Mercoledì 23 Maggio 2012
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Le strade da seguire per uscire dalla crisi

25 Marzo 2008

Il libro recentemente pubblicato da Giulio Tremonti ha come titolo La paura e la speranza, e sostanzialmente si chiede cosa dovrebbe, o potrebbe, fare un paese in crisi nell’epoca di un’asimmetrica crisi della globalizzazione.

Si tratta indubbiamente di un problema serio, che ci riguarda direttamente, e che induce anche a chiederci come difenderci da quei paesi, ad esempio, la Cina, che non rispettando certe regole (democrazia interna, tutela dell’ambiente e del lavoro, etc.) sono in grado di immettere nel mercato internazionali beni a prezzi tali da eliminare la concorrenza dei paesi che producono gli stessi beni rispettando (o rispettando maggiormente) quelle regole.

Il libro ha suscitato un vivace dibattito nel quale la posizione di Tremonti, a motivo del suo immaginare e proporre ricette per salvaguardare le economie sotto scacco, è stata definita  ‘colbertista’ o ‘meo-mercantilista’. Si è parlato di un atteggiamento reazionario (che è ben più, e peggio, di ‘conservatore’) nei confronti del mercato che ormai si contrapporrebbe ad un ‘liberismo di sinistra’ presentato come un peana alla globalizzazione e all’apertura dei mercati. Tutte queste critiche, in fondo, mirano a insinuare un dubbio: che il partito a cui fa capo Tremonti abbia ormai abbandonato gli ideali del mercato e della concorrenza, che si sia chiuso in un ottuso protezionismo, e che pertanto non abbia più nulla a che vedere con il liberalismo. La scelta per i dazi è vista come una scelta contro la libertà dei commerci e, come conseguenza, lascia l’etichetta ‘liberismo’ (da ‘selvaggio’ diventato inaspettatamente un brand positivo e prestigioso) nelle mani di quanti alla domanda se il liberismo sia di sinistra, rispondono, e senza ombra di dubbio, %0Aaffermativamente.

In termini cultural-politici il risultato è che il libro di Tremonti mostrerebbe oltre ogni ragionevole dubbio che il PdL non soltanto, e da tempo, non ha più niente a che vedere col ‘liberalismo’ (cosa anche possibile, dato che sotto questa definizione si cela ormai più che di tutto), ma ha anche abiurato al ‘liberismo’ (inteso come teoria economica sostenente i vantaggi a lungo termine del libero scambio).

Tutto ciò induce a chiedersi se quella di Tremonti potrebbe essere anche la politica economica dell’eventuale governo Berlusconi, e se essa potrebbe essere una politica economica adeguata alle nubi e agli uragani che si stanno minacciosamente avvicinando. Ancora una volta sembra si voglia sottintendere che quel possibile (anzi probabile ed auspicabile governo) sarebbe inadeguato alla situazione economica internazionale che si sta delineando.

Ma le cose stanno in modo così semplice? Da sempre, tra quelli che si definiscono liberali esiste una corrente di pensiero che pur non essendo per principio ostile all’economia di mercato ritiene che le sue dinamiche non sempre portino spontaneamente a situazioni ottimali (per lo meno nel breve e medio periodo) e che quindi necessitino di indirizzi e di correttivi temporanei, ed una corrente di pensiero che, ottimisticamente, ritiene che quelle dinamiche portino sempre a situazioni ottimali anche nel breve e medio periodo. Di modo che ogni azione politica sarebbe inutile se non dannosa. Il fatto è che negli ultimi tempi si assiste con sconcerto a situazioni che sembrano dar ragione contemporaneamente ad entrambe le correnti. Anche perché i politici quando intervengono per regolare finiscono puntualmente o per sbagliare, o per produrre normative che sono destinate ad essere travolte dal mutare degli eventi.

Il problema di fondo, in realtà, è cosa possa realisticamente fare la politica e cosa possano fare le politiche nazionali ammesso che in certi casi interventi si rendano necessari se non altro per cercare di evitare danni certi.

Di fronte a questi dibattiti, che investono problemi teorici noti ed appartenenze culturali prima che ideologiche, ma soprattutto di fronte alla piega che sta assumendo la crisi economico-finanziaria internazionale, altri, ben più pessimisti, si chiedevano se quelli prospettati da Tremonti non siano che pannicelli caldi.

Di fatto, e al di là delle polemiche, Tremonti ha posto un problema serio e ha indotto un po’ tutti a chiedersi cosa fare in pratica se la situazione che si sta delineando dovesse realizzarsi.

