo stesso nazismo non era da meno.

Molte domande, molte risposte, molti dubbi.

G. BENSOUSSAN, Genocidio. Una passione europea, Venezia, Marsilio, 2009, pp. 396, euro 21.

Commenti
dick
05/04/09 10:46
mamma mia!
La Nacci dovrebbe aggiornarsi: non si discute più la tesi di Bobbio da quando alcuni anni fa si è scoperto la sua lettera al duce per la cattedra,dove dichiarava di provenire da famiglia fascista, di essere fascista e di non avere niente in comune coll'antifascismo torinese. La Nacci dovrebbe almeno leggere Un dopoguerra storiografico di Eugenio Di Rienzo, altrimenti continuerà a scrivere articoli che sembrano lezioni per studenti liceali degli anni '80.
Michela Nacci
08/04/09 11:34
Quando si scrivono messaggi
Quando si scrivono messaggi livorosi invece che commenti (com’è il caso di questo firmato Dick) si dovrebbe anche, per dignità e per un minimo di coraggio, non nascondersi dietro un nickname. In questo caso, poi, si tratta di un paravento talmente fragile da risultare trasparente. Negli ultimi tempi questo giornale ha ospitato numerosi commenti velenosi e impropri rivolti a ciò che scrivo e alla mia persona. Non mi riferisco al dibattito che si è avvviato con Iannone, con il quale la distanza può essere enorme ma sempre all’interno del rispetto che due studiosi provano e manifestano l’uno all’altro, al piacere e all’utilità di precisare le proprie idee e meterle alla prova del dibattito. Quando altri, invece, ricostruiscono il mio curriculum vitae (andando anche a rispolverare testi da me pubblicati molti anni fa con encomiabile fatica), quando ripercorrono la mia carriera universitaria e perfino studentesca, quando fanno allusioni enigmatiche, non posso fare a meno di chiedermi le ragioni di tutto questo sforzo e di tale animosità. Che senso ha, poi, chiedere conto a me delle tesi sostenute dal professore che è stato sì il mio primo Maestro, ma dal quale mi separano dissensi scientifici e una totale interruzione della reciproca frequentazione da almeno dieci anni? A qualcuno non piace quel che scrivo? Lo critichi nelle giuste forme, con senso della misura e della discussione scientifica, prestando attenzione non a che cosa pensa Tizio o caio, ma a quello che scrivo io.. Non è d’accordo con le opere che ho pubblicato nel corso degli anni? Mi spiace molto: ne scriva di sue nelle quali potrà sostenere e argomentare tesi diverse e perfino opposte rispetto a quelle che io ho sostenuto. Si innervosisce quando vede il mio nome e legge quel che scrivo? La soluzione è semplice: non mi legga. Trovo che L’Occidentale non dovrebbe accogliere simili esempi di malcostume: esprimere il proprio dissenso non è solo lecito, ma altamente positivo. Diversa cosa è insultare o istruire assurdi processi sommari in perfetto stile stalinista: ti sei laureato con A, e dunque tu - che sei B - sei oggettivamente responsabile di ciò che A sostiene anche se non fai più parte della sua scuola. Spiace constatare che a questo mondo c’è qualcuno che non cambia davvero mai. Michela Nacci
Daniela Coli
16/04/09 18:31
critiche a MN
Sono stupita che un mio articolo sull'antiamericanismo europeo del '900, abbia provocato una tale tempesta emotiva in una studiosa matura come Michela Nacci e senza peli sulla lingua in fatto di critiche. Quanto al mio commento, se invece di "anonimo" si usa un nickname, oltre al proprio indirizzo email,è noto che si autorizza il sito a rivelare la propria identità. Non ho alcun problema a dichiarare di essere spesso in disaccordo col metodo usato da MN nelle recensioni. Una recensione presenta un libro e un autore ai lettori e in genere comprende una breve presentazione dell'autore e la descrizione del contenuto del libro, più eventuali critiche al relativo libro recensito. Questo è in genere lo stile delle recensioni delle pagine culturali, che sono la vetrina di libri e editori. Recensire libri in modo continuativo era per Orwell un lavoro ingrato, irritante e sfibrante.Forse il giornalismo culturale dovrebbe trovare un altro mezzo per esprimersi. Comunque sia, se leggo una recensione sullo Smemorato di Collegno