Venerdì 10 Febbraio 2012
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Giù le tasse/4

Le tasse alte rendono l'Italia poco competitiva

8 Ottobre 2009

Quando si elencano i successi del Governo Berlusconi, è naturale richiamare la gestione delle (purtroppo) molte emergenze cui l’esecutivo si è trovato a fare fronte: la crisi campana dei rifiuti, il terremoto de L’Aquila, l’alluvione di Messina. Se vogliamo, anche la recessione economica è rubricabile nella categoria emergenze. Sicuramente emergenziale, infatti, è stata la reazione che ad essa ha opposto l’esecutivo: gli ammortizzatori sociali in deroga, per fare l’esempio più significativo, la garanzia dei conti correnti o i Tremonti-bond. Ultima tra le misure d’emergenza, c'è stato lo scudo fiscale: la condizione precaria dei conti pubblici ha costretto Tremonti a fare di necessità virtù, e grazie ai capitali che rientreranno in Italia lo Stato beneficerà di un gruzzoletto di alcuni miliardi di euro molto utile per impostare la manovra finanziaria, senza carichi ulteriori sul debito pubblico e senza aumenti di tasse.

Sulla gestione dell’emergenza, però, anche quando è ineludibile come a L’Aquila o molto proficua come lo scudo fiscale, è possibile costruire il consenso nell’immediato, ma non si pongono le basi per un generale miglioramento ed ammodernamento del Paese.

Prima della crisi economica internazionale, il Pil italiano è cresciuto per anni al ritmo dello “zero virgola” ed è probabile che, passata la recessione, torni allo stesso livello: se così sarà, ci vorrà un decennio perché il prodotto torni ai livelli pre-crisi, mentre le tensioni demografiche e sociali non potranno che aumentare nel frattempo.

L’invito che Giuliano Ferrara ha rivolto recentemente al presidente del Consiglio – di abbandonare gli "ozi di Capua" e mettere mano alle riforme necessarie al Paese – è allora quanto mai condivisibile: oltre le emergenze, c’è da rinnovare l’ordinario, rilanciando l’economia, liberando le energie del paese, aprendo l’Italia alla sempre più accesa competizione internazionale. E per farlo, non c’è modo migliore che quello di tornare all’ortodossia berlusconiana del "meno tasse per tutti", perché l'eccessiva pressione fiscale sui lavoratori e sulle imprese è direttamente o indirettamente una delle maggiori cause della debolezza italiana.  

Da questo punto di vista, lo scudo fiscale è paradigmatico di questa necessità di un "ri-orientamento" dell'azione di governo dall'emergenza all'ordinario. In un Paese in cui la pressione fiscale è così alta, l’incentivo a sfuggire al fisco è altrettanto elevato. In altre parole, le tasse elevate rendono l’Italia poco competitiva rispetto ai paradisi fiscali. Questi ultimi non vanno demonizzati (la competizione che essi determinano contribuisce a moderare la pressione fiscale nel mondo), ma se si vuole essere efficaci nell’evitare che tanti capitali italiani (circa 300 miliardi, raccontano le stime) riparino in queste isole felici bisogna adottare una misura particolarmente attraente.

Ecco perché l'aliquota del 5 per cento non può far gridare allo scandalo: le politiche pubbliche sono sistemi di incentivi, il gravame fiscale italiana è un forte incentivo all’evasione fiscale e ci vuole un incentivo altrettanto robusto per promuovere un certo comportamento, in questo caso il rientro dei capitali. Tuttavia, una volta che una porzione consistente di queste risorse è tornata sul suolo patrio, si pone il problema di come farcela restare e di come evitare che l’emorragia verso i paradisi fiscali riprenda subito. Se vogliamo scongiurare il rischio che da qui a qualche anno si debba di nuovo parlare di scudo fiscale, c'è da impostare un'azione strutturale di riduzione della pressione fiscale.

E’ qui che si passa dalla gestione dell’emergenza al governo del futuro: in un mondo in cui la competizione fiscale sulle imprese è sempre più accesa, dove l’aliquota marginale sui redditi più alti determina la scelte di vita e di residenza dei migliori cervelli, che ruolo vuol giocare l’Italia?

Soffia sull'Europa un vento nuovo: premiando i liberali di Westerwelle (con i quali la CDU formerà il prossimo governo), gli elettori tedeschi hanno messo in agenda la riduzione delle tasse; una vittoria conservatrice in Gran Bretagna aprirebbe anche a Londra la questione fiscale, come mostrano le recenti dichiarazioni di Cameron e dei suoi. Il centrodestra italiano vuol restare fuori dalla partita?

 

Commenti
Antonio Primaldo
08/10/09 11:56
Bar Economics
Siamo in grado di articolare un discorso un po' piu' profondo di quello che faremmo al bar con gli amici? "l'eccessiva pressione fiscale sui lavoratori e sulle imprese è direttamente o indirettamente una delle maggiori cause della debolezza italiana" Suona un po' come "Piove, governo ladro"
Piercamillo Falasca
08/10/09 19:08
risposta ad Antonio Primaldo
Caro Antonio, ogni articolo ha bisogno di essere drammaticamente sintetico. Se non lo fosse, non raggiungerebbe il suo obiettivo, che è quello di essere uno strumento divulgativo per un pubblico quanto più ampio possibile. Ma raccolgo la sua provocazione e cerco di dare qualche spunto sul perchè la pressione fiscale è direttamente o indirettamente una causa della debolezza italiana. Una pressione fiscale troppo elevata è anzitutto un disincentivo alla produzione di reddito: mi conviene sforzarmi troppo se lo Stato mi sottrae una quota tanto alto di ciò che ho realizzato? Una pressione fiscale elevata è un disincentivo per gli investimenti esteri in Italia e, come accennato nell’articolo, nella capacità del nostro paese di attrarre lavoratori altamente qualificati e molto mobili. Una pressione fiscale elevata riduce la libertà di scelta degli individui sul “destino” delle proprie risorse: se sono costretto a “comprare” spesa pubblica, questo di fatto è la tassazione, sono meno libero di comprare altro. Se una quota così alta del mio reddito viene utilizzata forzosamente per pagare la costosa scuola pubblica, ad esempio, non avrò soldi a sufficienza per mandare i miei figli in una scuola privata, se pure lo volessi. Una pressione fiscale elevata rende le imprese italiane meno competitive rispetto ad altri Paesi. Potrei continuare, ma è ora di cena. La saluto cordialmente.
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