Da un altro punto di vista il problema è che cosa si può concretamente fare, oggi in Italia, per uscire da una crisi di crescita strutturale in un momento di crisi economica e finanziaria internazionale. Sintetizzando e semplificando, esso può essere descritto chiedendoci se è proprio vero che quando un sistema entra in una crisi tale da far parlare di declino, le sole vie d’uscita per cercare di invertire la tendenza sono:

a) ripristinare i valori identitari smarriti;

b) stimolare la domanda interna tramite incentivi alla produzione (opere pubbliche) o riduzione di imposte e di tasse ai privati e alle imprese;

c) incrementare e finalizzare la normazione (restrizioni ai comportamenti e alla libertà di scelta);

d) istituire dazi e protezioni;

e) varie combinazioni tra tali presunti rimedi.

Chi scrive è lungi dal negare che in certe situazioni intervenire tempestivamente con un cocktail di rimedi sia indispensabile, e non ignora che la politica sia la difficile arte di accelerare i processi verso un fine ritenuto desiderabile, o, più prosaicamente, l’arte di contenere i danni. Tuttavia è anche convinto che tutti quei rimedi presi singolarmente non rappresentino una soluzione adeguata già nel medio periodo e che la loro combinazione possa provocare più problemi di quanti sia in grado di risolverne.

Tutto ciò è comunque lungi dall’inficiare la tesi che quando la situazione diventa grave e complessa, la via migliore sia quella di cercare di semplificarla. Non si tratta di rivalutare il buon senso comune (che comunque non guasta mai) che talora sconfina nel semplicismo, ma di prendere atto che non esistono soluzioni complesse a problemi complessi che non abbiano conseguenze indesiderate e che non si risolvono in un incremento dei costi di funzionamento del sistema stesso accelerandone il declino. Per di più, la semplificazione istituzionale fa un tutt’uno coi processi di liberalizzazione. Il che porta a chiedersi se in situazioni caratterizzate da avverse congiunture interne ed esterne, anche perché meno dispendioso dei rimedi prima enunciati, il processo di liberalizzazione e di radicale semplificazione normativa non sia preferibile alle ricette tradizionali di politica economica prima esposte e diffuse tanto nella destra quanto nella sinistra del nostro schieramento politico.

Ciò non significa nascondere che i processi di semplificazione e di liberalizzazione riescono a dare i frutti migliori quando una società è caratterizzata da un insieme di vincoli informali (valori e credenze, anche identitarie, condivise) che sia sufficientemente robusto (quantunque quel ‘sufficientemente’ sia molto difficile da quantificare), ma non tendente alla piattezza, anche se non omogeneamente condiviso e distribuito. L’importante è che quei valori, quei talenti e quelle conoscenze siano in qualche misura complementari. Non a caso, se fondati su ‘regole sufficientemente certe’, i processi di liberalizzazione e di semplificazione sono anche in grado di rafforzare quei vincoli informali e quei valori condivisi che sono di indubbio aiuto nei momenti di crisi.

Ovviamente a condizione che tutti i partecipanti al gioco adottino le stesse regole.

Molti degli interventi al dibattito sollevato da Tremonti lasciano invece pensare che il problema sia risolvibile anche evitando di prendere in considerazione il fatto che l’osservanza o meno di regole condivise sia un costo (o una sua diminuzione) che finisce per riflettersi negativamente o positivamente sull’insieme dei fattori che determinano la competitività di un ‘sistema stato’.

Concludendo, se è vero che non si potrà risolvere la crisi istituendo dazi e protezioni, è altrettanto vero che non se ne potrà uscire accelerando il processo economico con incentivi più o meno sofisticati. Oggi, per vincere una competizione tra Ferrari non basta prenderne una degli anni ’80, farle un restauro conservativo e ‘truccarla’. E neanche tentando di far rivivere teorie economiche che appartengono ormai al passato (ad esempio l’economia sociale di mercato’) e che sono inadeguate ad affrontare e a risolvere i problemi attuali.

Ma ciò che è più importante è sfatare l’illusione che il ritiro dalla competizione internazionale per la produzione di beni, conoscenza, innovazione e servizi, ci consentirà di concentrare le scarse risorse su turismo, arte ed Italian Stile. La concorrenza esiste anche lì!

Commenti
Carlo Cordasco
26/03/08 19:39
Come sempre d'accordo col
Come sempre d'accordo col Prof. Cubeddu: Regole semplici per un mondo complesso, altrimenti solo conseguenze indesiderate e altissimi costi di funzionamento.
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