di Roscioni, mi aspetto almeno un accenno ai motivi per i quali lo smemorato fu conteso da due famiglie e non una discussione sulle beghe accademiche di positivisti e idealisti italiani. Nella recensione sul volume di Pound mi aspetto una esposizione argomentata degli scritti di Pound e non un articolo su un giudizio di Giorello su Pound. Se a MN interessa principalmente il giudizio di Giorello, perché non scrivere un articolo su questo? Il lavoro del recensore è ingrato ( per questo non amo recensire), ma ho spesso l'impressione che MN usi il libro da recensire per parlare d'altro, di tesi che le stanno a cuore o per criticare chi non gradisce. Niente di male, però sono permesse le critiche e non si reagisce come una violetta infangata dal maligno se se ne ricevono. Nel caso di Nolte, a MN stava a cuore parlare della tecnica, di Heidegger, della modernità e dell'antiamericanismo. Nel mio articolo ho semplicemente sostenuto che l'antiamericanismo non è peculiare di regimi totalitari come il fascismo, che ebbe un'indubbia funziona modernizzatrice, mentre il nazismo fu altamente tecnologizzato, nonostante le critiche di Heidegger alla tecnica. Ho anche sostenuto che l'antiamericanismo è proprio di tutto il '900: p.e. della Francia del secondo Novecento, una nazione moderna, democratica e tecnologizzata. Non potevo non riferirmi ai lavori di MN sull'antiamericanismo negli anni trenta, perché sono essi ad avere aperto il problema, e ho espresso dubbi che l'antiamericanismo fosse una caratteristica peculiare del fascismo visto che lo era anche della Francia non fascista degli anni trenta. Se poi dagli anni '70 Paolo Rossi continua a scrivere su Heidegger, il nazismo di Heidegger, considera il nazismo risultato dell'antimodernità tedesca, non potevo attribuire a MN posizioni note a tutti come proprie di Paolo Rossi. Paolo Rossi cita sempre MN a sostegno delle sue tesi, manifesta stima per MN e non comprendo la tempesta emotiva suscitata da questo dato di fatto. Non sono d'accordo né con Rossi, né con Nacci, ma questo fa parte del nostro lavoro di studiosi. Come Viano ( non certo un heideggeriano) ritengo che l'uso del concetto di moderno come strumento di valutazione positiva in storiografia, faccia parte di una storiografica antropomorfica nella quale si impiegano in modo rozzo le categorie di mezzi e fini, risultati e progetti, come se gli eventi fossero dominati dal finalismo, mentre, a mio parere, la storia non è unilineare e progressiva, né comprensibile in un quadro unitario. Per me è imprevedibile e procede a zig zag. Spero che questo non sconvolga ulteriormente Michela Nacci.
Irene Donatoni
21/04/09 12:42
Non capisco come il Signor
Non capisco come il Signor Dick (a proposito di nick name...) si possa lamentare del fatto che lei citi Bobbio, ovvero: quale parallelismo c'è tra il concludere che "il fascismo non aveva prodotto una cultura sua ma si era limitato a utilizzare la cultura precedente" e il fatto di aver spedito una lettera a Benito Mussolini per la cattedra? Si lamenta forse del fatto che Bobbio abbia avuto un atteggiamento ambiguo nei confronti del regime? E allora, se se la prende con lui, come mai la coinvolge, signora Nacci? Forse perchè osa citarlo? Dal mio punto di vista il riferimento è solo un buon supporto per chi legge, che arrichisce e offre spunti di ricerca e approfondimento. Pure del resto del testo non ci si può lamentare: la tesi espressa è indiscutibile, come potrebbe essere altrimenti? Proviamo a negare qualche frase del testo (e usiamo il metodo della falsificabilità di Popper): "il nazismo NON utilizzò la cultura presente nel paese per farne la sua cultura" ... assurdo "l’ideologia nazista (...) NON comprendeva in modo essenziale l’idea del destino storico della Germania e della sua necessaria espansione a scapito degli altri Paesi" ... impossibile Ci fossero tesi estremiste, posizioni ambigue o controverse capirei, ma le polemiche sono solo invidia bella e buona perchè non si sa scrivere o non si sa ragionare su un dato argomento.
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